Asiago. Attentato al giornalista Adriano Cappellari: il fuoco contro la libertà di stampa

Un atto di una gravità inaudita, un messaggio di stampo mafioso che dalla periferia di Napoli arriva fino all’altopiano di Asiago. Nella notte, a Enego, in provincia di Vicenza, è stata incendiata l’abitazione del giovane cronista Adriano Cappellari, un giornalista coraggioso impegnato da tempo a raccontare con schiena dritta la difficile realtà di Caivano e l’instancabile attività di Don Maurizio Patriciello. Un attentato incendiario che non è un fulmine a ciel sereno, ma l’escalation di una serie di minacce volte a silenziare una voce libera e scomoda. Un attacco che non colpisce solo un uomo, ma ferisce al cuore il diritto di cronaca e la libertà di stampa nel nostro Paese.

la dinamica di un agguato vigliacco

L’agguato è scattato dopo la mezzanotte. Ignoti si sono avvicinati all’abitazione del giornalista e hanno lanciato una o più bottiglie incendiarie, le tristemente note molotov, con l’intento chiaro di appiccare il fuoco e distruggere. A rendere l’azione ancora più pericolosa e potenzialmente letale, gli attentatori hanno lasciato sul posto anche delle bombole di gas, un ordigno improvvisato che, se fosse esploso, avrebbe potuto causare una strage. L’immediato intervento dei Vigili del Fuoco è stato provvidenziale per domare le fiamme e, soprattutto, per disinnescare le bombolette inesplose, mettendo in sicurezza l’area. Sul posto sono giunti anche i Carabinieri della stazione di Enego, che hanno immediatamente avviato le indagini per dare un volto e un nome ai responsabili di questo vile gesto.

una violenza annunciata: le minacce precedenti

Questo attentato, come detto, non è un episodio isolato, ma il capitolo finale di una strategia intimidatoria iniziata mesi prima. Già a novembre del 2025, Adriano Cappellari, collaboratore del quindicinale “L’Altopiano” e del “Giornale di Vicenza”, aveva ricevuto una prima lettera anonima. La missiva era stata recapitata insieme alla copia di un suo articolo che raccontava un altro atto intimidatorio, quello subito dal sacerdote anti-camorra Don Maurizio Patriciello. Il messaggio era inequivocabile: smetti di occuparti di certe storie. Nonostante la paura, Cappellari non si era piegato, ribadendo pubblicamente la sua ferma volontà di proseguire il suo impegno giornalistico e civile contro ogni forma di illegalità. La risposta dei suoi aguzzini non si era fatta attendere. A febbraio 2026, una seconda lettera minatoria, ancora più esplicita e tracotante, era stata inviata direttamente alla redazione del giornale: “Se non fate tacere Cappellari, lo faremo noi”. Una minaccia diretta, che oggi, purtroppo, si è trasformata in fuoco e fiamme.

il coraggio di raccontare Caivano e Don Patriciello

Per capire le ragioni di tanto odio bisogna spostare lo sguardo da Enego, tranquillo comune montano, a Caivano, epicentro di una delle più complesse battaglie per la legalità in Italia. Caivano, e in particolare il Parco Verde, è un territorio martoriato, una delle più grandi piazze di spaccio d’Europa, un luogo dove la criminalità organizzata ha cercato di sostituirsi allo Stato, imponendo le proprie leggi con la violenza e l’omertà. È in questo contesto che opera Don Maurizio Patriciello, un prete di frontiera che da anni si batte con le unghie e con i denti per strappare i giovani alla droga e alla camorra, denunciando pubblicamente boss e spacciatori. Il lavoro giornalistico di Adriano Cappellari è stato quello di accendere un faro su questa realtà, di raccontare senza filtri il coraggio di Don Maurizio e la speranza di una comunità che non vuole arrendersi. Ha dato voce a chi non ha voce, ha mostrato il volto di chi combatte, e questo, per i clan, è un affronto intollerabile.

un messaggio che viaggia per 800 chilometri

L’aspetto più inquietante di questa vicenda è la distanza geografica. L’attentato non è avvenuto a Caivano, ma a quasi 800 chilometri di distanza, a Enego. Questa non è una coincidenza, ma una precisa strategia del terrore. È il modo in cui le mafie dimostrano il loro potere, la loro capacità di colpire chiunque, ovunque si trovi. È un messaggio inviato non solo ad Adriano Cappellari, ma a tutti i giornalisti d’Italia: “Non crediate di essere al sicuro solo perché vivete lontano. Noi possiamo raggiungervi ovunque”. È la dimostrazione di una rete criminale che si estende ben oltre i confini campani, con interessi e collegamenti in tutto il territorio nazionale, incluso il ricco e apparentemente tranquillo Nord-Est. Colpire un cronista nella sua casa, nel suo luogo di pace, è la forma più vigliacca e odiosa di intimidazione, un attacco alla sua vita privata e ai suoi affetti più cari.

la solidarietà del mondo dell’informazione e delle istituzioni

Appena diffusasi la notizia, si è immediatamente levata un’ondata di sdegno e di solidarietà. L’Ordine dei Giornalisti, la Federazione Nazionale della Stampa Italiana (FNSI) e le associazioni di categoria hanno espresso la loro più ferma condanna per l’accaduto e la loro totale vicinanza ad Adriano Cappellari. Colleghi, direttori di testata e semplici cittadini hanno manifestato il loro sostegno, riconoscendo il valore e l’importanza del suo lavoro. Anche il mondo della politica e delle istituzioni ha fatto sentire la propria voce, chiedendo che venga fatta piena luce sull’attentato e che i responsabili siano assicurati alla giustizia. Questa mobilitazione è fondamentale, perché la solitudine è il peggior nemico per un giornalista minacciato. Sentire il sostegno della propria comunità professionale e civile è la prima, indispensabile forma di scorta.

la libertà di stampa come pilastro della democrazia

Un attentato a un giornalista è sempre un attentato alla democrazia. Quando si cerca di spegnere una voce con il fuoco, si cerca di spegnere la luce della conoscenza in un angolo buio della società. I giornalisti come Adriano Cappellari svolgono una funzione essenziale: sono i nostri occhi e le nostre orecchie su realtà complesse e pericolose, sono coloro che si assumono dei rischi per garantire a tutti noi il diritto di essere informati. Il loro lavoro è un presidio di legalità, un argine contro l’illegalità e la sopraffazione. Per questo, un attacco contro di loro è un attacco contro tutti i cittadini. Difendere la libertà di stampa significa difendere il nostro diritto di conoscere, di capire e, in ultima analisi, di essere liberi.

l’importanza di non abbassare la testa

Ora la palla passa agli inquirenti, che avranno il difficile compito di risalire agli esecutori e, soprattutto, ai mandanti di questo vile attentato. Ma la risposta più forte deve venire dalla società civile e dal mondo dell’informazione. La risposta più forte è continuare a fare quello che Adriano Cappellari stava facendo: raccontare, denunciare, informare. Amplificare la sua voce, non lasciarla sola. Continuare a scrivere di Caivano, di Don Patriciello, delle mafie e delle loro infiltrazioni. Perché il vero obiettivo di questi attentati è generare paura e silenzio. Il modo migliore per sconfiggerli è fare esattamente il contrario: fare più rumore, accendere ancora più luci, dimostrare che la penna, alla fine, è più forte del fuoco e della violenza.

La notte di Enego è una ferita per tutti noi, ma deve trasformarsi in un ulteriore stimolo all’impegno. La nostra vicinanza va ad Adriano Cappellari, un giovane cronista che ci ha ricordato, con il suo coraggio, quale sia il vero senso del giornalismo. A lui va il nostro grazie e la promessa che la sua voce non sarà lasciata sola.

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