Classi differenziate, perché Vannacci torna a rilanciare l’idea di dividere gli studenti
Le classi differenziate tornano al centro del dibattito sulla scuola italiana, a distanza di decenni dalla loro abolizione. A riportare il tema nell’attualità è Roberto Vannacci, che negli ultimi anni ha più volte sostenuto l’opportunità di organizzare gli studenti in gruppi omogenei, prima facendo discutere per le sue dichiarazioni sulle persone con disabilità e, più recentemente, proponendo classi distinte sulla base del merito e del rendimento.
Il tema non è però nuovo. Le classi differenziate hanno fatto parte della storia della scuola italiana per gran parte del Novecento. Erano pensate per accogliere alunni considerati, secondo il linguaggio dell’epoca, “disadattati”, con difficoltà di apprendimento, problemi comportamentali o particolari condizioni personali. Un modello che oggi appare profondamente distante dall’idea di scuola inclusiva costruita in Italia negli ultimi cinquant’anni.
Che cosa erano le classi differenziate
Per comprendere perché la proposta di Vannacci susciti tante reazioni è necessario partire dalla storia.
Le prime esperienze di separazione degli alunni con difficoltà risalgono all’inizio del Novecento. A Torino, nel 1900, vennero organizzate presso la scuola Aurora classi speciali destinate ai bambini allora definiti “deficienti”. Esperienze simili si svilupparono anche in altri Paesi europei, con denominazioni diverse.
Durante il fascismo la formula delle classi differenziali entrò progressivamente nell’organizzazione ufficiale dell’istruzione. Il principio era quello di individuare gli alunni ritenuti non adatti alla normale classe scolastica e indirizzarli verso percorsi separati.
Nel secondo dopoguerra questo sistema non scomparve. Anzi, con la riforma della scuola media del 1962 e con le successive disposizioni, vennero mantenute sia le scuole speciali sia le classi differenziali.
La distinzione era importante: le scuole speciali erano destinate soprattutto agli alunni con disabilità considerate più gravi, mentre le classi differenziali accoglievano bambini e ragazzi con difficoltà di apprendimento, problemi di comportamento o di adattamento all’ambiente scolastico.
Il linguaggio utilizzato dalle norme dell’epoca racconta molto bene quanto fosse diversa la concezione della disabilità rispetto a quella attuale.
Dalle classi separate alla scuola inclusiva
Il cambiamento culturale e legislativo arriva soprattutto negli anni Settanta.
La scuola italiana comincia a mettere in discussione l’idea secondo cui la difficoltà di un alunno debba necessariamente comportare la sua separazione dai compagni. L’obiettivo diventa progressivamente quello di modificare la scuola per permettere anche agli studenti con disabilità o bisogni particolari di frequentare le classi comuni.
La legge 517 del 1977 rappresenta uno dei passaggi fondamentali di questa trasformazione, introducendo strumenti per favorire l’integrazione degli alunni con disabilità nella scuola ordinaria e superando il sistema delle classi differenziali.
Da allora il modello italiano si è caratterizzato, almeno sul piano dei principi, per una forte scelta a favore dell’inclusione.
È una differenza importante da ricordare quando oggi si parla nuovamente di classi separate o di classi omogenee. Non si tratta semplicemente di decidere dove collocare gli studenti. Dietro questa scelta c’è un’idea diversa di scuola: una scuola che può puntare sulla separazione delle competenze oppure una scuola che considera l’eterogeneità della classe come una risorsa educativa.
Perché Vannacci torna sull’argomento
Nel 2024 Roberto Vannacci aveva provocato una forte polemica sostenendo la necessità di classi con “caratteristiche separate” e facendo riferimento anche agli studenti con disabilità. In quell’occasione aveva spiegato che, a suo giudizio, mettere insieme studenti con capacità molto diverse non sarebbe necessariamente la soluzione migliore per tutti.
Le sue parole furono interpretate da molti come una proposta di ritorno alle classi separate per gli studenti con disabilità. Vannacci successivamente precisò di non voler escludere i ragazzi disabili dalla scuola comune, ma di ritenere necessario prevedere interventi e strutture specifiche per le loro esigenze.
Il tema è tornato con forza nel 2026, ma con una formulazione in parte diversa.
In un intervento del giugno 2026, Vannacci ha infatti sostenuto l’idea di formare classi distinte in base al merito e al profitto. Secondo il presidente di Futuro Nazionale, raggruppare studenti con caratteristiche simili potrebbe essere un fattore di inclusione e non di discriminazione.
La sua argomentazione è abbastanza semplice: gli studenti più preparati potrebbero essere messi nelle condizioni di esprimere al meglio le proprie capacità, mentre quelli con maggiori difficoltà potrebbero ricevere un sostegno più mirato.
Il punto centrale: separare per aiutare?
È proprio qui che nasce la discussione.
L’idea di Vannacci parte da un ragionamento che può apparire intuitivo: se gli studenti hanno livelli di preparazione molto diversi, insegnare nello stesso gruppo può essere complicato. Un ragazzo molto veloce potrebbe annoiarsi, mentre uno che procede più lentamente potrebbe sentirsi in difficoltà.
Da questa premessa nasce la proposta di creare gruppi più omogenei.
Il problema è capire quali sarebbero le conseguenze di una simile organizzazione.
Dividere gli studenti per rendimento, infatti, non significa soltanto costruire classi più omogenee. Significa anche stabilire chi appartiene a un determinato livello e chi a un altro. E questa classificazione, soprattutto quando riguarda bambini e adolescenti, può diventare molto delicata.
Il rischio è che una difficoltà momentanea venga trasformata in un’etichetta stabile.
Un ragazzo che a 12 anni presenta risultati inferiori alla media non necessariamente manterrà quella posizione per tutta la carriera scolastica. Le capacità possono svilupparsi, cambiare e maturare in tempi diversi.
Le classi differenziate sono quindi una buona idea?
La risposta non può essere semplicemente sì o no.
Esiste una differenza sostanziale tra organizzare temporaneamente gruppi di lavoro in base a una determinata competenza e creare classi strutturalmente separate sulla base del rendimento o delle caratteristiche personali.
Nel primo caso l’obiettivo può essere quello di permettere all’insegnante di lavorare meglio su esigenze specifiche. Nel secondo si rischia invece di costruire percorsi scolastici differenti che possono diventare difficili da modificare.
Anche il concetto di “merito” merita attenzione. Il rendimento scolastico non dipende soltanto dall’impegno individuale. Contano la situazione familiare, le condizioni economiche, le opportunità educative, il metodo di studio, le difficoltà personali e il contesto nel quale vive lo studente.
Per questo motivo una scuola che divide gli alunni sulla base dei risultati deve necessariamente interrogarsi su come evitare che le differenze di partenza diventino differenze permanenti.
Perché il tema continua a dividere
La proposta di Vannacci intercetta comunque una questione reale: nelle classi italiane gli insegnanti devono spesso lavorare con studenti che presentano livelli di preparazione molto differenti.
È una delle difficoltà quotidiane della scuola.
La domanda, quindi, non è soltanto se dividere o non dividere gli studenti. La domanda più importante è come garantire contemporaneamente il diritto degli studenti più preparati a essere valorizzati e quello degli studenti più fragili a non essere lasciati indietro.
Vannacci sostiene che classi più omogenee potrebbero aiutare entrambi i gruppi. I critici rispondono che la scuola dovrebbe invece essere capace di gestire le differenze senza trasformarle in separazione.
È una contrapposizione tra due visioni molto diverse.
Da una parte c’è l’idea della scuola come luogo nel quale ciascuno deve essere messo nelle condizioni di sviluppare al massimo le proprie capacità attraverso percorsi differenziati. Dall’altra c’è l’idea della classe eterogenea come spazio nel quale imparare non soltanto le materie, ma anche il confronto con persone diverse da noi.
Il significato politico della proposta
Il ritorno delle classi differenziate nel dibattito pubblico non può essere separato dal modo in cui Vannacci ha costruito il proprio messaggio politico.
Il generale ha spesso utilizzato temi legati alla scuola, al merito, alla disciplina e alla selettività per proporre una visione più rigorosa dell’istruzione. Nel 2026 ha descritto le classi distinte per profitto come una soluzione utilizzata anche in altri Paesi europei e come uno strumento che, a suo giudizio, potrebbe aiutare sia gli studenti più brillanti sia quelli in difficoltà.
Non è quindi semplicemente un ritorno nostalgico alle vecchie classi differenziali.
La proposta attuale viene presentata soprattutto come una forma di differenziazione didattica basata sul rendimento. Ma il precedente dibattito sulle classi separate per gli studenti con disabilità spiega perché l’espressione “classi differenziate” sia così carica di significati e provochi reazioni immediate.
Una discussione che riguarda il futuro della scuola
Il vero nodo, alla fine, non è soltanto Vannacci.
La discussione riguarda quale scuola vogliamo costruire.
Una scuola che cerca di rendere tutti gli studenti uguali nei percorsi? Oppure una scuola che differenzia maggiormente l’insegnamento in base alle capacità e ai bisogni individuali?
La risposta probabilmente non può essere trovata scegliendo semplicemente tra inclusione e selezione. Una scuola inclusiva non dovrebbe significare ignorare le differenze tra gli studenti. Allo stesso modo, valorizzare il merito non dovrebbe necessariamente significare separare definitivamente chi va bene da chi incontra maggiori difficoltà.
La storia delle classi differenziate insegna proprio questo: le parole con cui descriviamo gli studenti e le modalità con cui organizziamo le classi possono avere conseguenze molto concrete.
Per questo la proposta rilanciata da Vannacci merita di essere discussa senza slogan. Separare può sembrare una soluzione semplice a un problema complesso. Ma prima di cambiare il modello scolastico sarebbe necessario chiedersi quali effetti avrebbe sugli studenti, sulle famiglie e sulla possibilità di cambiare percorso nel corso degli anni.
Il dibattito, dunque, è appena iniziato. E la vera domanda non è soltanto se tornare alle classi differenziate, ma come costruire una scuola capace di valorizzare chi eccelle senza abbandonare chi ha bisogno di più tempo e più sostegno.
Altre notizie su http://www.varesepress.info



