Carburanti: lo Stato può gestire il prezzo togliendolo al mercato? Ricorsi e soluzioni contro le speculazioni

Carburanti e prezzo fuori controllo, lo Stato può intervenire e togliere il mercato alle compagnie petrolifere? È la domanda che migliaia di italiani si fanno ogni volta che la benzina supera i 2 euro al litro. Il costo dei carburanti in Italia è tra i più alti d’Europa e la sensazione diffusa è che ci siano speculazioni.

Ma lo Stato può davvero gestire direttamente il prezzo dei carburanti, fissando un prezzo imposto e togliendolo alle leggi del mercato? E se lo facesse, le compagnie petrolifere e i gestori potrebbero fare ricorso? Esistono altre soluzioni per evitare rincari e speculazioni? Proviamo a spiegarlo in modo semplice.

Carburanti e prezzo: come funziona oggi in Italia

Oggi in Italia i carburanti sono in regime di libero mercato. Significa che il prezzo di benzina e gasolio non lo decide lo Stato, ma le compagnie petrolifere e i gestori delle pompe, in base al prezzo del petrolio, ai costi di raffinazione, trasporto, accise e IVA.

Il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica pubblica ogni giorno il prezzo medio dei carburanti su base regionale, ma è solo un dato indicativo. Il prezzo finale alla pompa lo decide il gestore. Il governo può solo intervenire con sconti sulle accise, come fatto nel 2022 dal governo Draghi, o con il bonus carburante, ma non può imporre un prezzo fisso.

Questo sistema è valido in tutta l’Unione Europea, dove vige il principio di libera concorrenza. Togliere i carburanti dal mercato e far gestire il prezzo direttamente dallo Stato sarebbe una misura eccezionale, che andrebbe contro le regole europee.

Lo Stato può gestire il prezzo dei carburanti togliendolo al mercato?

In teoria sì, lo Stato potrebbe gestire il prezzo dei carburanti, ma solo in casi eccezionali e con una legge specifica. La Costituzione italiana all’articolo 41 dice che l’iniziativa economica privata è libera, ma può essere indirizzata e coordinata a fini sociali. E l’articolo 43 prevede che lo Stato possa riservare a sé o trasferire ad enti pubblici imprese che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia.

I carburanti sono considerati un bene essenziale e una fonte di energia strategica. Quindi lo Stato potrebbe, in teoria, nazionalizzare o creare un prezzo amministrato, come avveniva in Italia fino agli anni ’90, quando c’era il Cip, il Comitato Interministeriale Prezzi, che fissava il prezzo della benzina.

Ma oggi non è così semplice. Dal 1994 l’Italia ha liberalizzato il mercato dei carburanti per rispettare le direttive europee sulla concorrenza. Tornare indietro significherebbe violare il diritto europeo e i trattati UE che impongono la libera concorrenza.

Lo Stato può farlo solo in due casi:

1. Dichiarazione di emergenza nazionale o crisi energetica grave, come una guerra o un blocco del petrolio, in cui il governo può imporre per decreto un prezzo calmierato.
2. Creazione di una società pubblica che venda carburanti a prezzo politico, come fa la Francia con alcuni distributori statali o come fa l’Eni che è partecipata dallo Stato ma opera come privato.

Fuori da questi casi, imporre un prezzo fisso per i carburanti togliendolo al mercato sarebbe considerato una violazione del mercato interno europeo.

Ci potrebbero essere ricorsi delle compagnie petrolifere e dei gestori?

Sì, e sarebbero quasi certi. Se lo Stato decidesse di gestire direttamente il prezzo dei carburanti imponendo un prezzo di Stato, le compagnie petrolifere e le associazioni dei gestori farebbero ricorso immediatamente.

A chi farebbero ricorso?

Al TAR del Lazio, al Consiglio di Stato e soprattutto alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea e all’Antitrust europeo. Le motivazioni sarebbero chiare: violazione della libertà di impresa, violazione della concorrenza, esproprio indiretto e danno economico.

Le compagnie petrolifere come Eni, Q8, Esso, IP, TotalEnergies potrebbero sostenere che un prezzo imposto sotto i costi di acquisto e raffinazione genera perdite e le costringe a vendere in perdita. I gestori, che già lavorano con margini bassissimi di 3-4 centesimi al litro, potrebbero chiudere.

Già successo in passato: quando il governo ha imposto l’obbligo di esporre il prezzo medio regionale dei carburanti, Faib, Fegica e Figisc, le tre associazioni dei gestori, hanno fatto ricorso al TAR. Il TAR ha respinto il ricorso, ma ha creato un precedente importante: lo Stato può imporre obblighi di trasparenza, ma non può imporre il prezzo.

Se lo Stato fissasse un prezzo unico per i carburanti, il ricorso avrebbe altissime probabilità di essere accolto dall’Unione Europea, con multe salate per l’Italia e obbligo di risarcire le compagnie.

Altre soluzioni per evitare le speculazioni sui carburanti

Togliere i carburanti dal mercato non è l’unica strada. Esistono altre soluzioni già usate in altri paesi europei che possono evitare le speculazioni senza violare le regole del mercato.

1. Taglio delle accise sui carburanti
In Italia su ogni litro di benzina circa 1 euro è fatto di accise e IVA. Le accise sono tasse fisse nate per finanziare guerre o disastri, come la guerra d’Etiopia del 1935 o il terremoto del Belice del 1968, e non sono mai state tolte. Tagliare le accise di 20-30 centesimi abbasserebbe subito il prezzo dei carburanti. È quello che ha fatto il governo nel 2022, portando la benzina da 2,20 a 1,80.

2. Prezzo calmierato e prezzo massimo
Lo Stato non può imporre un prezzo fisso, ma può imporre un prezzo massimo, come avviene per le autostrade o per i farmaci. Una sorta di tetto oltre il quale il gestore non può andare, calcolato su costo industriale più margine equo. In Spagna e Portogallo funziona così.

3. Carburanti venduti direttamente dallo Stato
Si potrebbe creare una rete di distributori statali Eni a prezzo controllato, con sconti di 10-15 centesimi rispetto ai privati, come fa la compagnia pubblica in Francia. Questo farebbe concorrenza ai privati e abbasserebbe il prezzo medio senza imporlo per legge.

4. Controlli Antitrust contro le speculazioni
Spesso il prezzo del petrolio scende, ma quello dei carburanti resta alto. Questo è il fenomeno del rocket and feather, sale come un razzo e scende come una piuma. L’Antitrust e la Guardia di Finanza possono intervenire con multe pesanti se provano accordi tra compagnie per tenere alto il prezzo.

5. Trasparenza totale sui carburanti
L’app PrezzoCarburanti del Ministero è un primo passo, ma si può fare di più. Obbligare le compagnie a comunicare ogni giorno quanto costa davvero il carburante all’ingrosso e quanto guadagnano al litro, per capire dove avviene la speculazione.

6. Bonus carburanti per famiglie e autotrasportatori
Come già previsto, dare un bonus di 200 euro per i redditi bassi o un rimborso accise per camionisti, agricoltori e pendolari, in modo da non gravare su chi usa l’auto per lavoro.

Conclusione: conviene togliere i carburanti dal mercato?

Togliere i carburanti dal mercato e far gestire il prezzo direttamente dallo Stato è una soluzione affascinante ma quasi impossibile da realizzare oggi in Italia senza incorrere in ricorsi europei e in sanzioni.

Il diritto europeo tutela la concorrenza e le compagnie petrolifere hanno strumenti legali fortissimi per bloccare un prezzo imposto. Inoltre, un prezzo politico rischia di creare code, chiusure di distributori e mercato nero, come avvenne negli anni ’70 durante la crisi petrolifera.

La strada più realistica per abbassare il prezzo dei carburanti in Italia è un mix di soluzioni: taglio delle accise vecchie, controlli Antitrust più severi, tetto massimo nei momenti di crisi, più distributori no-logo e statali e trasparenza sui costi reali.

I carburanti resteranno nel mercato, ma il mercato va regolato. Perché la benzina non è un bene di lusso, è un bene essenziale per andare a lavoro, per le aziende, per le famiglie di Reggio Calabria, della Calabria e di tutta Italia che ogni giorno fanno i conti con aumenti insostenibili.

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