Griffe sotto inchiesta a Milano

La Procura di Milano acquisisce i documenti delle grandi griffe: l’ombra dei laboratori clandestini sulla moda di lusso ​Il settore della moda di lusso in Italia si trova nuovamente al centro di una tempesta giudiziaria che mette a nudo le fragilità della catena di fornitura. Milano. Con un’operazione mirata, la Procura acquisisce i documenti delle grandi griffe con l’obiettivo di fare luce sulle ramificazioni della produzione conto terzi e sui presunti collegamenti con opifici clandestini gestiti da cittadini cinesi. L’inchiesta, coordinata dai magistrati milanesi, non punta il dito direttamente contro i colossi della moda: nessun esponente dei marchi citati risulta infatti indagato. L’attenzione degli inquirenti è focalizzata sulla documentazione interna e, in particolare, sui modelli organizzativi adottati dalle aziende per prevenire reati e condotte illecite lungo la filiera. ​Tra i marchi coinvolti in questo specifico filone di accertamenti figurano nomi di assoluto rilievo internazionale, come Jacob Cohen Company, Goyard Italie, Stefano Ricci e Owenscorp Italia. L’acquisizione dei loro Modelli di Organizzazione, Gestione e Controllo (MOGD ex D.Lgs. 231/2001) serve a comprendere se i sistemi di vigilanza interni fossero effettivamente idonei a prevenire il ricorso involontario a intermediari e subfornitori irregolari, in cui i diritti dei lavoratori venivano sistematicamente calpestati. ​Il legame invisibile con gli opifici clandestini e le società terze ​La complessa architettura delle indagini si basa su un presupposto investigativo ormai consolidato: la frammentazione della produzione. Spesso le grandi case di moda affidano la realizzazione di capi di abbigliamento, borse e accessori a rinomati intermediari o a società terze formalmente in regola. Tuttavia, queste ultime, per massimizzare i profitti o far fronte a scadenze di consegna estremamente serrate, tendono a subappaltare parti della produzione a laboratori esterni non autorizzati. ​Secondo le risultanze investigative, i marchi Jacob Cohen, Goyard, Stefano Ricci e Owenscorp sarebbero risultati in contatto indiretto – attraverso una serie di passaggi societari intermedi – con la Moda Fashion Style (realtà già ampiamente nota alle forze dell’ordine e finita nel mirino degli inquirenti) e con Isacco, un altro opificio cinese ritenuto completamente irregolare e caratterizzato da gravi violazioni delle norme di sicurezza sul lavoro. ​La presenza di questa rete opaca di subfornitura mette in evidenza come la filiera della moda di lusso possa essere infiltrata da dinamiche di sfruttamento senza che la casa madre ne abbia diretta consapevolezza. Proprio per questa ragione, l’azione con cui la Procura acquisisce i documenti delle grandi griffe si rivela un passaggio tecnico fondamentale: serve a verificare se esista una discrepanza tra l’etica sbandierata nei bilanci di sostenibilità e la realtà operativa dei laboratori in cui quegli stessi abiti vengono cuciti. ​Moda Fashion Style e l’opificio Isacco: i nodi cruciali dell’inchiesta ​I nomi di Moda Fashion Style e dell’opificio Isacco non sono sconosciuti a chi segue le cronache giudiziarie milanesi. Si tratta di realtà produttive situate principalmente nell’hinterland di Milano e nella provincia di Monza e Brianza, caratterizzate da condizioni di lavoro spesso definite “para-schiavistiche”. Orari di lavoro estenuanti che superano le 14 ore giornaliere, assenza totale di sicurezza sui macchinari, paghe orarie ampiamente al di sotto dei minimi sindacali e, in molti casi, operai che vivono e dormono all’interno degli stessi spazi di lavoro, in ambienti igienico-sanitari degradati. ​L’opificio Isacco, in particolare, è stato descritto dagli investigatori come un classico esempio di laboratorio “ombra”. Qui la manodopera, quasi esclusivamente di origine cinese e spesso priva di regolare permesso di soggiorno, lavorava a ritmi serrati per produrre semilavorati destinati ad alimentare il mercato del lusso. Il collegamento tra questi laboratori e i prestigiosi marchi di moda avveniva attraverso intermediari che ripulivano, dal punto di vista burocratico, la provenienza della merce, applicando poi il prestigioso marchio “Made in Italy” che giustifica prezzi di vendita al pubblico da capogiro. ​Il ruolo dei modelli organizzativi e la responsabilità amministrativa ​Perché la magistratura si concentra sui modelli organizzativi se i brand non sono indagati? La risposta risiede nel Decreto Legislativo 231 del 2001, che disciplina la responsabilità amministrativa degli enti. Secondo questa normativa, un’azienda può essere ritenuta responsabile per i reati commessi nel suo interesse o a suo vantaggio da dipendenti o partner commerciali, a meno che non dimostri di aver adottato ed efficacemente attuato un modello di organizzazione e gestione idoneo a prevenire tali reati. ​Acquisendo i MOGD di Jacob Cohen, Goyard, Stefano Ricci e Owenscorp, la Procura di Milano intende analizzare i protocolli di selezione e controllo dei fornitori. Gli inquirenti vogliono capire se i controlli si limitassero a verifiche puramente cartolari (come la richiesta del DURC o di autocertificazioni) o se prevedessero ispezioni fisiche a sorpresa lungo tutta la catena, fino all’ultimo anello produttivo. Se un modello organizzativo si rivela inefficiente o applicato solo sulla carta, l’azienda rischia sanzioni pecuniarie pesantissime, l’interdizione dall’esercizio dell’attività o, come già accaduto ad altri colossi del settore nei mesi scorsi, l’amministrazione giudiziaria preventiva. ​La reazione del settore e la necessità di una riforma strutturale. ​La notizia che la Procura acquisisce i documenti delle grandi griffe ha inviato un segnale chiarissimo a tutto il comparto della moda italiana. Non è più tollerabile che il prestigio del “Made in Italy” sia edificato sulla sofferenza e sullo sfruttamento di manodopera vulnerabile. Molti dei marchi coinvolti, pur ribadendo la propria totale estraneità ai fatti e la propria buona fede, hanno avviato audit interni straordinari per ridefinire le politiche di procurement e selezione dei partner esterni. ​Il vero problema, tuttavia, appare strutturale. La pressione sui prezzi imposta dai mercati, unita alla richiesta di collezioni sempre più frequenti (le cosiddette capsule collection), spinge l’intera catena di fornitura verso una riduzione dei costi che spesso si traduce in tagli alla sicurezza e ai salari dei lavoratori. La transizione verso una moda realmente etica e sostenibile non può prescindere da una radicale semplificazione della filiera, da una maggiore trasparenza e da una tracciabilità totale e certificata tramite tecnologie moderne, come la blockchain, per garantire al consumatore finale l’effettiva integrità del prodotto acquistato. ​Conclusioni: verso una vigilanza attiva e costante ​L’inchiesta milanese sul caporalato e sullo sfruttamento della manodopera cinese nella moda di lusso segna un … Leggi tutto Griffe sotto inchiesta a Milano