Decreto scuola integrazione, il commento di Foad Aodi e Nadir Aodi: integrazione non si fa per decreto

Il decreto scuola integrazione approvato dal Consiglio dei ministri il 25 settembre 2026 accende il dibattito sull’inclusione degli studenti di origine straniera. Il provvedimento interviene sulla composizione delle classi, sulla conoscenza della lingua italiana e sul coinvolgimento delle famiglie, introducendo criteri legati anche alla nascita in Italia e al percorso scolastico già svolto. A commentare sono Foad Aodi e Nadir Aodi per la rete AMSI, UMEM, CO-MAI, Uniti per Unire e per il Manifesto Internazionale Interculturale Unione per l’Italia. Il giudizio è netto. Accolte solo in parte le criticità. L’integrazione non si impone per legge.

A Roma il governo ha scelto la strada del decreto legge. L’obiettivo dichiarato è rendere più equilibrata la distribuzione degli alunni e rafforzare la competenza linguistica. Per la rete associativa che riunisce medici di origine straniera, comunità del mondo arabo, unione medica euromediterranea e movimenti interculturali, la norma recepisce solo in parte le riflessioni emerse nei giorni scorsi nei territori, nelle scuole e nelle associazioni.

Il Prof. Foad Aodi, medico ortopedico fisiatra, giornalista e divulgatore scientifico internazionale, esperto in Salute Globale, membro del Registro Esperti FNOMCeO e docente dell’Università di Tor Vergata, fondatore del Movimento Politico Interculturale Internazionale Unione per l’Italia, e il Dott. Nadir Aodi, podologo, vice Segretario Generale AMSI e Uniti per Unire, coordinatore del Dipartimento Gioventù e Nuove Generazioni, portano un punto di vista che nasce dall’esperienza diretta con le comunità.

Secondo loro, il vero nodo non è solo normativo. L’integrazione si costruisce con il dialogo tra Stato e cittadini. Lo Stato deve creare strumenti, opportunità e condizioni. Il cittadino deve assumersi responsabilità, rispettare le regole, conoscere la lingua e partecipare alla società. Se manca una delle due parti, non esiste vera integrazione.

Cosa prevede il decreto scuola sull’integrazione degli studenti di origine straniera

Il decreto introduce nuove disposizioni per l’integrazione. Non si limita a guardare la cittadinanza o l’origine geografica. Guarda anche alla condizione linguistica reale del bambino e al percorso già compiuto nel sistema scolastico nazionale. È un cambio di approccio che sposta l’attenzione dal passaporto alla competenza.

Il testo interviene su tre livelli. Composizione delle classi, per evitare concentrazioni che rendono difficile l’apprendimento. Conoscenza della lingua italiana, come prerequisito per seguire le lezioni e partecipare alla vita scolastica. Coinvolgimento delle famiglie, perché senza alleanza educativa tra scuola e genitori l’inclusione resta fragile.

Per le scuole di Milano, Torino, Bologna e Napoli, dove la presenza di alunni con background migratorio è più alta, la norma avrà un impatto immediato sull’organizzazione didattica. Anche a Palermo e a Firenze i dirigenti scolastici attendono le circolari applicative per capire come tradurre i criteri in pratica.

Accolte solo in parte le criticità, l’integrazione non si impone per legge

Foad Aodi e Nadir Aodi lo dicono con chiarezza. Il decreto recepisce solo in parte le criticità. Il punto centrale resta un altro. L’integrazione non si fa per decreto e non si può pensare di renderla reale semplicemente imponendola per legge. La norma può indicare una direzione. Non può creare da sola appartenenza.

La rete AMSI, UMEM, CO-MAI, AISCNEWS, CISC NETWORK e il Movimento Internazionale Uniti per Unire richiama i principi del Manifesto Internazionale Interculturale Unione per l’Italia. L’integrazione è un processo a due vie. Richiede investimento pubblico in strumenti e richiede impegno personale nel rispettare le regole, imparare la lingua, partecipare.

Se lo Stato offre corsi di italiano insufficienti, se mancano mediatori culturali, se il coinvolgimento delle comunità è formale, la legge da sola non basta. Allo stesso modo, se manca la volontà di integrarsi, ogni strumento resta vuoto. Il dialogo è la condizione che tiene insieme diritti e doveri.

Continuiamo a curare i sintomi con l’aspirina o l’antibiotico

Secondo Aodi e Nadir, il decreto riporta alla luce un limite più generale delle politiche migratorie italiane. Continuiamo a curare i sintomi del fenomeno migratorio senza affrontarne le cause. È come intervenire con un’aspirina o, qualche volta, con un antibiotico, senza arrivare alla diagnosi e alla cura complessiva del problema.

Alla base c’è l’incapacità politica di contrastare efficacemente l’immigrazione irregolare e, parallelamente, la mancanza di proposte concrete e di una politica organica dell’integrazione. Si interviene quando il problema arriva nelle scuole, nei Comuni, nei servizi o nei territori, mentre manca troppo spesso un lavoro precedente di governo del fenomeno.

Le scuole diventano così il luogo dove esplodono contraddizioni che arrivano da lontano. La classe è lo specchio della società. Se non c’è stata prevenzione, programmazione e coinvolgimento delle comunità di origine straniera prima, l’insegnante si trova da solo a gestire complessità linguistiche, culturali e sociali che richiederebbero una rete più ampia.

Manca una strategia, responsabilità trasversale dei governi

Negli anni abbiamo assistito a politiche migratorie, accordi internazionali, vertici e incontri che non hanno prodotto una soluzione strutturale. È un fallimento che Foad Aodi e Nadir Aodi non attribuiscono a un solo governo o a un solo colore politico. Riguarda trasversalmente i governi che si sono succeduti alla guida dell’Italia.

Non c’è stata sufficiente prevenzione, non c’è stata programmazione e soprattutto non c’è stato un vero coinvolgimento delle comunità di origine straniera. Si è parlato moltissimo degli immigrati e troppo poco con gli immigrati e con i professionisti, le associazioni e le nuove generazioni che conoscono dall’interno queste realtà.

Troppo spesso l’immigrazione è stata trattata come un fenomeno invisibile fino al momento in cui diventava emergenza. A quel punto si è intervenuti sui sintomi senza affrontare il fenomeno nella sua complessità sociale, culturale, economica e internazionale. Le scuole di Verona, Brescia e Padova hanno vissuto la stessa dinamica, con picchi di iscrizioni non accompagnati da risorse stabili.

In Italia ha fallito il multiculturalismo dove ha fallito la politica dell’integrazione

Dobbiamo avere il coraggio di dirlo, affermano Foad Aodi e Nadir Aodi. Anche in Italia il multiculturalismo ha fallito laddove ha fallito la politica nel costruire una vera integrazione. La presenza nello stesso territorio di persone provenienti da Paesi e culture differenti non produce automaticamente integrazione.

Se non esistono dialogo, partecipazione, conoscenza della lingua, responsabilità reciproca e coinvolgimento delle comunità, rischiamo semplicemente di avere realtà che convivono senza conoscersi. La convivenza senza conoscenza genera diffidenza. La diffidenza genera distanza. La distanza rende più difficile la scuola, il lavoro, la vita nei quartieri.

Per questo la rete associativa sostiene un modello fondato sul coinvolgimento diretto delle comunità e sul rapporto tra Stato e cittadino. Non si può costruire una politica dell’integrazione senza coinvolgere proprio coloro che quell’integrazione devono viverla ogni giorno, a Genova come a Bari, nei piccoli comuni come nelle grandi città.

Positivo non fermarsi all’origine e guardare alla condizione linguistica reale

Nel provvedimento approvato, Aodi e Nadir individuano anche un elemento positivo. Considerano positivo che la valutazione della situazione del bambino non venga ridotta semplicemente alla sua origine geografica o alla cittadinanza, ma tenga conto anche della sua effettiva condizione e del percorso scolastico svolto in Italia.

Il vero problema da affrontare è la capacità di comprendere la lingua, seguire le lezioni e partecipare pienamente alla vita scolastica. Le difficoltà linguistiche possono riguardare anche bambini provenienti da altri Paesi europei. Essere europei non significa automaticamente conoscere l’italiano. Se un bambino arriva in Italia senza conoscere sufficientemente la nostra lingua, il problema educativo esiste indipendentemente dal suo passaporto e deve essere affrontato con strumenti linguistici e didattici.

Questo approccio evita generalizzazioni e riduce il rischio di etichettare i bambini in base all’origine. Sposta l’attenzione sul bisogno educativo concreto. Richiede però strumenti seri. Corsi di italiano come seconda lingua, laboratori, supporto individualizzato, formazione dei docenti, mediatori culturali stabili e non a chiamata.

Pensiamo anche ai bambini italiani che vivono nel mondo

Per Foad Aodi e Nadir Aodi esiste un principio di reciprocità che dovrebbe accompagnare ogni intervento legislativo sull’integrazione scolastica. Lo stesso problema riguarda i bambini italiani che vivono all’estero. Anche loro affrontano difficoltà linguistiche quando entrano in un nuovo sistema scolastico.

Se chiediamo integrazione e conoscenza della lingua a chi arriva in Italia, dobbiamo chiedere lo stesso rispetto per i nostri connazionali all’estero e garantire loro strumenti simili. La reciprocità rende la norma più giusta e più comprensibile alle famiglie.

È un richiamo che tocca anche le comunità italiane a Londra, Parigi e Berlino, dove i bambini italiani affrontano percorsi di inserimento scolastico con le stesse difficoltà linguistiche. L’integrazione non è un tema solo italiano. È un tema globale.

Cosa chiedono AMSI, UMEM, CO-MAI e Uniti per Unire

La richiesta della rete è chiara. Prevenzione prima dell’emergenza. Programmazione pluriennale e non decreti spot. Coinvolgimento reale delle comunità, delle associazioni, dei professionisti di origine straniera e delle nuove generazioni. Dialogo strutturato tra istituzioni e cittadini.

Chiedono che la scuola non sia lasciata sola. Che il Ministero dell’Istruzione lavori con il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, con gli enti locali, con le Asl per la dimensione sanitaria e con le associazioni per la dimensione culturale. L’integrazione è trasversale. Non si esaurisce in una circolare.

Chiedono anche che si distingua tra immigrazione regolare e irregolare, tra bisogno di controllo e bisogno di inclusione. Senza chiarezza su questi piani, ogni decreto rischia di essere letto come una risposta emotiva e non come una politica organica.

Scuola, famiglie e comunità, cosa serve davvero in classe

Nella pratica, cosa serve davvero. Servono test linguistici all’ingresso non punitivi ma orientativi. Servono percorsi di italiano potenziato nei primi mesi, con ore aggiuntive e non sottratte ad altre materie. Serve formazione per i docenti sull’insegnamento in classi multiculturali.

Serve coinvolgere le famiglie, con incontri in orari compatibili con il lavoro, con mediatori che aiutino a comprendere il patto educativo, con materiali plurilingue che spieghino il funzionamento della scuola italiana. A Roma e a Milano alcune scuole hanno già sperimentato sportelli di ascolto per genitori stranieri con risultati positivi.

Serve soprattutto continuità. Un bambino che nasce in Italia e fa tutto il percorso scolastico qui ha bisogni diversi da un bambino appena arrivato. Il decreto riconosce questa differenza. È un passo avanti. Ora deve essere accompagnato da risorse stabili e da un monitoraggio degli esiti, non solo da adempimenti formali.

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