Chi paga l’Irpef in Italia: 8 milioni di contribuenti versano il 65% delle tasse
Chi paga l’Irpef in Italia è una domanda che trova una risposta molto chiara negli ultimi dati ufficiali. Sono stati dichiarati 1.076 miliardi di euro di redditi, per un gettito complessivo di 216,24 miliardi di euro. Di questi, 193,316 miliardi arrivano dall’Irpef ordinaria, 16,17 dalle addizionali regionali e 6,76 da quelle comunali. Numeri enormi che raccontano un Paese dove a pagare sono sempre i soliti noti.
Nonostante l’aumento dei dichiaranti, pari a 42.837.963 persone che hanno presentato una dichiarazione dei redditi, e dei versanti, cioè 34.105.072 soggetti che hanno corrisposto almeno 1 euro di Irpef, il peso fiscale resta concentrato. Il carico del Paese grava sulle spalle di circa 8 milioni di contribuenti che dichiarano 35 mila euro lordi l’anno, circa 2 mila euro netti al mese, e versano da soli il 65 per cento di tutta l’imposta sui redditi delle persone fisiche.
Sul versante opposto, il dato che fa più discutere è quello dei 24,8 milioni di italiani che non dichiarano redditi, o che corrispondono poco o nulla in termini di imposte. Una fotografia che divide il Paese e che apre una riflessione seria sulla progressività, sull’equità e sulla sostenibilità del sistema fiscale italiano.
Capire questi numeri significa capire come funziona davvero l’Italia. Non è solo una questione tecnica. È una questione sociale. Riguarda chi lavora, chi produce, chi sostiene la spesa pubblica e chi invece resta ai margini del sistema contributivo.
I numeri ufficiali del Mef sulle dichiarazioni dei redditi
I dati arrivano dalle statistiche sulle dichiarazioni dei redditi pubblicate dal Ministero dell’Economia e delle Finanze. Sono fonti certe e ufficiali, basate sulle dichiarazioni Irpef presentate nel 2024 sui redditi dell’anno precedente. Il quadro è aggiornato e consolidato.
Il totale dei redditi dichiarati ammonta a 1.076 miliardi di euro. Una cifra che rappresenta la base imponibile dichiarata da tutti i contribuenti italiani. Il gettito complessivo generato è di 216,24 miliardi di euro. Una cifra che da sola finanzia una parte fondamentale della spesa pubblica nazionale.
Quanto vale il gettito Irpef tra imposta ordinaria e addizionali
Entrando nel dettaglio, il gettito si compone in modo preciso. L’Irpef ordinaria vale 193,316 miliardi di euro. A questa si aggiungono 16,17 miliardi di addizionali regionali e 6,76 miliardi di addizionali comunali. Le addizionali sono quelle imposte che variano da Regione a Regione e da Comune a Comune, e che spesso i contribuenti sottovalutano.
Per chi vive a Roma, a Milano o a Napoli, l’impatto dell’addizionale comunale cambia in modo significativo. A Torino le aliquote sono diverse rispetto a Bologna o a Firenze. Questo significa che a parità di reddito lordo, il netto in busta può variare in base al luogo di residenza. Un elemento che incide sul potere d’acquisto delle famiglie.
Il dato dei 42.837.963 dichiaranti mostra un aumento rispetto agli anni precedenti. Più persone presentano la dichiarazione. Ma il dato più rilevante è quello dei versanti effettivi: 34.105.072 soggetti che hanno versato almeno 1 euro di Irpef. Tra dichiaranti e versanti c’è una differenza di oltre 8,7 milioni di persone che, pur presentando la dichiarazione, non versano Irpef per effetto di detrazioni, incapienza o redditi sotto la soglia di imponibilità.
Chi sono i contribuenti che pagano davvero l’Irpef in Italia
Il cuore della questione è qui. Il sistema fiscale italiano è formalmente progressivo. L’articolo 53 della Costituzione prevede che tutti concorrano alla spesa pubblica in ragione della loro capacità contributiva. Nei fatti, la progressività si concentra su una fascia ristretta di popolazione.
Circa 8 milioni di contribuenti, quelli che dichiarano da 35 mila euro lordi in su, versano il 65 per cento dell’intera Irpef. Sono lavoratori dipendenti con redditi medio alti, dirigenti, professionisti, quadri, imprenditori. In termini netti, parliamo di chi porta a casa circa 2 mila euro al mese. Non milionari. Persone che appartengono al ceto medio che lavora.
Questa fascia rappresenta meno del 20 per cento dei dichiaranti totali, ma sostiene quasi due terzi del gettito. È un dato che spiega perché in Italia si parla spesso di ceto medio schiacciato. Chi guadagna poco sotto i 35 mila euro paga aliquote più basse e beneficia di detrazioni più alte. Chi guadagna sopra, entra rapidamente negli scaglioni più alti.
Perché il carico fiscale si concentra su chi guadagna 35 mila euro
Il meccanismo è legato agli scaglioni Irpef e al sistema di detrazioni. Fino a 28 mila euro, l’aliquota è al 23 per cento e poi al 25 per cento. Oltre i 28 mila e fino a 50 mila euro, l’aliquota sale al 35 per cento. Sopra i 50 mila euro, si arriva al 43 per cento. Chi dichiara 35 mila euro lordi è già nel terzo scaglione.
Inoltre, le detrazioni per lavoro dipendente decrescono all’aumentare del reddito e si azzerano oltre i 50 mila euro. Questo significa che chi guadagna 35 mila euro ha detrazioni ridotte rispetto a chi ne guadagna 20 mila, ma paga un’aliquota marginale più alta. Il risultato è un carico fiscale effettivo che cresce rapidamente proprio su quella fascia.
Per chi vive in città ad alto costo della vita come Milano o Firenze, 2 mila euro netti al mese non rappresentano un reddito di lusso. Spesso sono appena sufficienti a coprire affitto, mutuo e spese familiari. Eppure, dal punto di vista fiscale, queste persone sono considerate tra i maggiori contribuenti del Paese.
24,8 milioni di italiani senza dichiarazione: cosa significa
L’altro lato della medaglia è rappresentato da circa 24,8 milioni di italiani che non dichiarano redditi. Questa categoria è eterogenea. Include minori, studenti, casalinghe senza reddito proprio, pensionati con pensioni minime sotto la soglia di dichiarazione, persone che vivono di redditi esenti o che sono a carico di altri familiari.
Non significa automaticamente che siano evasori. Significa che non hanno una base imponibile Irpef rilevante. Ma significa anche che una parte molto ampia della popolazione non partecipa direttamente al finanziamento tramite Irpef, che resta l’imposta principale dello Stato.
Se si sommano i 42,8 milioni di dichiaranti ai 24,8 milioni di non dichiaranti, si arriva a una popolazione di circa 67,6 milioni, coerente con la popolazione residente e con le dinamiche demografiche. Il dato segnala uno squilibrio strutturale. Pochi pagano per molti. Un modello che funziona solo se chi paga ha redditi sufficienti e stabili.
Il dato solleva anche una questione di equità percepita. Chi versa ogni mese centinaia di euro di Irpef in busta paga, vedendo la propria addizionale regionale e comunale trattenuta a Bari come a Verona o a Genova, percepisce di sostenere un peso sproporzionato rispetto ai servizi ricevuti.
Le differenze territoriali tra Nord e Sud
I dati del Mef mostrano da anni una concentrazione del reddito dichiarato al Nord. Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Piemonte dichiarano redditi medi più alti. Al Sud, i redditi medi dichiarati sono più bassi e più alta è la quota di contribuenti incapienti o sotto soglia.
Questo non dipende solo dalla ricchezza prodotta, ma anche dalla struttura del lavoro, dal tasso di occupazione e dalla diffusione del lavoro irregolare. A Palermo o a Catania, la quota di contribuenti che dichiara meno di 15 mila euro è più alta rispetto a Varese o a Bergamo. Di conseguenza, il gettito pro capite è più basso.
Le addizionali regionali amplificano queste differenze. Alcune Regioni applicano addizionali più alte per finanziare il sistema sanitario. Questo significa che a parità di reddito, un contribuente in una Regione del Centro Nord può pagare più di un contribuente del Sud, ma beneficia anche di una base di contribuenti più ampia.
Cosa significa per il ceto medio e per le famiglie
Il ceto medio italiano, quello dei 35 mila euro lordi, è quello che tiene in piedi il sistema. Sono circa 8 milioni di persone che, con il loro 65 per cento di Irpef, finanziano sanità, scuola, pensioni e servizi locali. Senza il loro contributo, il gettito crollerebbe.
Per queste famiglie, ogni modifica degli scaglioni, delle detrazioni o delle addizionali comunali ha un impatto diretto. Un aumento dell’addizionale a Roma o a Napoli può significare centinaia di euro in meno all’anno. Una riduzione delle detrazioni per figli a carico può erodere ulteriormente il reddito disponibile.
La discussione sulla riforma fiscale dovrebbe partire da qui. Non solo da quante tasse si pagano, ma da chi le paga. Ridistribuire il carico senza aumentare la pressione complessiva significa allargare la base dei contribuenti, far emergere redditi sommersi, rendere più efficiente la lotta all’evasione e allo stesso tempo alleggerire chi già paga in modo proporzionalmente più alto.
Chi guadagna 2 mila euro netti al mese non si percepisce come ricco. Si percepisce come una persona normale che lavora. Eppure, per il fisco, è un grande contribuente. Questo scollamento tra percezione e realtà fiscale è alla base di molta sfiducia verso il sistema tributario.
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