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De Lucia mafiosi comandano dal carcere: smartphone in cella e Cosa nostra vuole i droni lanciamine

Le parole pronunciate da Maurizio De Lucia davanti alla Commissione parlamentare Antimafia hanno riportato al centro del dibattito pubblico un tema scomodo e urgente. De Lucia mafiosi comandano dal carcere non è solo uno slogan, ma la sintesi di un allarme che il procuratore di Palermo ha rilanciato con forza a palazzo San Macuto, nonostante le polemiche dei giorni scorsi. Poche ore dopo l’ingresso in carcere, i boss vengono muniti di apparecchi telefonici, e oggi non si tratta più di microcellulari facilmente occultabili, ma di veri e propri smartphone.

Un’affermazione pesante, che il magistrato ha corredato di dati precisi sulla quantità di telefoni sequestrati e sui luoghi di ritrovamento. Non solo carceri siciliane, ma istituti di pena disseminati su tutto il territorio nazionale. Una situazione, secondo De Lucia, fuori controllo, che consente ai capi delle organizzazioni mafiose di continuare a impartire ordini, gestire affari e mantenere il controllo sul territorio anche da dietro le sbarre.

A far discutere è stata anche la replica indiretta al ministro della Giustizia Carlo Nordio, che nei giorni scorsi aveva accusato De Lucia di offendere l’intero corpo della Polizia penitenziaria. Il procuratore ha rivendicato il suo rispetto assoluto per uomini e donne della penitenziaria, definendoli il primo servizio di polizia giudiziaria a cui il suo ufficio si affida. Un rispetto, ha detto, che non può essere messo in discussione da nessuno.

Ma l’audizione non si è fermata alle condizioni delle carceri. De Lucia ha parlato anche delle nuove strategie di Cosa nostra, del riarmo in atto e di un interesse inquietante verso armi sofisticate provenienti dai nuovi mercati della guerra. Tra queste, i droni lanciamine, strumenti estremamente avanzati rispetto ai quali, ha avvertito, non siamo preparati a difenderci.

Smartphone in carcere poche ore dopo l’arresto

Il cuore dell’audizione è stato il tema dei telefoni in carcere. De Lucia ha descritto un meccanismo ormai consolidato. Quando gli arrestati entrano in carcere, nel giro di poche ore vengono muniti di apparecchi di comunicazione con l’esterno. Fino a qualche tempo fa si trattava di microcellulari, piccoli e più facili da nascondere. Oggi, ha spiegato, sono smartphone, e in misura molto consistente.

Il procuratore ha detto di avere a disposizione dati dettagliati sul numero di apparecchi reperiti all’interno delle carceri e sui reparti dove sono stati trovati. Numeri che, a suo dire, sono assolutamente importanti e che non riguardano solo la Sicilia. Dalle indagini del suo ufficio emergono ritrovamenti in istituti penitenziari di tutta Italia. E non ha dubbi che anche gli altri uffici giudiziari abbiano fatto riscontri analoghi.

Questo significa che il fenomeno non è circoscritto a una singola realtà, ma è sistemico. La presenza di smartphone consente comunicazioni criptate, videochiamate, accesso a chat e social, strumenti che rendono molto più difficile intercettare le direttive dei boss. Se un detenuto può parlare liberamente con l’esterno, l’isolamento previsto dall’ordinamento penitenziario viene di fatto vanificato.

Il 41 bis e l’importanza dell’isolamento dei capi

De Lucia ha ricordato cosa è stato fatto negli oltre trenta anni dalle stragi del 1992. Uno dei pilastri della lotta a Cosa nostra è stato l’applicazione rigorosa del regime del 41 bis, il cosiddetto carcere duro. Un regime di isolamento dei capi riconosciuti delle organizzazioni mafiose che si è rivelato, secondo il magistrato, di grandissima utilità.

La logica è semplice e consequenziale. Alla cattura dei latitanti deve seguire l’isolamento degli ex latitanti ora detenuti. Se si arresta un capo mafia e lo si lascia in condizione di comandare, l’effetto dell’arresto è dimezzato. Il 41 bis è nato proprio per spezzare questo filo, per impedire che gli ordini partano dalla cella e arrivino in strada.

Ma se all’interno degli istituti circolano liberamente smartphone, quel sistema di isolamento entra in crisi. La possibilità che è data a questi soggetti di continuare sostanzialmente a comandare dall’interno delle carceri è un tema estremamente problematico, ha detto De Lucia. È il punto su cui ha insistito di più, perché tocca l’efficacia stessa della strategia antimafia degli ultimi decenni.

La replica a Nordio e il rispetto per la Polizia penitenziaria

Le dichiarazioni di De Lucia avevano già provocato una reazione rabbiosa del ministro della Giustizia Carlo Nordio nei giorni scorsi. Il Guardasigilli aveva sostenuto che dire che la mafia comanda in carcere significa offendere l’intero corpo della Polizia penitenziaria. Un’accusa pesante, che il procuratore ha voluto respingere in modo netto.

Conosco il lavoro di uomini e donne della Polizia penitenziaria, conosco le loro difficoltà, i pericoli e i rischi, ha detto De Lucia in audizione. Ha definito la penitenziaria il primo servizio di polizia giudiziaria al quale il suo ufficio dà fiducia per questo tipo di attività, riconoscendone il sacrificio e rendendone onore. Nei confronti della Polizia penitenziaria il mio rispetto è assoluto e non penso possa essere messo in discussione da nessuno.

La precisazione serve a chiarire un equivoco. Denunciare la presenza di telefoni in carcere non significa attaccare chi lavora in carcere, ma segnalare una falla organizzativa e strutturale che mette in difficoltà proprio gli agenti. Le carceri italiane sono sovraffollate, con carenze di personale e di strumenti tecnologici adeguati per contrastare l’ingresso di dispositivi vietati. L’allarme del procuratore va letto in questa chiave.

In apertura di seduta, il deputato del Partito Democratico Peppe Provenzano è intervenuto per esprimere solidarietà a De Lucia dopo l’attacco del Guardasigilli, ma la presidente della Commissione Chiara Colosimo, di Fratelli d’Italia, lo ha interrotto ritenendo l’intervento non attinente all’ordine dei lavori. Un momento di tensione che conferma quanto il tema sia politicamente sensibile.

Cosa nostra vuole acquistare droni lanciamine

L’altro passaggio che ha colpito l’opinione pubblica riguarda le armi. De Lucia ha parlato di un riarmo inquietante di Cosa nostra. Le indagini hanno documentato tracce dell’uso di AK47 e il rinvenimento di ordigni esplosivi ad alto potenziale. Armi che provengono dall’area del Salento, ma che ragionevolmente sono di importazione dall’area balcanica, residuati della guerra nella ex Jugoslavia della fine degli anni Novanta.

Questo arsenale tradizionale, che le forze dell’ordine sequestrano quasi giornalmente nel distretto di Palermo, non basta più. I collaboratori di giustizia, ha rivelato De Lucia, raccontano di interessi verso armamenti molto più sofisticati che si stanno cercando di reperire sui nuovi mercati. In particolare, il conflitto russo ucraino che genera armi di nuova tecnologia.

E qui arriva il dato più allarmante. Anche Cosa nostra è interessata e in particolare noi abbiamo segnale del tentativo di acquisto di droni lanciamine che sono strumenti estremamente sofisticati, rispetto ai quali noi non siamo in questo momento preparati a difenderci. Parole che delineano uno scenario nuovo. Non più solo pistole e kalashnikov, ma tecnologie belliche in grado di colpire a distanza, di trasportare esplosivi, di essere guidate da remoto.

Perché i droni lanciamine cambiano lo scenario

I droni lanciamine non sono semplici giocattoli evoluti. Sono sistemi d’arma utilizzati nei conflitti moderni, in grado di sganciare ordigni con precisione su obiettivi fissi o in movimento. Il loro uso in Ucraina ha dimostrato quanto possano essere efficaci e difficili da intercettare. Se una mafia come Cosa nostra riuscisse ad acquisirne, il salto di qualità sarebbe enorme.

De Lucia ha spiegato che sappiamo qual è l’uso che queste organizzazioni vogliono fare di queste armi, ma il dato rilevante è un altro. Il tentativo di ricostruire un arsenale di particolare qualità dimostra la vitalità di Cosa nostra. Non più armi ordinarie, ma armi da guerra e materiale esplosivo di elevata qualità. Un segnale che la mafia non è in declino, ma sta cercando di aggiornare i suoi strumenti di intimidazione e di potere.

Questo riarmo si inserisce in una strategia più ampia. Dopo anni in cui Cosa nostra ha scelto una linea di mimetizzazione, di affari a bassa visibilità, di infiltrazione nell’economia legale, ora sembra tornare a investire sulla forza militare. Non per stragi eclatanti come in passato, ma per mantenere il controllo del territorio, per regolare i conti interni e per lanciare messaggi.

Il controllo delle carceri come nodo centrale dell’antimafia

L’audizione di De Lucia riporta al centro una questione che spesso viene sottovalutata. La lotta alla mafia non si gioca solo fuori, con arresti e sequestri, ma anche dentro le carceri. Se il carcere non riesce a garantire l’effettivo isolamento dei boss, tutto il lavoro investigativo rischia di essere indebolito.

Il procuratore di Palermo ha messo sul tavolo dati, non opinioni. Ha parlato di quantità di telefoni sequestrati, di luoghi di ritrovamento, di indagini in corso. Ha chiesto, in sostanza, un investimento serio in tecnologia e personale per impedire l’ingresso di dispositivi. Schermature, scanner, controlli più efficaci, ma anche una riflessione sul sovraffollamento che rende ogni controllo più difficile.

La questione degli smartphone in carcere non riguarda solo la mafia. Riguarda tutte le organizzazioni criminali che possono continuare a gestire traffici di droga, estorsioni e riciclaggio direttamente dalla cella. È un problema di sicurezza nazionale che richiede una risposta coordinata tra ministero della Giustizia, Dap e magistratura.

Cosa resta dell’audizione di De Lucia

Alla fine, l’audizione di Maurizio De Lucia lascia due messaggi chiari. Il primo è che De Lucia mafiosi comandano dal carcere è un allarme concreto, basato su riscontri investigativi e non su una provocazione. La presenza di smartphone negli istituti di pena è diffusa e consente ai boss di mantenere un ruolo attivo.

Il secondo messaggio è che Cosa nostra sta cercando di dotarsi di armi di nuova generazione, tra cui i droni lanciamine, approfittando dei traffici illegali alimentati dalle guerre ai confini dell’Europa. Un’evoluzione che impone alle istituzioni di aggiornare strumenti e strategie, perché la mafia che verrà potrebbe essere molto diversa da quella che abbiamo conosciuto, più tecnologica, più connessa e potenzialmente più pericolosa.

 

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