22 Luglio 2026 03:52

A Roma il 9 Luglio_Il nome della rosa_Proiezione preceduta da un dibattito con lo scrittore Luigi Pruneti, Igor Camilli cultore di Filosofia, conduce Sabrina Conti giornalista con Giorgia Grossi Art director del Lorenzo Film Festival.
Il romanzo-labirinto di Umberto Eco tra mistero, sapere ed esoterismo

Un capolavoro che va oltre il giallo medievale
Il nome della rosa di Umberto Eco, pubblicato nel 1980, è uno dei romanzi italiani più importanti del secondo Novecento. Apparentemente costruito come un giallo storico ambientato in un’abbazia benedettina del XIV secolo, il libro è in realtà un’opera molto più complessa: un viaggio dentro il sapere, il potere, la fede, il dubbio e l’interpretazione dei segni.
La vicenda si svolge nel 1327. Il frate francescano Guglielmo da Baskerville arriva in un monastero dell’Italia settentrionale insieme al giovane novizio Adso da Melk. La loro presenza è legata a un incontro tra delegati francescani e rappresentanti del papa, ma l’abbazia viene presto sconvolta da una serie di morti misteriose. Guglielmo, uomo di fede e di ragione, inizia così un’indagine che lo condurrà nel cuore più segreto del monastero: la biblioteca.

L’abbazia come mondo chiuso e simbolico
L’abbazia non è soltanto il luogo della narrazione. È un universo separato, un microcosmo in cui convivono preghiera, studio, paura, ambizione e segreto. Ogni spazio ha un valore simbolico: lo scriptorium, il refettorio, il dormitorio, la chiesa, il cimitero e soprattutto la biblioteca.
Eco costruisce il monastero come una sorta di tempio della conoscenza, ma anche come una prigione dello spirito. I libri dovrebbero illuminare l’uomo, trasmettere memoria, aprire la mente. Eppure, dentro l’abbazia, il sapere viene controllato, nascosto, custodito da pochi. La conoscenza, invece di essere libera, diventa strumento di potere.

La biblioteca labirinto e la ricerca della verità
Il simbolo più potente del romanzo è la biblioteca. Essa è costruita come un labirinto, un luogo in cui chi entra senza conoscere i segni rischia di perdersi. La biblioteca rappresenta la memoria del mondo, ma anche il pericolo di una conoscenza chiusa, sottratta agli uomini, trasformata in dominio.
In chiave simbolica ed esoterica, il labirinto è una prova. Non basta desiderare il sapere: bisogna saperlo cercare, interpretare, attraversare. Il labirinto della biblioteca diventa così immagine della mente umana, della storia, della tradizione e del cammino iniziatico. Chi vuole arrivare al centro deve affrontare l’oscurità, il rischio dell’errore e la paura dell’ignoto.
Infine la biblioteca brucia, lanciando un monito siglato da ricorsi storici: se si dimentica il passato nel futuro si arranca, se si distrugge la cultura mancano le basi per la crescita, se si brucia un libro si impedisce ad ogni uomo di vivere più vite in una.
Guglielmo da Baskerville, il frate della ragione (Sean Connery)
Guglielmo da Baskerville è una delle figure più affascinanti del romanzo. È un religioso, ma non si lascia dominare dalla superstizione. Crede, ma dubita. Osserva, interpreta, ragiona. Di fronte alle morti misteriose, non si accontenta di spiegazioni demoniache o apocalittiche, ma cerca tracce, indizi, cause umane.
In lui convivono il frate, il filosofo, l’investigatore e l’uomo moderno. Guglielmo rappresenta una fede intelligente, capace di dialogare con la ragione. La sua vera forza non è possedere la verità, ma cercarla senza arroganza. In questo senso è anche una figura iniziatica: guida Adso non consegnandogli risposte definitive, ma insegnandogli il metodo del dubbio e dell’interpretazione.

Adso da Melk e il percorso iniziatico del discepolo (Christian Slater)
Adso è il giovane che attraversa il mistero. Nel romanzo è il narratore anziano che ricorda gli eventi della giovinezza, forse con nostalgia, paura, desiderio. Attraverso di lui il lettore entra nell’abbazia e vive una reale esperienza.
Adso conosce la morte, il male, la crudeltà dell’Inquisizione, la fragilità del sapere e anche il turbamento dell’amore. La giovane contadina senza nome, incontrata in modo improvviso e intenso, diventa per lui una rivelazione. Ella rappresenta la vita fuori dai libri, il corpo, il desiderio, la pietà, la bellezza perduta, la gnosi?
Il suo cammino non si conclude con una certezza, ma con una consapevolezza più profonda: la verità non è mai completamente palese e vera. Come in ogni percorso iniziatico, Adso perde l’innocenza e conquista una memoria dolorosa.
Il libro proibito e il potere liberatorio della risata
Al centro del mistero si trova un libro proibito: il presunto secondo libro della Poetica di Aristotele, dedicato alla commedia e al riso. Questo testo diventa l’oggetto più pericoloso dell’abbazia, perché il riso viene percepito come una minaccia all’autorità.
Il riso libera l’uomo dalla paura. Ridimensiona il potere, smaschera l’idolo, spezza la rigidità del dogma. Per questo Jorge da Burgos, il monaco cieco custode del segreto, lo teme. Egli comprende che un uomo capace di ridere è meno dominabile, meno sottomesso, meno disposto ad accettare una verità imposta attraverso il terrore.
Il libro proibito, dunque, non è soltanto un oggetto narrativo. È il simbolo della conoscenza che il potere vuole occultare perché potrebbe rendere l’uomo libero.

Jorge da Burgos, il custode cieco del sapere (James Cosmo)
Jorge da Burgos è uno dei personaggi più simbolici dell’opera. Vecchio, cieco, colto e inflessibile, egli incarna il lato oscuro della tradizione. Non è un ignorante: conosce i libri, conosce la forza delle idee, conosce il pericolo della libertà intellettuale. Proprio per questo vuole impedire che alcuni testi vengano letti.
La sua cecità è fisica, ma soprattutto spirituale. Jorge difende la verità trasformandola in prigione. Protegge il sapere non per elevarlo, ma per sottrarlo agli altri. In chiave esoterica può essere letto come un falso guardiano della soglia: non colui che prepara l’iniziato al mistero, ma colui che lo blocca, lo punisce, lo condanna.
Gli elementi esoterici del romanzo
Il nome della rosa non è un romanzo occulto, ma contiene molti elementi esoterici e iniziatici. L’abbazia è una soglia, la biblioteca è un labirinto, il libro proibito è una conoscenza nascosta, le morti sembrano seguire un disegno apocalittico, i segni devono essere decifrati, il giovane Adso attraversa una prova di trasformazione.
Eco costruisce l’intero romanzo sul tema dell’interpretazione. Il mondo appare come un grande testo da leggere: impronte, parole, miniature, codici, gesti, simboli, corpi e architetture diventano indizi. Tuttavia, il romanzo insegna anche che ogni interpretazione può essere sbagliata. Il sapere è necessario, ma non deve diventare fanatismo. Il simbolo può elevare l’uomo, ma può anche imprigionarlo se viene usato per generare paura. Ogni uomo è una entità a se stante, con le sue caratterialità, tic, fissazioni e mostri da affrontare e distruggere.

La rosa: bellezza, perdita e mistero
Il titolo stesso, Il nome della rosa, è uno dei grandi enigmi del romanzo. La rosa può indicare molte cose: la giovane donna amata da Adso, la bellezza perduta, la sapienza distrutta, il libro bruciato, la verità cercata e mai posseduta. È un simbolo volutamente aperto, carico di significati che potrebbero portare alla Rosa Mistica?
Nel finale latino, “Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus”, si suggerisce che delle cose scomparse restano soltanto i nomi. La realtà passa, i corpi svaniscono, i libri bruciano, gli amori si perdono, ma qualcosa rimane nella memoria e nella parola. Della rosa resta il nome, e quel nome continua a custodire il mistero.
Le grandi differenze tra libro e film
Il film diretto da Jean-Jacques Annaud nel 1986 ha reso Il nome della rosa famoso anche presso il grande pubblico, grazie all’interpretazione di Sean Connery nei panni di Guglielmo da Baskerville. Tuttavia, tra romanzo e film esistono differenze profonde.
Il libro è più complesso e stratificato. Eco dedica ampio spazio alle dispute medievali, ai conflitti tra francescani e papato, alla semiotica, alla teologia, alla natura dei segni e ai limiti della conoscenza. Il film condensando tutto in poche ore, privilegia l’atmosfera gotica, il mistero, i delitti e la tensione narrativa.
Anche Guglielmo cambia. Nel romanzo è un pensatore complesso, ironico, consapevole dei limiti della ragione. Nel film diventa una figura più immediata, carismatica, quasi eroica. Adso, nel libro, è soprattutto voce della memoria e della formazione interiore; nel film appare maggiormente come giovane discepolo coinvolto in un’esperienza sentimentale e morale.
La biblioteca, nel romanzo, è un sistema intellettuale e simbolico; nel film diventa soprattutto una grande immagine visiva, cupa e inquietante. Il tema della risata, nel libro, è una riflessione profonda sulla libertà dell’uomo; nel film rimane centrale, ma viene resa in modo più semplice e drammatico.
Il romanzo chiede al lettore di perdersi dentro un labirinto di significati. Il film accompagna lo spettatore in un Medioevo oscuro, potente e suggestivo, ma inevitabilmente meno ricco sul piano filosofico.

I luoghi del film: tra Germania, Lazio e Abruzzo
Un elemento fondamentale del fascino cinematografico de Il nome della rosa è rappresentato dai luoghi scelti per ricreare l’abbazia medievale immaginata da Umberto Eco. Il film di Jean-Jacques Annaud non fu girato in un solo monastero, ma costruì il proprio universo visivo attraverso una combinazione di ambienti reali, scenografie ricostruite e paesaggi naturali.
Le scene interne più suggestive furono girate nell’Abbazia di Eberbach, in Germania, presso Eltville am Rhein, nel Rheingau, un antico complesso cistercense, con una architettura austera e monumentale.
Gli esterni dell’abbazia, invece, furono in larga parte ricostruiti nel Lazio. Il complesso monastico venne realizzato a pochi chilometri da Roma, nella zona di Pian dell’Olmo, lungo la via Tiberina, attraverso un imponente lavoro scenografico. Fu qui che la mano di Dante Ferretti contribuì a dare forma a un monastero immaginario, severo, monumentale, quasi fuori dal tempo. L’abbazia del film non è dunque un edificio storico unico, ma una creazione cinematografica nata dall’incontro tra architettura reale, scenografia e immaginazione.
Particolare importanza ebbe anche la biblioteca, cuore simbolico del romanzo e del film. La sua torre ottagonale non corrispondeva a un edificio reale utilizzato per le riprese, ma fu ricostruita ispirandosi alla forma di Castel del Monte, in Puglia.
Anche l’Abruzzo entra nell’immaginario visivo del film. Gli scenari montani che sembrano circondare l’abbazia richiamano l’altopiano di Campo Imperatore, tra Barisciano e il Gran Sasso, con la presenza suggestiva di Rocca Calascio sullo sfondo.
Questi luoghi non hanno soltanto una funzione scenografica. Essi rafforzano il significato profondo dell’opera: il viaggio di Guglielmo e Adso non è solo un percorso verso un monastero, ma una discesa nel labirinto del sapere, del mistero e della paura: i luoghi raccontano e manifestano appieno il potere che da sempre detengono.
Un film di alto livello scenografico e di forte impatto visivo
Dal punto di vista cinematografico, Il nome della rosa è un film di alto livello scenografico e di forte impatto visivo. La ricostruzione dell’abbazia, gli ambienti cupi, le pietre fredde, i corridoi oscuri, la biblioteca-labirinto e i paesaggi isolati contribuiscono a creare un’atmosfera potente, quasi opprimente, perfettamente coerente con il senso profondo dell’opera.
La scenografia non svolge una funzione puramente decorativa, ma diventa parte integrante del racconto. Ogni spazio comunica chiusura, segreto, controllo e mistero. L’abbazia appare come un organismo vivente, severo e minaccioso, dentro il quale i personaggi si muovono come prigionieri di un sistema più grande di loro.
Il film colpisce proprio perché riesce a trasformare il Medioevo in una dimensione visiva intensa e memorabile. Non mostra soltanto un’epoca storica, ma costruisce un mondo simbolico: la pietra diventa peso della tradizione, il buio diventa paura della conoscenza, il labirinto diventa prova interiore. Per questo la pellicola di Jean-Jacques Annaud resta ancora oggi un’opera di grande suggestione, capace di imprimersi nella memoria dello spettatore non solo per la trama, ma per la forza delle sue immagini.

Un romanzo ancora attuale
La forza de Il nome della rosa sta nella sua capacità di parlare al presente attraverso il Medioevo. Eco racconta un mondo lontano, ma affronta questioni attuali: chi controlla il sapere? Chi decide quali libri devono circolare? Quando la fede diventa fanatismo? Quando la tradizione si trasforma in paura? Quando la verità diventa strumento di dominio?
Il romanzo ci ricorda che il vero nemico della conoscenza non è il dubbio, ma la paura del dubbio. Guglielmo non distrugge il mistero: lo attraversa. Non nega la fede: la libera dalla superstizione. Non pretende di possedere la verità: accetta di cercarla.
Alla fine, la biblioteca brucia, i libri si perdono, i colpevoli scompaiono, la giovane amata da Adso resta senza nome. Eppure qualcosa sopravvive: la memoria, la parola, il desiderio di comprendere. Il nome della rosa rimane così un grande romanzo sulla fragilità del sapere e sulla necessità di difenderlo da chi vorrebbe trasformarlo in potere.
Nel labirinto dell’abbazia, Eco mette in scena l’esistenza umana invitando ogni lettore a compiere il proprio cammino: cercare la luce senza dimenticare l’ombra, interpretare i segni senza diventarne schiavo, penetrare il mistero senza consegnarlo alla paura.
https://it.wikipedia.org/wiki/Il_nome_della_rosa_(film)
https://ilquotidianoditalia.it/favole-tradizione-e-iniziazione_-sabrina-conti/
https://it.wikipedia.org/wiki/Il_nome_della_rosa_(film)



