11 Marzo 2026 12:50
Quando l’algoritmo decide chi può parlare: la sospensione dei profili social del legale Ivano Chiesa apre un caso di democrazia digitale
Il tardo pomeriggio di sabato 7 febbraio 2026 segna un punto di non ritorno nello scontro tra il mondo di Fabrizio Corona e i giganti del web. Non è più solo il “personaggio” a essere colpito, ma la figura stessa del suo difensore. L’avvocato Ivano Chiesa, storico legale dell’ex re dei paparazzi, si è visto oscurare improvvisamente i propri profili social da parte di Meta. Una mossa che arriva nel pieno di una battaglia legale e mediatica senza precedenti contro colossi televisivi e figure di spicco del giornalismo italiano.
Il fatto: il silenzio imposto a un difensore
L’account Instagram di Ivano Chiesa è stato sospeso con la consueta, laconica motivazione: “violazione degli standard della community”. Una formula che, per chi mastica diritto, suona vuota come un guscio. Chiesa, noto per il suo stile diretto ma sempre rigorosamente ancorato alla procedura penale, ha commentato l’accaduto parlando apertamente di dittatura digitale.
“Mi hanno sospeso l’account perché non avrei rispettato gli standard di Meta. Poiché io parlo solo di questioni giudiziarie, lo considero un atto di censura ancor più grave di quello fatto nei confronti del mio assistito”, ha dichiarato il legale. La gravità del fatto risiede nel fatto che Chiesa non è un influencer qualunque; è un avvocato che utilizza i canali digitali per esercitare una funzione di contro-informazione giuridica su casi che occupano le prime pagine dei giornali.
Il ribaltamento del diritto: la fine della presunzione di innocenza
Abbiamo sentito solertemente ma velocemente l’avvocato Chiesa e concordiamo di certo sul fatto che quello a cui stiamo assistendo è un palese ribaltamento del diritto. Nel mondo reale, quello regolato dal Codice di Procedura Penale, esiste la presunzione di innocenza e il diritto alla difesa è inviolabile. Nel mondo virtuale di Meta e Google, la sentenza arriva prima del processo.
Le piattaforme private si sono trasformate in tribunali speciali dove il giudice è un algoritmo e la pena è la “morte civile” digitale. Quando un avvocato viene silenziato mentre discute gli atti di una causa o denuncia pressioni indebite sul proprio assistito, non viene colpito solo l’uomo, ma il diritto alla difesa stesso. Se il difensore non può parlare, la democrazia zoppica.
Censura preventiva: l’ombra della “Corea” sul web italiano
L’accusa mossa da Chiesa è pesante: censura preventiva. Le piattaforme non intervengono dopo che un giudice ha accertato un reato (come la diffamazione), ma agiscono in anticipo sulla base di segnalazioni o “politiche interne”.
“Silenziare i difensori è tipico delle dittature più orribili”, ha tuonato Chiesa.
L’avvocato ha più volte paragonato questa gestione del dissenso a regimi illiberali, citando provocatoriamente la Corea del Nord o la Cina. Il paradosso è che, mentre lo Stato italiano garantisce (almeno sulla carta) la libertà di espressione ex Art. 21 della Costituzione, una multinazionale americana può decidere, con un clic, che le parole di un avvocato penalista sono “pericolose” per la propria community.
Piattaforme private con poteri pubblici: il vero nodo del 2026
Il caso Chiesa-Corona fa esplodere una contraddizione che la politica non può più ignorare: i social network non sono più semplici “bacheche” private, ma sono diventati l’agorà pubblica. Sono infrastrutture critiche per la formazione dell’opinione pubblica e per l’esercizio del dibattito democratico.
Tuttavia, queste “piazze” sono regolate da contratti privati di diritto californiano che scavalcano le leggi nazionali. Se un’azienda privata ha il potere di decidere chi può partecipare al dibattito pubblico e chi deve essere cancellato, allora quella società non è più libera, ma è soggetta all’arbitrio di un feudatario digitale.
Il potere di veto: Meta può decidere di oscurare un legale impegnato in una causa multimilionaria contro un altro gigante dei media.
L’assenza di contraddittorio: Non esiste un appello reale. La sospensione è immediata, la riattivazione (se avviene) è lenta e spesso immotivata.
L’effetto chilling: La chiusura del profilo di Chiesa manda un segnale a tutti gli altri professionisti: “attenzione a ciò che dite, perché la vostra presenza online dipende dalla nostra benevolenza”.
Verso un nuovo oscurantismo digitale?
La vicenda non finirà qui. Chiesa ha già annunciato battaglie legali, e Corona ha trovato rifugio temporaneo su altre piattaforme, cercando di aggirare l’assedio. Ma il punto non è più se Fabrizio Corona sia simpatico o se i suoi contenuti siano condivisibili. Il punto è che oggi è stato colpito il suo avvocato.
Se accettiamo che un difensore venga messo a tacere perché le sue tesi sono “scomode” o violano “standard” opachi, accettiamo la fine dello Stato di Diritto così come lo abbiamo conosciuto. La censura non è mai la soluzione in una democrazia; il rimedio per le parole che offendono è il tribunale, non il tasto “delete” di un server a Menlo Park.
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