Favole, massoneri, iniziazione
Favole, massoneri, iniziazione

Favole, Tradizione e Iniziazione: il linguaggio simbolico tra immaginazione e Massoneria

Un patrimonio nascosto sotto la superficie del racconto

Le favole, nella loro apparente linearità narrativa, si configurano, ad uno sguardo più penetrante, come autentici depositi di Tradizione, nel senso più alto e metastorico del termine. Esse non sono semplici costruzioni letterarie destinate all’infanzia, ma veicoli di trasmissione di un sapere arcaico, simbolico e iniziatico, che affonda le proprie radici in quella che René Guénon definirebbe la “Tradizione Primordiale”.

In tale prospettiva, la favola si rivela quale eco attenuata, ma non per questo meno significativa, di un linguaggio universale che trascende epoche, culture e religioni, conservando intatta la propria funzione di orientamento interiore. Il simbolismo fiabesco si inserisce infatti in una catena di corrispondenze analogiche che richiama il principio ermetico del “come in alto, così in basso”, attestato nella Tabula Smaragdina.

Il simbolo come chiave di accesso

La foresta, il castello, il viaggio, la prova, l’animale parlante: ciascun elemento partecipa a una grammatica simbolica che si ritrova tanto nei testi sacri quanto nei rituali iniziatici. In questo senso, il racconto tramandato si presenta come una forma “degradata” — nel senso tecnico guénoniano — di un insegnamento esoterico, reso accessibile attraverso immagini e narrazioni.

La nozione di Tradizione implica una trasmissione (traditio) non meramente orizzontale, ma verticale: essa proviene da un’origine trascendente e si comunica attraverso simboli, miti e riti. In tale quadro, la Massoneria si colloca come una delle organizzazioni iniziatiche che, pur operando in un contesto moderno, conserva tracce evidenti di questa eredità simbolica.

Elemire Zolla e la memoria del sacro

A questa linea interpretativa si collega profondamente il pensiero di Elemire Zolla, il quale insiste sulla funzione conoscitiva dell’immaginazione e del mito. Per Zolla, la fiaba non è evasione, ma “ricordo deformato di una conoscenza perduta”, traccia di un sapere originario che sopravvive in forme narrative accessibili anche quando le vie iniziatiche formali si sono rarefatte.

Egli evidenzia come le immagini fiabesche operino come “specchi dell’anima”, capaci di riflettere stati interiori e possibilità di trasformazione che sfuggono al linguaggio razionale. In questo senso, la favola diviene uno spazio immaginale nel quale il visibile e l’invisibile si compenetrano.

Il viaggio iniziatico: tra Bibbia e ritualità

Il tema del viaggio dell’eroe, centrale nella fiaba, trova un parallelismo nell’itinerarium mentis in Deum e nei percorsi iniziatici massonici. Il protagonista, lasciando la propria dimora, compie simbolicamente un exitus dal mondo profano, cui segue un reditus trasformato.

Questa dinamica è presente anche nelle Scritture: si pensi all’Esodo biblico o al principio evangelico:

“Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Giovanni 12,24).

La prova diviene così strumento di purificazione:

“L’oro si prova nel fuoco” (Siracide 2,5).

Trasmutazione e lavoro interiore

La pietra grezza della simbologia massonica trova un evidente parallelo nelle metamorfosi fiabesche: il rospo che diventa principe, la materia vile che si trasforma in oro. Questa dinamica richiama la tradizione alchemica, interpretata da Carl Gustav Jung come rappresentazione simbolica del processo di individuazione.

La favola, in questa chiave, diviene drammatizzazione di un processo interiore: un’opera al nero, al bianco e al rosso, tradotta in immagini accessibili all’immaginazione.

Una crisi del simbolo

Zolla parla di una vera e propria “amputazione della coscienza” nella modernità, incapace di cogliere il livello simbolico dell’esperienza. In questo contesto, tanto la favola quanto il rituale massonico assumono una funzione di riattivazione del senso profondo.

La Tradizione, come ricordava Frithjof Schuon, può esprimersi tanto nei miti quanto nei sistemi filosofici, purché vi sia un soggetto capace di decifrarla.

Conclusione: il ritorno al centro

In definitiva, favole e Massoneria convergono in un medesimo intento: guidare l’essere umano verso una conoscenza non meramente intellettuale, ma trasformativa. Esse indicano un cammino che non si percorre all’esterno, ma nel proprio spazio interiore.

In un’epoca dominata dalla letteralità e dalla velocità, recuperare il linguaggio simbolico significa restituire profondità all’esperienza. La favola, allora, non è più un racconto per l’infanzia, ma una mappa. E il simbolo non è ornamento, ma strumento.

Un invito, silenzioso ma persistente, a intraprendere il viaggio.

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