Case-famiglia e centri d’accoglienza stranieri, la Chiesa detiene la rete più vasta: c’è anche la struttura dove si trovano i bambini della “famiglia del bosco”, un business miliardario.

L’accoglienza in Italia si muove da sempre lungo un doppio binario, sospeso tra la burocrazia dello Stato e la capillarità del mondo cattolico.
Sebbene formalmente la Chiesa cattolica non detenga il monopolio legale o la maggioranza assoluta della gestione diretta di tutti i centri governativi, dove le cooperative laiche e i consorzi privati coprono quote elevatissime tramite i bandi delle Prefetture, essa rimane in assoluto il soggetto con la rete assistenziale e immobiliare più estesa del Paese [proprietà edifici storici chiesa cattolica Italia percentuali FEC].

Dalle grandi città fino alle realtà provinciali, il patrimonio ecclesiale e le fondazioni di ispirazione confessionale rappresentano l’ossatura fondamentale del welfare, compresa l’accoglienza degli stranieri e la gestione delle case-famiglia.

Un legame profondo, quello tra istituzioni civili e strutture religiose, che emerge con chiarezza anche nei casi di cronaca più complessi e mediatici, come il recente trasferimento dei bambini della “famiglia del bosco” nella comunità protetta di Vasto. [New Istruzione]

Il caso di Vasto: la Fondazione Genova Rulli e il legame con la Diocesi

La struttura in cui si trovano attualmente i minori della “famiglia del bosco” è la Casa Accoglienza “F.lli Alfonso e Luigi Genova Rulli” di Vasto, questo istituto rappresenta l’esempio perfetto di come il patrimonio immobiliare storico cattolico si integri con i servizi sociali pubblici.

L’immobile e l’istituzione, infatti, non appartengono allo Stato, ma nascono da un antico lascito privato: nel 1941, i baroni Genova Rulli donarono le proprie proprietà alla Curia affinché venissero impiegate in opere di beneficenza.

Oggi la struttura opera come una fondazione di ispirazione cattolica e il legame con la Chiesa è strutturale.

L’ente fa capo direttamente all’Arcivescovo della diocesi di Chieti-Vasto e lo statuto prevede che il Consiglio di Amministrazione sia nominato in modo misto: dal Vescovo, dal capitolo della cattedrale e dal Sindaco di Vasto.

Questo scenario mette in luce il funzionamento economico del sistema di welfare:

    • Il finanziamento pubblico: Anche se la gestione è affidata a una fondazione cattolica, le spese quotidiane per il mantenimento, l’assistenza e l’educazione dei minori all’interno della casa-famiglia vengono coperte con fondi pubblici attraverso le rette erogate dal Comune competente.
    • La decisione giudiziaria: Lo Stato (tramite il Tribunale e i Servizi Sociali) individua la struttura idonea per il collocamento protetto.

Ma il personale che lavora in queste strutture chi lo paga?

I dipendenti laici (educatori, psicologi, cuochi, addetti alle pulizie), vengono assunti quasi sempre da cooperative sociali o associazioni, che spesso operano come braccio esecutivo delle Caritas diocesane o di fondazioni dedicate.

Di conseguenza, nell’eventualità di un illecito con conseguente denuncia della struttura, la responsabilità civile, contrattuale e penale ricade interamente sull’ente gestore, e non sulla Chiesa.

Lo schema reale

Il Comodato d’Uso Gratuito (Il caso più frequente), ovvero la parrocchia o l’ordine religioso possiede un grande immobile vuoto (ex convento, ex scuola cattolica), e lo cede in comodato d’uso ad una cooperativa sociale o una Onlus, spesso nata nell’orbita della Caritas locale.

La cooperativa prende le chiavi, partecipa ai bandi pubblici del Comune o della Prefettura, vince l’appalto, incassa i soldi pubblici e assume i lavoratori.

Oppure l’Affitto a canone agevolato

In alcuni casi esiste un contratto di locazione vero e proprio, ma i canoni sono generalmente molto bassi (simbolici), calcolati giusto per coprire le spese di manutenzione straordinaria o le tasse sulla proprietà.

La cooperativa paga questo affitto usando una parte dei fondi che riceve dalle rette pubbliche o dai progetti.

La spesa totale dello Stato italiano per la gestione dei flussi migratori e l’accoglienza dei minori in queste strutture, oscilla mediamente tra i 2 e i 4,5 miliardi di euro all’anno.

Le criticità del sistema

Questo modello integrato, sfruttando le proprietà e la logistica degli enti religiosi e del terzo settore, presenta diverse criticità strutturali che sono spesso al centro del dibattito pubblico e politico.

La disomogeneità dei controlli e dei dati

Manca una banca dati centralizzata e uniforme a livello nazionale; il monitoraggio delle case-famiglia e dei centri d’accoglienza è frammentato tra Regioni, Comuni e Procure.

Questo rende difficile verificare costantemente gli standard qualitativi e il benessere psicofisico degli ospiti, alimentando periodicamente accese polemiche sul livello di vigilanza pubblica.

La necessità di una svolta politica, “è tempo che lo Stato torni a fare lo Stato”

La vicenda dei bambini della “famiglia del bosco” a Vasto mostra come lo Stato italiano si appoggi strutturalmente alla rete assistenziale della Chiesa cattolica per gestire le emergenze sociali e la tutela dei minori.

Se da un lato questo modello integrato garantisce risposte logistiche immediate, (grazie a un patrimonio immobiliare unico), dall’altro sconta i limiti di una vigilanza pubblica frammentata [proprietà edifici storici chiesa cattolica Italia percentuali FEC]. 

 La necessità di superare il modello che delega a enti privati la gestione di servizi sociali essenziali appare ormai evidente, soprattutto a fronte della spesa sostenuta dai Comuni tramite le rette assistenziali.

È tempo che lo Stato torni a fare lo Stato, investendo direttamente in strutture proprie, assumendo assistenti sociali ed educatori pubblici e centralizzando i dati dei minori.

Solo riportando la gestione del welfare sotto il controllo diretto e trasparente delle istituzioni pubbliche, si potrà superare l’attuale dipendenza dai soggetti privati e garantire che la tutela dei cittadini più fragili risponda esclusivamente alle leggi della Repubblica.

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