Denise Cosco morta suicida figlia di Lea Garofalo: aveva 35 anni, stessa età della madre uccisa dalla ‘ndrangheta
Denise Cosco morta suicida figlia di Lea Garofalo è la notizia che ha sconvolto l’Italia. Morta suicida Denise Cosco, figlia di Lea Garofalo, testimone di giustizia che pagò con la vita la scelta di ribellarsi alla ‘ndrangheta. Il suicidio a 35 anni, stessa età della madre quando fu uccisa. Una coincidenza che spezza il cuore e che riapre una ferita mai chiusa nella lotta alla mafia.
Domani verrà eseguita l’autopsia. L’esame autoptico è stato disposto dalla procura di Velletri che ha aperto un fascicolo per istigazione al suicidio contro ignoti. Secondo quanto ricostruito Denise si è gettata domenica dal terzo piano della palazzina dove viveva ad Ariccia insieme con il compagno e il figlio. Soccorsa sul posto, dove sono intervenuti i carabinieri, è stata trasferita all’ospedale San Camillo di Roma dove è morta questa mattina.
Il pm Domenico Vicario della procura di Velletri, guidata dal procuratore Carlo Villani, ha anche disposto il sequestro del cellulare che ora verrà analizzato. Un atto dovuto per capire cosa abbia spinto una donna che aveva già sfidato la ‘ndrangheta più feroce a compiere un gesto estremo, dopo quattro giorni di agonia in ospedale.
La storia di Denise è indissolubilmente legata a quella di sua madre Lea. Due donne, 35 anni, la stessa età, lo stesso destino spezzato dalla ‘ndrangheta, anche se in modo diverso. Una uccisa, l’altra morta dopo una vita sotto protezione, sotto falso nome, nel silenzio di una località segreta.
Chi era Lea Garofalo, la madre testimone di giustizia uccisa nel 2009
Era il 24 novembre 2009 quando Lea Garofalo, 35enne originaria di Petilia Policastro, nel Crotonese, scomparve, sequestrata e uccisa dalla ‘ndrangheta. La sua storia affonda le radici nella cosiddetta faida di Pagliarelle, una sanguinosa guerra di ‘ndrangheta esplosa all’inizio degli anni Settanta. Suo padre Antonio venne ucciso in quel conflitto quando Lea aveva appena nove mesi.
Lea era legata a Carlo Cosco, esponente della ‘ndrangheta attiva tra Petilia Policastro e Milano. Una relazione violenta, fatta di soprusi, dalla quale Lea aveva provato più volte a fuggire. Voleva un’altra vita per sé e per sua figlia Denise. Per questo aveva iniziato a collaborare con la giustizia, testimone di giustizia, non collaboratrice, perché non era mai stata affiliata.
Parlo per amore di mia figlia, disse ai magistrati. E con sua figlia finì sotto protezione. Ad aiutarla don Luigi Ciotti e tanti volontari di Libera, in particolare l’avvocato Enza Rando. Lea aveva denunciato gli affari di droga del clan Cosco a Milano, aveva raccontato faide, omicidi, estorsioni.
Poi il tradimento. Nel 2009 Lea lascia il programma di protezione. Torna a Milano, si fida dell’ex compagno Carlo Cosco che le promette soldi per la figlia. Viene sequestrata, strangolata, il suo corpo bruciato e fatto a pezzi a Monza. Il corpo di Lea, dopo il suo assassinio, fu fatto a pezzi e bruciato e non sarebbe stato possibile procedere al suo pur parziale ritrovamento, se l’ex fidanzato della figlia Denise Cosco, coinvolto nelle azioni di occultamento e distruzione del cadavere, spinto dal rimorso e dal pentimento, non avesse parlato.
Chi era Denise Cosco, la figlia che fece condannare il padre
Denise Cosco aveva 18 anni quando sua madre scomparve. Da subito capì che il padre le mentiva. Ebbe il coraggio che pochi hanno, testimoniò contro il padre Carlo Cosco e gli uomini coinvolti nell’omicidio della madre. Fece condannare il padre all’ergastolo, insieme a Vito Cosco, Rosario Curcio e Massimo Sabatino, 25 anni di reclusione per Carmine Venturino.
Conferma l’ergastolo per Carlo e Vito Cosco, Rosario Curcio e Massimo Sabatino, recita la sentenza della Corte d’Appello. Il risarcimento dei danni per le parti civili, la figlia, la madre e la sorella di Lea Garofalo e il comune di Milano. Denise scelse la verità, non il sangue.
Da allora Denise ha vissuto nel silenzio di una località protetta, sotto falso nome. È morta a 35 anni Denise Cosco, figlia di Lea Garofalo, la testimone di giustizia uccisa dalla ‘ndrangheta nel 2009. Denise, che aveva testimoniato contro il padre Carlo Cosco e gli uomini coinvolti nell’omicidio della madre, si è tolta la vita. Una vita segnata dal trauma, dalla protezione, dalla paura di essere riconosciuta.
Denise Cosco se ne è andata a 35 anni. È la stessa età che aveva sua madre, Lea Garofalo, quando fu uccisa a Milano nel novembre del 2009. Lea Garofalo aveva provato a staccarsi dalla ‘ndrangheta. Voleva un’altra vita per sé e per sua figlia. Dopo l’omicidio, Denise scelse di non tacere. Fece condannare il padre e gli altri responsabili, testimoniando in aula con una fermezza incredibile per una ragazza così giovane.
Il suicidio ad Ariccia e l’inchiesta di Velletri
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, il dramma si è consumato domenica, quando la donna si è lanciata da una finestra della palazzina dove viveva ad Ariccia, in provincia di Roma, insieme con il compagno e il figlio piccolo. Soccorsa, è stata trasferita al San Camillo di Roma dove è morta dopo quattro giorni di agonia.
Il 10 settembre 2026 la figlia Denise è morta suicida all’età di 35 anni, esattamente la stessa età in cui morì la madre, riporta anche Wikipedia nella scheda di Lea Garofalo, a dimostrazione di come questa data sia già entrata nella storia della lotta alla ‘ndrangheta.
La procura di Velletri, guidata dal procuratore Carlo Villani, con il pm Domenico Vicario, ha aperto un fascicolo per istigazione al suicidio contro ignoti. Un atto dovuto quando c’è un suicidio di una persona sotto protezione, ex testimone. Verrà eseguita l’autopsia domani e verrà analizzato il cellulare sequestrato dai Carabinieri intervenuti ad Ariccia.
Perché Denise è morta, l’abbandono dei figli dei testimoni di giustizia
È morta suicida Denise, figlia di Lea Garofalo, la donna calabrese simbolo della scelta di libertà contro la ‘ndrangheta, testimone di giustizia, uccisa nel 2009 dall’ex compagno Carlo Cosco. Una scelta di libertà, una scelta di mamma. La sua morte riapre il tema più doloroso denunciato in queste ore anche da Luigi Bonaventura, collaboratore di giustizia da 20 anni, siamo soli, soprattutto i nostri figli, che sono lasciati soli.
Bonaventura, che ha creato l’associazione Sostenitori dei Collaboratori e Testimoni di Giustizia con la moglie Paola, scrive, questo paese deve capire che si deve fare di più per i Collaboratori di Giustizia, per tutti i Denuncianti e soprattutto per i loro familiari, donne e figli innocenti che subiscono le giuste scelte dei loro padri o madri. Non esiste legalità senza i denuncianti.
Denise ne è l’esempio più tragico. Dopo aver testimoniato, ha vissuto sotto falso nome, senza poter dire chi era, senza radici, con la paura costante. Un figlio di testimone non sceglie, subisce. Subisce l’etichetta di infame, l’isolamento a scuola, il trasferimento continuo, la perdita di identità. E spesso, quando il programma di protezione finisce, resta solo.
Le parole di Don Ciotti e Libera, una scia di dolore senza fine
Una scia di dolore senza fine, Denise, la figlia di Lea Garofalo, si è tolta la vita a 35 anni, titola Progetto San Francesco. Don Luigi Ciotti, che aveva aiutato Lea e Denise, ha espresso parole di dolore profondo. Lea e Denise erano state accolte da Libera, avevano trovato in Enza Rando e nei volontari una nuova famiglia.
Lea Garofalo è diventata simbolo, le sono state dedicate strade, scuole, premi, film. Ma sua figlia è vissuta nell’ombra, come tutti i figli dei testimoni. La sua morte a 35 anni, stessa età della madre, è un simbolo che interroga lo Stato, perché un paese che non protegge i figli di chi denuncia la ‘ndrangheta, ha già perso.
Ancora una volta la ‘ndrangheta, le mafie, hanno vinto e stanno festeggiando nell’indifferenza di tanti la morte di un infame, scrive Bonaventura, dolore e sgomento per la perdita di Denise, con un cuore rosso. Un cuore spezzato come quello di Denise, che non ha retto il peso di una vita da testimone.
Cosa succede ora, autopsia e verità per Denise
Domani l’autopsia chiarirà le cause della morte. Il cellulare potrebbe contenere messaggi, richieste di aiuto, segnali. La procura di Velletri vuole capire se ci siano state pressioni, minacce, istigazioni. Perché Denise, che aveva avuto il coraggio di sfidare suo padre, il boss Carlo Cosco, non ce l’ha fatta più.
La sua storia non deve finire con un suicidio ad Ariccia. Deve diventare una legge, un fondo per i figli dei testimoni, un reato di apologia alle mafie, come chiede Bonaventura da 20 anni, un supporto psicologico vero, non a termine. Perché non esiste legalità senza i denuncianti, e non esiste giustizia se i figli di chi denuncia muoiono a 35 anni, come le loro madri uccise dalla ‘ndrangheta.
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