Milano, Glovo sotto indagine per caporalato: sfruttamento dei riders a Milano e in tutta Italia

 

Negli ultimi giorni è emersa una notizia di grande rilevanza nel mondo del lavoro digitale: Glovo sotto indagine per caporalato a causa del presunto sfruttamento dei suoi rider a Milano e in tutta Italia. La Procura di Milano ha disposto un urgente controllo giudiziario nei confronti della società italiana Foodinho srl, che gestisce la piattaforma di consegne di Glovo, con l’accusa di violazioni gravi in materia di diritto del lavoro e retribuzioni inadeguate.

 

Questa inchiesta arriva in un momento in cui il dibattito sul lavoro nella gig economy è particolarmente acceso, con interrogativi profondi sull’equilibrio tra flessibilità, diritti e dignità per chi lavora tramite piattaforme digitali. Nel caso specifico, l’indagine punta i riflettori sulle condizioni economiche e normative in cui operano migliaia di ciclofattorini non solo a Milano ma in tutto il paese.

 

 

 

Cos’è successo: il controllo giudiziario per caporalato a Glovo

 

La Procura di Milano, con a capo il pubblico ministero Paolo Storari, ha disposto in via d’urgenza il controllo giudiziario per caporalato nei confronti di Foodinho srl, la società che gestisce in Italia il servizio di consegne per Glovo. La misura è stata adottata sulla base di accuse molto gravi relative allo sfruttamento del lavoro dei rider, in violazione di norme costituzionali e del codice penale.

 

Secondo quanto emerso dagli accertamenti, circa 40.000 lavoratori sono impiegati in tutta Italia, di cui circa 2.000 solo nell’area milanese. A questi rider sarebbero state corrisposte retribuzioni sotto la soglia di povertà, nettamente inferiori ai minimi stabiliti dai contratti collettivi nazionali e in palese contrasto con l’articolo 36 della Costituzione italiana, che garantisce una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro.

 

 

 

Retribuzioni oltre i limiti: testimonianze e numeri

 

Le indagini condotte dai Carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro hanno portato alla luce testimonianze di rider che, pur lavorando per molte ore al giorno — spesso fino a 12 ore o più — ricevono compensi che variano tra €2,50 e €3,70 a consegna. In molti casi questi importi non consentono di raggiungere neanche un reddito mensile minimo dignitoso, soprattutto considerando le spese vive per trasporto, manutenzione della bicicletta o scooter e altri costi correlati.

 

Secondo quanto riportato dagli accertamenti, per alcuni lavoratori le retribuzioni percepite risultano fino al 76,95% inferiori alla soglia di povertà e fino all’81,62% inferiori rispetto ai minimi della contrattazione collettiva. Questo significa che per lo stesso lavoro prestato, numerosi rider si trovano a vivere con guadagni nettamente sotto il minimo indispensabile per una vita dignitosa.

 

 

 

Il ruolo dell’amministratore giudiziario

 

Il controllo giudiziario non equivale a un sequestro o a una chiusura dell’attività, ma prevede la nomina di un amministratore giudiziario che affiancherà gli organi gestionali dell’azienda per garantire il rispetto delle norme e correggere le pratiche considerate illegali. Questa figura ha il compito di adottare assetti organizzativi e misure correttive per eliminare situazioni di sfruttamento e garantire che i lavoratori siano trattati secondo legge.

 

Il giudice per le indagini preliminari dovrà successivamente convalidare o meno le misure disposte dalla Procura, ma già al momento l’intervento punta a garantire che il modello operativo della piattaforma non continui a produrre effetti lesivi per i lavoratori.

 

 

 

La questione del rapporto di lavoro

 

Un nodo centrale dell’inchiesta riguarda la qualifica giuridica del rapporto tra i rider e la piattaforma. Formalmente i lavoratori sono inquadrati come autonomi, ma nella pratica risultano soggetti a un controllo organizzativo e operativo attraverso l’applicazione, che determina turni, geolocalizzazione, tempi e performance. Questo modo di operare — secondo gli inquirenti — configura una situazione di fatto assimilabile a un rapporto di lavoro subordinato mascherato da autonomia.

 

La Procura ha sottolineato come questa etero-organizzazione algoritmica delle prestazioni lavorative sia incompatibile con la reale autonomia del lavoratore e costituisca un elemento di sfruttamento, soprattutto quando combinato con retribuzioni insufficienti.

 

 

 

Il fenomeno del caporalato digitale e non solo a Milano. 

 

Il caso di Glovo si inserisce in un contesto più ampio di indagini volte a contrastare il cosiddetto caporalato digitale: una forma di sfruttamento dove piattaforme tecnologiche utilizzano lavoratori in condizione di debolezza per ottenere prestazioni sotto compenso, aggirando le tutele previste per i lavoratori subordinati.

 

La normativa italiana prevede da tempo il contrasto al caporalato, ma l’applicazione di questa disciplina al mondo digitale rappresenta una sfida giuridica e sociale nuova. Le indagini della Procura di Milano intendono ribadire che anche in contesti apparentemente innovativi, i diritti fondamentali dei lavoratori devono essere rispettati.

 

 

 

Gli effetti sull’economia delle piattaforme di delivery caso Milano

 

Le piattaforme di consegna come Glovo, Uber Eats, Just Eat e simili hanno rivoluzionato il mercato del lavoro con un modello basato sulla flessibilità e l’uso massiccio di tecnologie digitali. Tuttavia, questo modello ha spesso portato a controversie legali e sociali legate alla precarietà delle condizioni lavorative.

 

Nel caso specifico di Glovo, l’indagine ha messo in luce come il modello di business possa generare situazioni in cui la remunerazione dei rider non solo è bassa, ma non consente neanche di superare la soglia di povertà, in netto contrasto con le norme sulla dignità del lavoro e della retribuzione proporzionata imposto dalla Costituzione italiana.

 

 

 

Reazioni e prospettive future

 

La notizia di Glovo sotto indagine per caporalato ha già provocato reazioni nel mondo sindacale, tra rappresentanti dei lavoratori e tra esperti di diritto del lavoro. Il caso potrebbe aprire un nuovo capitolo nell’interpretazione giuridica delle attività delle piattaforme digitali, soprattutto in relazione alla qualificazione giuridica dei rapporti di lavoro e alla tutela dei diritti.

 

Alcuni osservatori ritengono che la vicenda possa accelerare un dibattito più ampio sulla necessità di aggiornare le norme in materia di lavoro digitale, per garantire tutele minime e diritti fondamentali ai lavoratori, indipendentemente dalla forma contrattuale con cui sono inquadrati.

 

 

 

Conclusioni: un modello di lavoro in discussione

 

La vicenda di Glovo sotto indagine per caporalato rappresenta un punto di svolta importante nella discussione sulle condizioni di lavoro nella gig economy in Italia. Da una parte emerge la crescente attenzione delle autorità giudiziarie verso casi di possibile sfruttamento; dall’altra si apre una necessaria riflessione sulle regole che devono governare il lavoro digitale e le piattaforme di delivery.

 

La tutela dei diritti dei rider, l’equità delle retribuzioni e l’equilibrio tra flessibilità e dignità del lavoro rimangono questioni centrali. Quel che è certo è che l’esito di questa indagine avrà conseguenze significative non solo per Glovo e i suoi rider, ma per l’intero settore del lavoro tramite piattaforme digitali in Italia.

 

 

 

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