Cassazione, rimeditazione sull’onere della prova nelle revocatorie delle rimesse bancarie.

Cassazione, superlavoro e infarto: il datore risarcisce il dipendente. Sentenza storica cambia la tutela della salute

La Cassazione segna un punto di svolta nella tutela della salute sul lavoro. Con l’ordinanza n. 17754 del 03/06/2026, la sezione lavoro ha stabilito che il datore risarcisce il dipendente per l’infarto causato da superlavoro, anche in presenza di patologie pregresse. È una sentenza che riscrive le regole: turni oltre le 12 ore, straordinari frequenti e mezzi non ergonomici bastano a far scattare il ristoro integrale. Le concause naturali come obesità, diabete o ipertensione non riducono il risarcimento e non comportano concorso di colpa.

La decisione rende definitiva la condanna della Corte d’Appello di Messina contro A.S.T.P. SPA, Azienda Siciliana Trasporti. L’autista otterrà oltre 402 mila euro, al lordo della rendita Inail. Per gli Ermellini il nesso causale tra mansioni usuranti e infarto è provato dalla consulenza medico-legale. Il messaggio alle imprese è netto: l’articolo 2087 del Codice Civile impone di tutelare l’integrità fisica e morale del lavoratore, andando oltre il rispetto formale delle norme di settore.

Cosa ha deciso la Cassazione sul superlavoro e infarto

La Suprema Corte ha respinto il ricorso dell’azienda e confermato il risarcimento integrale. Secondo i giudici, sbaglia chi dimezza il danno perché il lavoratore aveva già problemi di salute. Obesità, diabete e ipertensione sono fattori naturali, non condotte umane. Quindi non scatta l’articolo 1227 Cc sul concorso di colpa del danneggiato.

Dall’istruttoria e dalla Ctu emerge un quadro pesante. L’autista era sottoposto a turni di oltre dodici ore al giorno, con frequenti straordinari. Guidava mezzi senza servosterzo e senza climatizzazione su percorsi montani impervi. Per la Cassazione queste condizioni integrano pienamente la colpa datoriale. Non conta che l’azienda rispettasse specifiche norme tecniche: l’articolo 2087 Cc è una norma di chiusura e impone misure di prudenza generica secondo le conoscenze del tempo.

Anche il tentativo di scaricare la responsabilità sullo stress extra-lavorativo è stato bocciato. L’azienda sosteneva che l’infarto fosse legato all’intensa attività politica del dipendente. Per i giudici si tratta di un elemento marginale. A determinare la patologia sono state le condizioni lavorative disagiate.

Perché le patologie pregresse non riducono il risarcimento

Questo è uno dei passaggi chiave della sentenza su superlavoro e infarto. Il Tribunale di primo grado aveva dimezzato il risarcimento proprio perché il lavoratore soffriva già di obesità, diabete e ipertensione. La Cassazione ribalta tutto.

La differenza sta tra concause naturali e condotte umane. Se il danno è aggravato da un comportamento colposo del lavoratore, il risarcimento si riduce. Ma se l’aggravamento dipende da condizioni fisiche preesistenti, il datore risponde per intero. La malattia pregressa non è una colpa. L’azienda deve prendere il dipendente per come è, e organizzare il lavoro in modo da non peggiorare il suo stato di salute.

È un principio di civiltà giuridica. Significa che i soggetti più fragili hanno diritto a una tutela rafforzata, non ridotta. Se lavori 12 ore al giorno su un bus senza aria condizionata in Sicilia, con salite e curve continue, il rischio infarto aumenta per tutti. Aumenta ancora di più se hai già l’ipertensione. Proprio per questo il datore deve intervenire prima.

Articolo 2087 Cc: l’obbligo di sicurezza non è solo formale

La Cassazione ricorda che l’articolo 2087 Cc è la norma di chiusura del sistema antinfortunistico. Non basta rispettare le regole scritte nei contratti o nei regolamenti. Il datore deve adottare tutte le misure che la tecnologia e l’esperienza suggeriscono per tutelare l’integrità fisica e la personalità morale del dipendente.

Nel caso A.S.T.P. SPA, l’uso di mezzi obsoleti è stato decisivo. Autobus senza servosterzo e climatizzazione, nel 2026, non sono più tollerabili su tratte montane con turni massacranti. Così come non è accettabile imporre sistematicamente orari superiori a quelli contrattuali. La colpa datoriale scatta anche senza violare una legge specifica. Basta la violazione della prudenza generica.

Questo passaggio della sentenza su superlavoro e infarto lancia un avvertimento a tutte le aziende. L’adeguamento tecnologico e organizzativo non è un costo, è un dovere. E la salute non si tutela solo evitando incidenti, ma anche prevenendo le malattie professionali e lo stress lavoro-correlato.

Danno biologico, rendita Inail e ristoro integrale

La Cassazione conferma anche un altro principio: il risarcimento del datore si somma alla rendita Inail, ma quest’ultima va scomputata solo per il danno biologico. La malattia è stata denunciata nel vigore del decreto legislativo 38/2000, quindi si applicano quelle regole.

Ma cos’è esattamente il danno alla salute? La sentenza lo definisce come danno all’integrità psico-fisica, cioè una menomazione della persona in sé. Non conta solo la capacità di produrre reddito. Conta il valore uomo nella sua dimensione completa: biologica, sociale, culturale, estetica. Dal 2003 questo danno non patrimoniale si liquida anche se non c’è reato, ma solo illecito civile.

Nel caso specifico, l’autista non ha perso solo la capacità lavorativa. Ha perso una parte della sua identità. Come ricorda Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, il lavoro è inseparabile dall’essere umano che lo presta. Quando un illecito del datore ti toglie la salute, ti toglie anche ruolo sociale e dignità. Per questo il risarcimento deve essere pieno.

Cosa cambia per aziende e lavoratori dopo la sentenza

Questa ordinanza della Cassazione su superlavoro e infarto alza l’asticella della responsabilità datoriale su tre fronti.

Primo: l’organizzazione dei turni. Straordinari frequenti e orari oltre le 12 ore diventano un rischio legale enorme se causano patologie. Non basta pagarli in busta. Bisogna dimostrare che non ledono la salute.

Secondo: i mezzi e le attrezzature. L’obsolescenza non è più solo un problema di efficienza. È una fonte di responsabilità. Un bus senza climatizzazione o un muletto non ergonomico possono costare centinaia di migliaia di euro in sede civile.

Terzo: la valutazione dei rischi. Le aziende dovranno aggiornare il DVR considerando non solo gli infortuni, ma anche le malattie da stress e usura. E dovranno farlo tenendo conto delle condizioni di salute dei singoli lavoratori. Il certificato medico di idoneità non è uno scudo se poi imponi ritmi insostenibili.

Per i lavoratori si apre una strada nuova. Chi ha avuto un infarto, un ictus o altre patologie legate a ritmi massacranti potrà chiedere il ristoro integrale. Anche se fumava, era sovrappeso o aveva la pressione alta. La battaglia si sposterà sul nesso causale. Serviranno Ctu serie e documentazione sugli orari, sui mezzi e sull’organizzazione.

Il commento: la salute non è negoziabile

La decisione del 3 giugno 2026 conferma un principio costituzionale. Tutele la salute del lavoratore non è solo un obbligo contrattuale. È un imperativo che nasce dall’articolo 32 e dall’articolo 41 della Costituzione. L’iniziativa economica privata non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza e alla dignità umana.

Per anni si è pensato che il rispetto formale dell’orario contrattuale o delle norme Inail bastasse. Questa sentenza dice di no. Il datore deve essere proattivo. Deve prevenire, adeguare, controllare. Perché quando un autista di 55 anni con il diabete fa 12 ore al giorno su una strada di montagna a 40 gradi, l’infarto non è fatalità. È una conseguenza prevedibile.

Il lavoro deve rimanere strumento di realizzazione, non causa di malattia. La Cassazione, con questa pronuncia su superlavoro e infarto, lo ha ricordato a tutti. Ora tocca alle imprese adeguarsi. E ai lavoratori far valere i propri diritti.

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