DSA nei bambini: e se il problema fosse il nostro modo di osservarli.

Che cosa sono i DSA

“I Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA) sono disturbi del neuro-sviluppo che riguardano la capacità di leggere, scrivere e calcolare in modo corretto e fluente e che si manifestano con l’inizio della scolarizzazione”.

Per oltre trent’anni ho lavorato con migliaia di bambini con DSA nei bambini, scrive Baroncini. Molti arrivavano con una diagnosi già scritta su un foglio, altri con etichette molto più pesanti, quelle che non si scrivono nei referti ma che restano addosso per anni: pigro, svogliato, poco intelligente, non si impegna abbastanza. Ho visto genitori stanchi e insegnanti frustrati, ma soprattutto ho visto bambini che avevano smesso di credere di potercela fare.

Ogni volta mi facevo la stessa domanda. E se fossimo noi a guardarli nel modo sbagliato? E se la fatica che vediamo non fosse mancanza di volontà, ma l’espressione di un modo diverso di funzionare, di elaborare, di sentire il mondo? Questa domanda non mi ha più lasciato e ha guidato ogni scelta professionale che ho fatto da allora.

Negli anni ho capito una cosa semplice e dirompente. La mia vera scuola non è stata l’università. Non sono stati i master. Non sono stati i congressi. La mia vera scuola sono stati i bambini. Sono stati loro a insegnarmi che dietro una difficoltà di lettura può nascondersi una straordinaria capacità di vedere connessioni che altri non vedono.

Sono loro che mi hanno mostrato che dietro un errore può esserci un ragionamento diverso, non sbagliato. Che dietro una sofferenza scolastica può esistere un talento che aspetta soltanto qualcuno capace di riconoscerlo. Per questo ho deciso di scrivere un libro, non per dire alle persone cosa devono pensare, ma per condividere una domanda che mi accompagna da una vita: e se il problema non fosse il bambino, ma il modo in cui lo osserviamo?

Cosa sono davvero i DSA e perché continuiamo a fraintenderli

Quando parliamo di disturbi specifici dell’apprendimento parliamo di dislessia, disortografia, disgrafia e discalculia. La definizione clinica ci dice che si tratta di disturbi del neurosviluppo che riguardano abilità specifiche come leggere, scrivere e fare calcoli, in assenza di deficit intellettivi, sensoriali o di mancata scolarizzazione. È una definizione corretta, ma incompleta.

Il rischio è fermarsi all’etichetta. Se vediamo solo il punteggio basso in un test di lettura, vediamo un deficit. Se osserviamo il bambino mentre affronta quel compito, vediamo molto di più. Vediamo lo sforzo, la strategia compensativa che inventa in tempo reale, lo sguardo che cerca un appiglio, il corpo che si irrigidisce. Vediamo un sistema che sta cercando di funzionare in un contesto che non è stato pensato per lui.

Nella mia esperienza da fisioterapista, osteopata e ricercatore sul campo, ho imparato a non separare mai l’apprendimento dal corpo. Un bambino non è solo una mente che legge. È un corpo che respira, che si muove, che tiene un equilibrio, che elabora informazioni sensoriali. Molti bambini con DSA che ho incontrato presentavano anche una storia di goffaggine motoria, di affaticamento posturale, di difficoltà di coordinazione oculo-manuale, di ipersensibilità sensoriale.

Questo non significa che il DSA sia un problema posturale. Significa che l’apprendimento è un atto globale. Se un bambino spende una quantità enorme di energia solo per stare seduto, per mantenere l’attenzione visiva sulla pagina, per controllare la mano che scrive, quanta energia gli resta per decodificare le parole? Guardare solo la lettura significa guardare solo la punta dell’iceberg.

Le etichette che fanno più male della diagnosi

C’è una frase che ho sentito centinaia di volte dai genitori: mio figlio è stato definito pigro. La pigrizia non esiste, dal punto di vista clinico. Esiste un bambino che ha smesso di provarci perché ogni tentativo si è trasformato in un fallimento. Esiste un meccanismo di protezione. Se mi dico che non mi interessa, soffro meno.

Quando un bambino viene chiamato svogliato o poco intelligente, accade qualcosa di profondo. L’identità comincia a costruirsi attorno a quell’etichetta. Non dice più ho difficoltà a leggere, dice io sono sbagliato. E da lì è molto difficile tornare indietro. La diagnosi di DSA, se ben spiegata, dovrebbe fare l’esatto opposto: liberare, non imprigionare. Dovrebbe dire al bambino: il tuo modo di funzionare è diverso, non sei meno intelligente, hai solo bisogno di strade diverse.

Ho visto bambini cambiare in poche settimane non perché fossero diventati più bravi a leggere, ma perché finalmente qualcuno aveva cambiato sguardo su di loro. Un insegnante che smette di correggere ogni errore in rosso e inizia a chiedere come hai fatto a pensarlo? Un genitore che smette di dire impegnati di più e inizia a dire aiutami a capire dove ti blocchi. Lo sguardo è un atto terapeutico.

Dietro una difficoltà si nasconde spesso un talento

Una delle cose più sorprendenti che i bambini mi hanno insegnato è che dietro una difficoltà di lettura può nascondersi una straordinaria capacità di vedere connessioni che altri non vedono. Molti dei bambini dislessici che ho seguito avevano un pensiero visivo potentissimo, una creatività fuori dal comune, una capacità di ragionamento per immagini, una sensibilità empatica molto alta.

Non è romanticismo. Non sto dicendo che la dislessia è un dono. La sofferenza di questi bambini è reale, concreta, quotidiana. Sto dicendo che se osserviamo solo ciò che non funziona, perdiamo metà del quadro. E perdiamo proprio la metà su cui possiamo costruire l’intervento più efficace.

Vi faccio un esempio. Un bambino che confonde b e d non è distratto. Sta facendo un’operazione mentale complessa: sta ruotando una forma nello spazio. Per lui quella lettera è un oggetto tridimensionale, non un simbolo bidimensionale fisso. È un errore dal punto di vista della lettura convenzionale, ma è un’intelligenza dal punto di vista del pensiero spaziale. Se lo puniamo per l’errore, spegniamo anche quell’intelligenza.

Il mio lavoro è sempre partito da qui: osservare come il bambino impara, non solo quanto sbaglia. Qual è il suo canale preferenziale? Come organizza il corpo quando è attento? Cosa succede al suo respiro quando è in difficoltà? Quali strategie inventa spontaneamente? Lì dentro ci sono le indicazioni per aiutarlo davvero.

Il corpo non mente: cosa mi hanno insegnato 30 anni di osservazione

Essere fisioterapista e osteopata mi ha dato un punto di osservazione privilegiato. Mentre altri guardavano il quaderno, io guardavo il bambino. Guardavo come stava seduto, come appoggiava i piedi, come muoveva gli occhi, come respirava quando leggeva ad alta voce.

Ho notato schemi ricorrenti. Bambini che trattengono il respiro durante la lettura, come se leggere fosse un’apnea. Bambini che stringono la penna con una forza eccessiva, fino a far diventare bianche le nocche, perché il controllo grafomotorio non è ancora automatizzato. Bambini che non riescono a stare fermi perché il movimento è l’unico modo che hanno per mantenere attivo il sistema nervoso e restare attenti.

Queste non sono cattive abitudini da correggere. Sono segnali. Il corpo ci sta dicendo che il carico è troppo alto. Invece di chiedere al bambino di stare fermo e concentrarsi, dovremmo chiederci come possiamo abbassare il carico, come possiamo rendere il compito più accessibile al suo sistema.

La ricerca sul campo mi ha portato a integrare valutazioni che di solito non si associano ai DSA: la valutazione delle funzioni visive e oculomotorie, l’integrazione dei riflessi primitivi, l’equilibrio, la propriocezione, la coordinazione. Non perché il DSA dipenda da queste funzioni, ma perché un sistema che funziona meglio nel suo insieme ha più risorse da dedicare all’apprendimento.

Cambiare sguardo significa cambiare intervento

Se il problema non è il bambino ma il modo in cui lo osserviamo, allora cambia tutto anche il modo in cui interveniamo. Non si tratta più di riparare un difetto, ma di creare un contesto in cui quel bambino possa funzionare al meglio.

A scuola questo significa, ad esempio, smettere di pensare agli strumenti compensativi come a dei facilitatori ingiusti. La sintesi vocale, le mappe, il computer non sono scorciatoie. Sono occhiali per chi non vede bene da vicino. Non rendono più facile la verifica, rendono possibile l’accesso al contenuto. E questo è un diritto, non un privilegio.

A casa significa cambiare linguaggio. Invece di dire hai letto male, possiamo dire ho notato che ti sei bloccato su quella parola, cosa è successo? Invece di dire sei lento, possiamo dire prenditi il tempo che ti serve, io sono qui. Sembrano frasi piccole, ma per un bambino che si sente giudicato ogni giorno, sono rivoluzionarie.

Nel lavoro terapeutico significa non allenare solo la funzione deficitaria in modo ripetitivo e frustrante. Significa partire dai punti di forza. Se un bambino impara meglio muovendosi, facciamolo muovere. Se impara meglio con le immagini, usiamo le immagini. Se ha bisogno di toccare, facciamogli toccare. L’apprendimento passa dal corpo, non solo dalla testa.

Il libro che nasce dai bambini

Per questo ho deciso di scrivere un libro. Non è un manuale tecnico sui DSA nei bambini. Ne esistono già di ottimi. Non è un libro che vuole dire alle persone cosa devono pensare. È un libro che vuole condividere una domanda.

È un libro fatto di storie reali, di bambini che ho incontrato, di errori che ho fatto io per primo quando guardavo solo il sintomo e non la persona. È un libro per genitori che si sentono persi davanti a una diagnosi, per insegnanti che ogni giorno cercano di fare del loro meglio in classi sempre più complesse, per terapisti che sentono che manca un pezzo nel loro modo di osservare.

Se anche una sola persona, leggendo queste righe, inizierà a guardare un bambino con occhi diversi, allora questo spazio avrà già raggiunto il suo scopo. Se un insegnante domani entrerà in classe e invece di vedere il bambino che non legge, vedrà il bambino che sta cercando con tutte le sue forze di trovare una strategia per leggere, avremo già vinto.

Benvenuti. Sono Davide Baroncini. Fisioterapista, osteopata, ricercatore sul campo. E, prima di tutto, uno che continua ogni giorno a imparare dai bambini. E la lezione più importante che mi hanno insegnato è questa: non esistono bambini che non vogliono imparare. Esistono bambini che aspettano che qualcuno trovi la chiave giusta per farli brillare.

Fonte Davide Baroncini.

 

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