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Cristina Scocchia, AD illycaffè: “Fatturato a 690 milioni nel 2025, ma nel 2026 ritocco dei listini. Quotazione rinviata”

 

In una lunga intervista ad Adnkronos/Labitalia l’AD di illycaffè fa i conti di un anno complesso tra dazi USA e boom del costo dell’arabica (+50%). Confermati gli investimenti da 130 milioni a Trieste e 100 nuove assunzioni. Produzione in USA dal 2026.

 

 

 

TRIESTE – Un 2025 da record chiuso “con 690 milioni di fatturato, +10% rispetto al 2024, nonostante l’aumento del 50% del costo della materia prima”. È il bilancio tracciato da Cristina Scocchia, Amministratore Delegato di illycaffè, in un’ampia intervista ad Adnkronos/Labitalia.

 

Un risultato che l’AD definisce “estremamente soddisfacente” alla luce di quella che definisce una “tempesta perfetta” per il mercato del caffè.

 

Fatturato in crescita globale

 

La crescita, sottolinea Scocchia, è strategica e diffusa. L’Italia, che pesa il 30% dell’azienda, è cresciuta dell’11%. Gli Stati Uniti, secondo mercato più rilevante, tra il 19 e il 20%. L’Europa, indicata a inizio anno come nuova priorità, oltre il 22%.

 

“La montagna da scalare è stata alta”, spiega la manager, ricordando che il costo del caffè verde, in particolare dell’arabica, è esploso a livello mondiale.

 

Rincari inevitabili nel 2026

 

Il 2026 si prospetta “ancora più difficile”. Nonostante lo scorso novembre il presidente Trump abbia rimosso i dazi del 15% sul caffè e del 50% sul caffè verde brasiliano, la bolla inflazionistica non si è ridotta.

 

“Siamo scesi da oltre 400 a 350-360 centesimi per libbra, ma stiamo comunque parlando di quasi tre volte il costo storico, che tra il 2015 e il 2021 era tra i 100 e i 130 centesimi”, spiega Scocchia.

 

Il processo produttivo, dalla tostatura all’immissione sul mercato, dura 6-9 mesi. Le scorte per il 2026 si stanno acquistando ora, a prezzi altissimi.

 

Per questo il ritocco dei listini è inevitabile:

“Continueremo a ridurre al minimo l’impatto sui consumatori finali, ma è purtroppo necessario adeguare il listino. C’è un limite a quanto puoi comprimere la marginalità. Come l’anno scorso, anche nel 2026 ritoccheremo verso l’alto il listino ma in maniera contenuta, trattenendo sulle nostre spalle una parte dell’incremento”.

Sul prezzo della tazzina al bar, Scocchia è chiara: “Quelli non dipendono da noi. È una decisione del barista e del ristoratore. Però è logico pensare che se aumentano i loro costi, debbano a loro volta aumentare il prezzo”.

 

Dazi USA e produzione in America

 

I dazi al 15% hanno avuto un impatto significativo tra aprile e novembre 2025, perché gli stock avevano già pagato il dazio in dogana. Il beneficio della rimozione si vedrà solo nel 2026.

 

Resta confermata la strategia di produrre direttamente negli USA, mercato che vale il 20% del business:

 

“La soluzione migliore potrebbe essere firmare un accordo di partnership con un produttore locale perché questo riduce i tempi. Invece di comprare terreno e costruire la fabbrica, che richiederebbe due anni e mezzo, l’accordo ci permetterebbe all’inizio del 2026 di iniziare a produrre tra il 15 e il 20% dei prodotti dedicati al mercato americano direttamente in loco”.

 

Obiettivo: ridurre costi logistici e impatto ambientale.

 

Trieste cuore del made in Italy: 130 milioni e 100 assunzioni

 

Confermati e incrementati gli investimenti a Trieste. “Spenderemo oltre 130 milioni e siamo già ad un buon tasso di realizzazione”.

 

Ad agosto è stata installata la nuova linea per il prodotto più iconico, il barattolino da 250 grammi. In arrivo il raddoppio della capacità di tostatura con la nuova tosteria.

 

“Grazie alla crescita abbiamo ampliato l’organico assumendo direttamente nel 2025 circa 100 persone su Trieste. È il segno più concreto di quanto siamo made in Italy”.

 

Quotazione in Borsa: slitta oltre il 2026

 

Niente IPO nel 2026. Il progetto resta concreto ma servono due condizioni:

 

“Noi saremmo pronti dal punto di vista interno, abbiamo un track record di 4 anni di risultati importanti. Ma ci vogliono anche le condizioni esogene. Il contesto macroeconomico, geopolitico e soprattutto il prezzo del caffè verde ancora così alto, ci fanno pensare che il 2026 non sia l’anno giusto”.

 

La manager auspica che il caffè verde scenda entro fine 2026 per poter confermare se e quando realizzare l’IPO.

 

Governo e UE: serve un industrial deal

 

Promossa la gestione prudente del bilancio pubblico da parte del governo: “Lo spread è sceso ai minimi, i rating premiano il nostro Paese”.

 

Critica invece verso l’Europa: “Mi piacerebbe vedere un’Europa molto più concreta che parla di industrial deal, che investe sul gap tecnologico dell’IA, sulla riduzione del costo dell’energia e sulla semplificazione. La burocrazia rappresenta dei ‘dazi’ più grandi di quelli di Trump”.

 

Fonte: Adnkronos/Labitalia – intervista di Fabio Paluccio

 

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