Truffa prezzo occhiello, supermercati,  resto centesimo: la segnalazione a Borrelli

Truffa prezzo occhiello supermercati resto centesimo è la denuncia che molti consumatori italiani stanno portando all’attenzione delle istituzioni. Una lettera indirizzata all’Onorevole Borrelli riassume una cattiva abitudine ormai normalizzata: i prodotti venduti a 1,99 euro o 9,99 euro vengono sempre pagati a prezzo pieno, perché l’esercente non restituisce mai quel centesimo di resto. Può sembrare insignificante per il singolo acquisto, ma se moltiplicato per milioni di scontrini diventa un surplus enorme che resta nelle casse dei supermercati.

La segnalazione è chiara e parte da un’esperienza quotidiana. Entri al supermercato, prendi un prodotto a 1,99 euro, paghi con 2 euro e il centesimo non torna mai. Lo stesso accade con il 9,99 euro, il 4,95 euro o il 9,95 euro. In teoria il resto dovrebbe essere di 1 centesimo, 5 centesimi o un importo preciso. In pratica, quel resto non viene mai dato. Il cassiere arrotonda, mancano le monetine, il sistema non le prevede. Il risultato è che il consumatore paga sempre qualcosa in più rispetto al prezzo esposto. Non è un caso isolato, è una prassi diffusa in tutta la grande distribuzione italiana.

Come funziona il prezzo occhiello da 1,99 e 9,99 euro

Il prezzo occhiello, chiamato anche prezzo civetta, è una tecnica di marketing psicologico. Esporre 1,99 euro invece di 2,00 euro fa percepire il prodotto come più economico. Il nostro cervello legge 1 e non 2, anche se la differenza è di un solo centesimo. Lo stesso vale per 9,99 euro, che viene percepito come 9 euro e non come 10. È una strategia legittima sul piano pubblicitario, ma diventa problematica quando quel centesimo non viene mai restituito. Se il prezzo è 1,99 euro, il resto di 1 centesimo è un diritto del cliente, non una cortesia. Se il prezzo è 9,95 euro, i 5 centesimi di resto non sono un dettaglio trascurabile. Moltiplicati per decine di prodotti al giorno, per migliaia di clienti, generano un guadagno extra silenzioso.

Quanto guadagnano i supermercati sui centesimi non restituiti

Facciamo un calcolo semplice. Se un supermercato serve 2.000 clienti al giorno e su ogni scontrino trattiene in media 2 centesimi di resto non dato, sono 40 euro al giorno. In un anno sono quasi 15.000 euro per un solo punto vendita. Moltiplica questo per le migliaia di supermercati presenti in Italia e capisci perché la segnalazione parla di surplus. Non è una truffa nel senso penale del termine, ma è una pratica commerciale scorretta che viola il principio di trasparenza del prezzo. Il consumatore paga un prezzo diverso da quello pattuito, anche se di poco. E la legge italiana è chiara: il prezzo esposto deve corrispondere al prezzo pagato, resto compreso.

Arrotondamento e monete da 1 e 2 centesimi: cosa dice la legge

Dal 2018 in Italia è consentito l’arrotondamento ai 5 centesimi per i pagamenti in contanti, proprio perché le monete da 1 e 2 centesimi non vengono più coniate dalla Zecca. Ma l’arrotondamento deve avvenire per legge, sia in eccesso che in difetto, e deve essere indicato chiaramente. Se il totale è 1,99 euro, l’arrotondamento corretto è a 2,00 euro. Se è 1,97 euro, si arrotonda a 1,95 euro. Quello che denuncia la lettera all’Onorevole Borrelli è diverso: non c’è arrotondamento trasparente, c’è semplicemente la mancata restituzione del resto. Il cliente non viene informato, non vede un cartello, non acconsente. Paga 2 euro per un prodotto da 1,99 euro e non riceve nulla indietro. In questo caso non si tratta di arrotondamento, ma di mancata erogazione del resto dovuto.

La richiesta di mettere fuori legge i prezzi a 9,99 euro

Da qui nasce la proposta contenuta nella segnalazione: mettere fuori legge i prezzi occhiello da X,99 euro quando non c’è la possibilità materiale di dare il resto esatto. Una richiesta provocatoria ma che apre un dibattito serio. Se l’esercente non ha monete da 1 centesimo, perché può esporre un prezzo che richiede quelle monete. Sarebbe più corretto, sostiene chi ha scritto a Borrelli, obbligare i supermercati a esporre prezzi già arrotondati ai 5 centesimi, quindi 2,00 euro invece di 1,99 euro e 10,00 euro invece di 9,99 euro. Una misura di trasparenza che tutelerebbe il consumatore e allineerebbe l’Italia a quanto già accade in altri paesi europei, dove i prezzi civetta sono stati limitati proprio per evitare questo effetto.

Cosa può fare il consumatore per tutelarsi

Oggi il consumatore ha alcuni strumenti. Può chiedere sempre il resto esatto, anche di 1 centesimo, e segnalare il rifiuto. Può pagare con carta o bancomat, dove il prezzo da 1,99 euro viene addebitato esattamente per 1,99 euro senza arrotondamenti.

Può segnalare la pratica all’Antitrust e alle associazioni dei consumatori. E può sostenere la proposta di una norma chiara che obblighi all’esposizione di prezzi arrotondati quando si paga in contanti. Non è una questione di centesimi, è una questione di principio. Se il prezzo è un patto tra venditore e acquirente, quel patto va rispettato fino all’ultimo centesimo. Soprattutto quando quel centesimo, sommato ogni giorno, vale milioni di euro.

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