Ex Ilva Taranto, scattano i licenziamenti: 2500 lavoratori dell’indotto a casa. Cosa è successo e cosa si può ancora fare
Il 4 settembre 2026 sono partite le lettere di licenziamento per 2500 lavoratori dell’indotto ex Ilva di Taranto. La crisi dell’acciaieria più grande d’Europa diventa bomba sociale. Storia, errori e soluzioni possibili.
Ex Ilva Taranto: 2500 lettere di licenziamento per l’indotto. La fabbrica che non muore mai e una città che non può più aspettare
È arrivata come uno schiaffo in una mattina di settembre. Non una voce, non un’ipotesi. Sono lettere vere, protocollate, firmate. Ventotto aziende diverse, un unico mittente: l’AIGI, l’Associazione delle imprese dell’indotto Ilva. Destinatari: i sindacati. Contenuto: avvio della procedura di licenziamento collettivo per oltre 2.500 unità. 56f0de45
A Taranto, il 4 settembre 2026 segnerà uno spartiacque. Non è solo la fine di un posto di lavoro per 2500 famiglie. È la certificazione ufficiale di un effetto domino che tutti avevano previsto e che nessuno è riuscito a fermare.
Cosa è successo davvero il 4 settembre
Le lettere sono state trasmesse ai sindacati nella stessa giornata. L’AIGI, con profondo rammarico, comunica e trasmette in allegato le lettere relative alla procedura di licenziamento collettivo che coinvolgerà un numero di lavoratori superiore alle 2.500 unità. 6e99
La motivazione addotta dalle imprese è brutale nella sua semplicità: la scadenza fissata già a ottobre per la chiusura dell’area a caldo. Se gli altoforni si fermano, l’indotto si ferma prima. Manutenzione, coibentazione, logistica, trasporti, pulizie industriali, servizi: senza colata, non c’è nulla da appaltare. de455e63
Il paradosso è che queste lettere partono mentre ancora pende un’istanza di sospensiva presentata alla Corte d’Appello di Milano dalle amministrazioni straordinarie di Ilva spa e Acciaierie d’Italia, che sarà discussa il 9 settembre. In pratica, le aziende dell’indotto hanno deciso di non aspettare la giustizia. Hanno deciso che non c’è più tempo. 3b17
Immediata la reazione sindacale. Fim Cisl parla di totale dissenso: “Respingiamo con tutta la nostra determinazione e ribadiamo il nostro fermo e totale dissenso alla comunicazione ricevuta oggi da Aigi riguardo all’avvio della procedura di licenziamento collettivo per 28 aziende dell’Appalto e Indotti dell’ex Ilva, interessando circa 2.500 famiglie di lavoratori”. c3b58614
Fiom-Cgil è ancora più dura: “La situazione dell’ex Ilva è sempre più drammatica, come dimostrano le prime lettere di licenziamento collettivo arrivate oggi da parte di 28 aziende per un totale di 2.500 lavoratori. Abbiamo sempre detto che con la fermata dell’ex Ilva ci sarebbe stato un effetto domino a partire dall’indotto”. E aggiunge: l’Ilva si sta fermando non per il decreto della Corte, ma per l’incapacità del Governo di ascoltare e prendere decisioni. 3738
La politica si divide. Mentre a Bari la Premier Meloni festeggiava, a Taranto partivano 2500 lettere di licenziamento, attacca Elly Schlein. È la fotografia di un Paese spaccato in due. 5e63
Ripercorriamo quanto è stato fatto: 60 anni di storia che pesano come un macigno
Per capire oggi, bisogna tornare al 1960. Taranto, boom economico. Nasce Italsider, il polo siderurgico più grande d’Europa. Lavoro, case, migrazione dal Sud. Poi gli anni ’90, la privatizzazione, l’arrivo dei Riva. Produzione alle stelle, ma anche il cielo che diventa rosso, la diossina nel vento, i bambini che giocano con la polvere nera sui balconi.
La parabola dell’ex Ilva è stata raccontata anche in un podcast recente come “l’ascesa e il declino dello stabilimento Ex Ilva di Taranto, il polo siderurgico più importante del Mezzogiorno”. de55
Fase 1: L’illusione (2012-2018) – Sequestri, processo “Ambiente Svenduto”, la famiglia Riva condannata. Lo Stato entra con il commissariamento. Si parla per la prima volta di AIA, di ambientalizzazione, ma si continua a produrre.
Fase 2: L’ingresso di ArcelorMittal (2018-2020) – L’accordo da 1,8 miliardi sembra la svolta. Mittal promette forni elettrici, decarbonizzazione, rilancio. Poi la revoca dell’immunità penale, la pandemia, la fuga. Mittal vuole chiudere.
Fase 3: Lo Stato dentro e fuori (2020-2024) – Entra Invitalia con il 38%, nasce Acciaierie d’Italia. Ma il conflitto tra socio pubblico e privato è insanabile. Produzione ai minimi storici: da 8 milioni di tonnellate a meno di 3. Cassa integrazione cronica.
Fase 4: L’amministrazione straordinaria (2024-2026) – L’ultima spiaggia. Il governo mette in amministrazione straordinaria prima Ilva in AS, poi Acciaierie d’Italia. La realtà attuale, fotografata dalle istituzioni, è impietosa: circa 4mila lavoratori in CIGS a cui si aggiungono le 1.500 unità di Ilva in AS e le centinaia di dipendenti dell’indotto, anch’esso in crisi. Prima ancora di queste 2500 lettere. 4e2835d6
Nel 2025, Stato, Regione e istituzioni locali hanno sancito un impegno verso la decarbonizzazione. Sulla carta. Nei fatti, si è continuato a tenere in vita un impianto “necessario ma incompiuto”, mantenuto acceso per ragioni sistemiche ma senza una prospettiva industriale chiara. cfad87f0
575 milioni dei fondi sequestrati ai Riva, destinati alle bonifiche, sono stati dirottati sulla decarbonizzazione di Acciaierie d’Italia. Una scelta contestata da ambientalisti e comunità locale. 6406
Risultato: oggi Taranto ha il 20% di disoccupazione giovanile, un SIN (Sito di Interesse Nazionale) tra i più inquinati d’Europa e una fabbrica che produce meno di un terzo di quello che potrebbe.
Quanto si è sbagliato? Gli errori imperdonabili
Non aver mai scelto. Per 15 anni l’Italia ha inseguito l’ossimoro dell’acciaio sporco ma necessario. Ha provato a tenere insieme altoforni a carbone e transizione green, profitto privato e salute pubblica. Non si può. La decarbonizzazione non è una scelta di posizionamento, ma una condizione necessaria di legittimazione industriale e sociale. 87f0
Aver scaricato tutto sull’indotto. I dipendenti diretti hanno avuto, bene o male, ammortizzatori sociali, Accordo di programma, CIGS. L’indotto no. Sono piccole e medie imprese tarantine, con 15, 30, 80 dipendenti. Quando Ilva non paga, loro falliscono. Quando Ilva chiude, loro licenziano. Senza paracadute.
La mancanza di un Accordo di Programma vero. Se ne parla dal 2023. Emiliano scrive a Urso per sollecitare un Accordo di programma di decarbonizzazione. Decaro a giugno 2026 convoca sindacati a Bari: “Decarbonizzazione e reindustrializzazione per garantire lavoro e futuro a Taranto”. Melucci incontra Urso a Roma per la riconversione. Incontri, lettere, tavoli. Zero firma. 4e28487ad338
Cosa si dovrebbe e si potrebbe fare ORA: 5 mosse per non morire
Non è troppo tardi, ma quasi. Per le 2500 famiglie serve una risposta in 72 ore, non in 72 mesi.
1. Blocco immediato dei licenziamenti e CIGS straordinaria per l’indotto.
Il Governo deve usare lo stesso strumento usato per i diretti: cassa integrazione in deroga con causale “crisi siderurgica di interesse strategico nazionale”. Fim, Fiom e Uilm lo chiedono a gran voce: intervenga il Governo per bloccare le procedure. Non è assistenzialismo, è tenere in vita competenze che altrimenti emigrano e non tornano più.
2. Firmare l’Accordo di Programma con clausola sociale.
Basta rinvii. L’Accordo deve prevedere: a) chi si aggiudica gli impianti (gara per i compendi) deve assorbire prioritariamente l’indotto esistente; b) ogni euro pubblico per la decarbonizzazione è vincolato al mantenimento occupazionale; c) bonifiche affidate in via preferenziale alle stesse aziende dell’indotto, riqualificate. Trasformare chi puliva l’altoforno in chi bonifica il terreno.
3. Decarbonizzazione vera, non greenwashing.
Taranto non ha bisogno di una “mezza Ilva con forni elettrici, definita green a scopo promozionale e senza una vera prospettiva di decarbonizzazione”. Ha bisogno del modello europeo: DRI (Direct Reduced Iron) alimentato a idrogeno verde, forni elettrici alimentati da rinnovabili, parco eolico e fotovoltaico dedicato. Legambiente lo dice da anni: siderurgia e rinnovabili devono convivere imboccando senza tentennamenti la strada della decarbonizzazione. I 575 milioni già stanziati più i fondi del Fondo di Transizione Giusta UE (JTF) possono finanziare i primi 2 impianti DRI. Così si crea acciaio green, strategico per automotive ed elettrodomestici. d54fe52b35d6
4. Reindustrializzazione del quartiere Tamburi e del porto.
L’area a caldo che chiude libera 200 ettari. Non possono diventare un deserto. Servono: polo per il riciclo dell’acciaio, produzione di batterie, manifattura per l’eolico offshore (Taranto ha il porto e le competenze di carpenteria pesante). Un piano alla tedesca: come la Ruhr è passata dal carbone all’industria 4.0.
5. Un osservatorio indipendente su salute e lavoro.
La fiducia è a zero. I tarantini non credono più né all’azienda né allo Stato. Serve un ente terzo, con Arpa Puglia, ISS, sindacati e comitati cittadini, che pubblichi ogni mese dati su emissioni, ricoveri, assunzioni e avanzamento bonifiche. Trasparenza radicale.
Conclusione: Taranto non è un problema, è la soluzione
Raccontare Taranto solo come la città dei tumori o dei licenziamenti è un insulto. Taranto è la città che per 60 anni ha prodotto l’acciaio per costruire ponti, navi e ferrovie di tutta Italia, pagando un prezzo altissimo.
Oggi quei 2500 licenziamenti rischiano di essere la bomba sociale che fa saltare tutto. Ma possono anche essere l’ultima sveglia. 8614
Se l’Italia vuole davvero una siderurgia primaria, non può farlo senza Taranto. Se l’Europa vuole acciaio green, ha bisogno di un polo nel Mediterraneo. Se la Puglia vuole occupazione stabile, deve smettere di pensare a Taranto come a un peso e iniziare a pensarla come a un laboratorio nazionale per la transizione giusta.
Le lettere sono partite. Ora devono partire le risposte.



