Operazione antiterrorismo del ROS: minore radicalizzato online collocato in comunità su ordine del Tribunale per i Minorenni di Milano

L’operazione antiterrorismo del ROS a Milano segna un nuovo intervento contro la radicalizzazione giovanile online, con l’esecuzione di una misura cautelare nei confronti di un minore accusato di propaganda jihadista. L’operazione antiterrorismo del ROS a Milano riguarda un ragazzo di origine egiziana residente nel Comasco, individuato come promotore di contenuti apologetici e istigatori diffusi sui social. L’operazione antiterrorismo del ROS a Milano conferma la crescente attenzione delle autorità verso fenomeni di auto-radicalizzazione che coinvolgono adolescenti e piattaforme digitali.

Il provvedimento, emesso dal G.I.P. del Tribunale per i Minorenni su richiesta della Procura, prevede la collocazione del giovane in una struttura comunitaria, misura ritenuta necessaria per interrompere un percorso di radicalizzazione attiva e potenzialmente pericolosa.


La misura cautelare: un intervento mirato alla tutela del minore e della collettività

Nelle prime ore del 27 gennaio 2026, il Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri, con il supporto del Comando Provinciale di Como, ha eseguito l’ordinanza di custodia cautelare. La misura non è detentiva, ma prevede la collocazione del ragazzo in una comunità educativa, scelta che riflette l’approccio del sistema minorile italiano: protezione, recupero e prevenzione.

Il minore, secondo gli investigatori, avrebbe intrapreso un percorso di auto-radicalizzazione a partire dal 2024, fino a diventare attivo promotore di contenuti jihadisti.


Auto-radicalizzazione e propaganda online: il ruolo dei social

Le indagini hanno evidenziato come il giovane utilizzasse diversi profili su:

  • TikTok
  • Instagram
  • Telegram
  • WhatsApp

per diffondere contenuti multimediali di propaganda jihadista. I materiali rinvenuti comprendevano video, immagini e messaggi inneggianti allo Stato Islamico (ISIS), ad Al Qaeda e ad altri gruppi terroristici.

Secondo il ROS, il minore non si limitava a condividere contenuti, ma svolgeva un ruolo attivo di:

  • promozione
  • istigazione
  • apologia di esponenti del terrorismo internazionale

Un comportamento che, secondo la Procura, integra le fattispecie previste dagli articoli 414, 270-bis.1 e 270-sexies del Codice Penale.


La rete internazionale individuata dagli investigatori

L’indagine, avviata nell’ottobre 2024, ha permesso di mappare una rete di internauti attivi nella diffusione di propaganda jihadista. Si tratta di un ecosistema digitale composto da:

  • utenti italiani e stranieri
  • gruppi chiusi su piattaforme di messaggistica
  • profili anonimi dedicati alla radicalizzazione

Alcuni dei contatti del minore erano già stati arrestati per reati di terrorismo, confermando la pericolosità del circuito frequentato.


Perquisizioni e analisi dei dispositivi: prove ritenute significative

Durante la perquisizione, gli investigatori hanno sequestrato i dispositivi del ragazzo. Le analisi tecniche hanno rivelato:

  • archivi di video e immagini di propaganda
  • messaggi inneggianti alla violenza
  • contatti con soggetti radicalizzati
  • materiali che suggeriscono un percorso di adesione ideologica

Secondo il ROS, i contenuti rinvenuti evidenziano un livello avanzato di coinvolgimento nella propaganda jihadista.


Un caso che segue un precedente recente

Il comunicato del ROS sottolinea che si tratta del secondo minore coinvolto in pochi mesi in un’indagine per terrorismo di matrice jihadista. A novembre 2025, un giovane di origine tunisina era stato arrestato nel Pavese per reati analoghi.

La ripetizione di casi simili in un arco temporale ristretto evidenzia una tendenza preoccupante: la radicalizzazione minorile attraverso piattaforme digitali.


Il quadro normativo: quali reati vengono contestati

Le accuse mosse al minore includono:

  • art. 414 c.p.: istigazione a delinquere aggravata dall’uso di strumenti informatici
  • art. 270-bis.1 c.p.: condotte con finalità di terrorismo
  • art. 270-sexies c.p.: aggravanti per finalità di terrorismo o eversione
  • art. 81 c.p.: reato continuato e concorso formale

Si tratta di norme che, negli ultimi anni, sono state applicate sempre più spesso in casi di radicalizzazione online.


La fase delle indagini e il principio di presunzione di innocenza

Il procedimento si trova ancora nella fase delle indagini preliminari.
Il comunicato ricorda espressamente che:

  • il minore è da considerarsi presunto innocente
  • la responsabilità potrà essere accertata solo con una sentenza definitiva
  • la misura cautelare ha finalità preventive e non punitive

Un richiamo necessario, soprattutto in casi che coinvolgono minori e reati di particolare gravità.


Perché il fenomeno della radicalizzazione minorile preoccupa le autorità

Negli ultimi anni, la radicalizzazione online ha assunto forme sempre più rapide e difficili da intercettare. I minori rappresentano una categoria particolarmente vulnerabile perché:

  • trascorrono molto tempo sui social
  • sono esposti a contenuti estremi senza filtri
  • possono essere attratti da narrazioni identitarie e violente
  • non sempre hanno strumenti critici adeguati

Le piattaforme digitali, con la loro struttura algoritmica, possono amplificare l’esposizione a contenuti radicali.


Il ruolo del ROS e la cooperazione internazionale

Il Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri è da anni impegnato nel contrasto al terrorismo internazionale. Le indagini condotte a Milano dimostrano:

  • capacità di monitorare ambienti digitali complessi
  • collaborazione con autorità straniere
  • interventi mirati su soggetti vulnerabili
  • attenzione alla prevenzione, soprattutto in ambito minorile

L’operazione conferma la centralità del ROS nel contrasto alle minacce jihadiste.


Conclusioni: un caso che richiama l’attenzione sul ruolo dei social nella radicalizzazione

L’operazione antiterrorismo del ROS a Milano mette in luce un fenomeno che richiede vigilanza costante: la radicalizzazione minorile attraverso i social network. Il caso del giovane di origine egiziana dimostra come la propaganda jihadista trovi terreno fertile nelle piattaforme digitali, dove anonimato e viralità possono trasformarsi in strumenti di indottrinamento.

La misura cautelare in comunità rappresenta un tentativo di interrompere un percorso pericoloso, offrendo al minore un contesto educativo e protetto.
Le indagini proseguono, mentre le autorità ribadiscono l’importanza della prevenzione e della collaborazione tra famiglie, scuole e istituzioni.

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