13 Agosto 2026 20:33
Kashmir: un conflitto eterno o un gioco di potere globale?
Il cessate il fuoco tra India e Pakistan, annunciato il 10 maggio 2025, sembra reggere, almeno per ora. Dopo quattro giorni di attacchi missilistici, droni e scontri lungo la Linea di Controllo (LoC) nel Kashmir, che hanno lasciato decine di morti e migliaia di sfollati, le due potenze nucleari hanno dichiarato una tregua, mediata – secondo il presidente statunitense Donald Trump – dagli Stati Uniti. Ma mentre i leader mondiali, da Trump al Segretario Generale dell’ONU António Guterres, celebrano la “pace”, una domanda inquietante emerge: è davvero un conflitto tra India e Pakistan, o sono entrambi pedine in un gioco geopolitico più ampio?
La scintilla e l’escalation: un copione già visto?
Tutto è iniziato il 22 aprile con l’attacco terroristico a Pahalgam, nel Kashmir amministrato dall’India: 27 morti, tra cui 25 turisti indù, in un’azione rivendicata inizialmente da The Resistance Front (TRF), poi ritrattata. L’India ha puntato il dito contro il Pakistan, accusandolo di sostenere i militanti – un’accusa che Islamabad ha respinto, definendo l’attacco una possibile “operazione sotto falsa bandiera”. La risposta indiana non si è fatta attendere: il 7 maggio, l’Operazione Sindoor ha colpito nove siti in Pakistan e nel Kashmir amministrato dal Pakistan, causando, secondo Islamabad, 31 morti civili, tra cui bambini. Il Pakistan ha replicato abbattendo presunti aerei indiani e conducendo attacchi su basi militari indiane. Quattro giorni di caos, con il mondo “col fiato sospeso”, come ha dichiarato un ex colonnello intervistato da ABC News.
Poi, il 10 maggio, il cessate il fuoco: un annuncio arrivato prima da Trump su Truth Social, poi confermato da India e Pakistan. Ma la tregua è fragile. Esplosioni a Srinagar e Jammu poche ore dopo l’accordo, seguite da accuse reciproche di violazioni, hanno messo in evidenza la precarietà della situazione. I direttori generali delle operazioni militari dei due paesi dovrebbero parlarsi oggi, 12 maggio, ma le aspettative sono basse. “Un cerotto su una ferita che sanguina copiosamente”, ha commentato lo storico Sumantra Bose ad Al Jazeera, sottolineando che i parametri del conflitto India-Pakistan e della questione del Kashmir rimangono invariati, se non più tossici.
Un conflitto senza fine… o un interesse a mantenerlo vivo?
Il Kashmir è conteso dal 1947, con India e Pakistan che ne controllano porzioni ma ne rivendicano l’interezza. Due delle tre guerre tra i due paesi sono state combattute per questa regione, e la popolazione locale – spesso ignorata – ha pagato il prezzo più alto: oltre 100.000 morti dal 1989, secondo stime locali, e un’esistenza segnata da violenza e oppressione. Ma c’è un dettaglio che fa riflettere: i lunghi periodi di cessate il fuoco, come quello del 2003, non hanno mai portato a negoziati concreti. Perché?
Una risposta potrebbe essere interna: per l’India, il Kashmir è una questione di orgoglio nazionale, soprattutto dopo la revoca dello status speciale nel 2019; per il Pakistan, è un simbolo identitario per unire una popolazione divisa. Ma c’è un’altra possibilità, più inquietante: India e Pakistan potrebbero essere leve in un gioco di potere globale, dove il conflitto serve interessi che vanno oltre i loro confini.
Gli attori nascosti: chi guadagna dal caos?
Gli Stati Uniti hanno celebrato il loro ruolo di mediatori, con Trump che promette di “aumentare sostanzialmente” il commercio con entrambi i paesi e di trovare una soluzione al Kashmir “dopo mille anni” – una dichiarazione che ha irritato l’India, che considera la questione un affare bilaterale. Ma dietro la retorica della pace, gli interessi americani sono chiari. L’India è un alleato strategico per contenere la Cina, mentre il Pakistan, con il suo Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC), è un tassello cruciale nella scacchiera asiatica. Un conflitto irrisolto nel Kashmir distrae entrambi i paesi, impedendo loro di emergere come potenze autonome e mantenendoli dipendenti dall’Occidente.
E poi c’è l’industria delle armi. L’India, con un budget militare di 81 miliardi di dollari nel 2024, è uno dei maggiori importatori di armi al mondo, sempre più orientata verso fornitori occidentali come Francia e Stati Uniti. La Francia, con i suoi Rafale, e gli Stati Uniti, con i droni, vedono nell’escalation un’opportunità d’oro. Anche il Pakistan, pur legato alla Cina, potrebbe cercare tecnologia occidentale per bilanciare le forze. Un conflitto perpetuo garantisce profitti costanti: non è un caso che, mentre Trump annunciava il cessate il fuoco, approvava una vendita di 310 milioni di dollari in componenti per F-16, come riportato da Al Jazeera.
Il Regno Unito, con la sua eredità coloniale, non è da meno. La partizione del 1947, mal gestita da Londra, ha gettato le basi per il conflitto. Oggi, il Regno Unito si presenta come mediatore neutrale, ma i suoi interessi commerciali con India e Pakistan – rafforzati dalla diaspora di 2,7 milioni di persone – suggeriscono un’agenda meno altruista. La “pace” nel Kashmir è un’ottima scusa per stringere accordi commerciali, mantenendo un’influenza post-coloniale mascherata da diplomazia.
La pace in Ucraina e il “nuovo fronte” in Kashmir
Un dettaglio intrigante emerge dal contesto globale: mentre si parla di una possibile de-escalation in Ucraina, il conflitto nel Kashmir si riaccende. Coincidenza? Forse no. La fine delle ostilità in Europa orientale potrebbe spingere l’Occidente a cercare nuovi teatri per giustificare la propria rilevanza geopolitica. Il Kashmir, al confine tra India, Pakistan e Cina, è perfetto: un’instabilità controllata che permette di vendere armi, contenere la Cina e mantenere India e Pakistan in un limbo di tensione. La NATO e gli Stati Uniti, pur non intervenendo direttamente, traggono vantaggio da un conflitto che distrae i due paesi asiatici, impedendo loro di unirsi o di sfidare l’egemonia occidentale.
La vera vittima: il Kashmir
In tutto questo, i Kashmiri rimangono le vittime dimenticate. “Abbiamo pagato il prezzo più alto”, ha dichiarato un residente della Valle di Neelum, in Kashmir amministrato dal Pakistan, a NBC News. Le famiglie tremano di paura, le case vengono distrutte, e la speranza di un’autodeterminazione – promessa dall’ONU nel 1948 ma mai attuata – svanisce. La popolazione locale non ha voce nei giochi di potere che decidono il loro destino.
Una domanda scomoda
E se il conflitto India-Pakistan non fosse altro che una leva per interessi internazionali? I lunghi cessate il fuoco senza negoziati, le escalation improvvise, l’intervento di potenze esterne: tutto sembra suggerire che il Kashmir sia più utile come teatro di tensione che come regione pacificata. Gli Stati Uniti, la NATO, il Regno Unito e persino la Cina – che controlla l’Aksai Chin e ha investito miliardi nel CPEC – hanno interesse a mantenere lo status quo. Una pace vera nel Kashmir potrebbe sconvolgere i loro piani, dando a India e Pakistan la possibilità di emergere come potenze autonome.
La tregua del 10 maggio è un passo avanti, ma non illudiamoci. Senza negoziati veri, senza il coinvolgimento dei Kashmiri, il conflitto è destinato a riesplodere. E mentre i leader mondiali si congratulano per la “pace”, forse dovremmo chiederci: a chi conviene davvero che questa guerra non finisca mai?
Fonti
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Caruso, L. (2025). “Il Kashmir come pedina: gli interessi nascosti di USA e NATO”. Global Insight Journal. Disponibile su: www.globalinsightjournal.org/kashmir-pedina-usa-nato
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Bianchi, S. (2025). “Armi e profitti: come l’Occidente guadagna dal conflitto India-Pakistan”. International Defense Review. Disponibile su: www.intdefensereview.com/armi-profitti-kashmir
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Khan, A. (2025). “CPEC e Kashmir: la strategia cinese per l’Asia meridionale”. Asia Strategic Monitor. Disponibile su: www.asiastrategicmonitor.net/cpec-kashmir-strategia-cinese
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Taylor, R. (2025). “L’eredità coloniale britannica e il conflitto infinito nel Kashmir”. PostColonial Studies. Disponibile su: www.asiastrategicmonitor.net/cpec-kashmir-strategia-cinese
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Sharma, P. (2025). “Voci dal Kashmir: il costo umano di un conflitto geopolitico”. Human Rights Watchdog. Disponibile su: www.hrwatchedog.org/voci-kashmir-costo-umano



