Olio extravergine e vergine miscelazione: la circolare Masaf che impone la classifica come vergine

La nuova circolare sull’olio extravergine e vergine miscelazione del Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste sta facendo discutere l’intero settore olivicolo. La circolare numero 0349821 pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 23 luglio 2026 stabilisce che l’olio ottenuto mescolando extravergine e vergine non potrà essere venduto come extravergine, anche se rispetta i parametri chimici e organolettici previsti, ma dovrà essere commercializzato come olio vergine. A lanciare l’allarme è Alberto Grimelli, direttore della testata Teatro Naturale, secondo cui il provvedimento è stato scritto in modo impreciso e affrettato, con molta fretta, troppa fretta.

Olio. La questione sembra tecnica, ma ha un impatto economico enorme. In realtà la circolare non vieta la miscelazione.

Un’azienda potrà continuare a unire le due tipologie di olio, ma sarà obbligata a etichettare il risultato come olio vergine, una categoria che oggi è quasi assente dagli scaffali dei supermercati e con un valore commerciale nettamente inferiore. Significa che una partita che chimicamente potrebbe essere extravergine, perché frutto dell’unione di due oli che singolarmente rispettano i parametri, declassata per norma diventa vergine.

Il primo problema segnalato da Grimelli è formale.

Le nuove disposizioni si applicano a partire dalla data di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana. Tuttavia, le circolari amministrative normalmente non sono pubblicate in Gazzetta Ufficiale. Sono atti interpretativi interni. Il fatto che questa sia stata pubblicata in Gazzetta la rende di fatto immediatamente operativa, senza periodo transitorio per le aziende che hanno già in magazzino miscele o che hanno pianificato imbottigliamenti.

Il secondo problema è sostanziale.

Fino a oggi, se mescolavo un extravergine con un vergine e il prodotto finale rispettava tutti i parametri dell’extravergine previsti dal regolamento europeo, acidità inferiore allo 0,8%, perossidi, K270, K232, polifenoli e soprattutto esame organolettico con mediana dei difetti pari a zero e mediana del fruttato superiore a zero, potevo venderlo come extravergine. Con la nuova circolare Masaf, anche se i parametri ci sono, non posso più farlo. Devo classificarlo come vergine.

Cosa dice davvero la circolare Masaf 0349821 del 23 luglio 2026

La circolare del Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste interviene in materia di disposizioni sulla miscelazione dell’olio extravergine di oliva con l’olio di oliva vergine. Il punto centrale è chiaro. L’olio ottenuto dalla miscelazione di un olio extravergine di oliva e di un olio di oliva vergine non può essere commercializzato come olio extravergine di oliva, indipendentemente dal rispetto dei parametri chimici e organolettici previsti dalla normativa europea per la categoria extravergine.

Il prodotto dovrà essere commercializzato come olio di oliva vergine. Una categoria merceologica prevista dal regolamento UE 1308/2013 e dal regolamento delegato 2022/2104, ma che in Italia è di fatto sparita dal mercato. Nei supermercati italiani si trova quasi solo extravergine, poi olio di oliva, che è un blend di raffinato e vergine, e olio di sansa. Il vergine puro è raro, perché ha un posizionamento di prezzo difficile da spiegare al consumatore.

La ratio della circolare, secondo il Ministero, è di tutelare il consumatore e valorizzare l’extravergine. Evitare che un extravergine eccellente venga annacquato con un vergine al limite della categoria per ottenere comunque un extravergine da vendere a prezzo pieno. Un intento condivisibile, ma che secondo Grimelli e molti operatori è stato perseguito con uno strumento giuridico sbagliato e con effetti collaterali pesanti.

I dubbi di Alberto Grimelli e di Teatro Naturale

Alberto Grimelli, direttore di Teatro Naturale, una delle testate più autorevoli nel settore olivicolo, ha definito la circolare scritta in modo impreciso e affrettato. Con molta fretta, troppa fretta. I dubbi sollevati sono almeno tre e meritano di essere approfonditi.

Primo dubbio, la forma. Una circolare che viene pubblicata in Gazzetta Ufficiale diventa di fatto una norma con efficacia erga omnes, ma senza passare per il percorso di un decreto. Le circolari dovrebbero interpretare norme esistenti, non crearne di nuove. Qui invece si introduce un divieto di classificazione che prima non esisteva.

Secondo dubbio, la compatibilità con il diritto europeo. La classificazione degli oli di oliva è materia armonizzata a livello europeo. I parametri per essere extravergine sono fissati da regolamenti UE direttamente applicabili in tutti gli Stati membri. Uno Stato membro può aggiungere un vincolo ulteriore che vieta di chiamare extravergine un olio che secondo l’UE lo è? Molti giuristi ritengono che si crei un contrasto con il principio di libera circolazione e con la normativa europea.

Terzo dubbio, l’effetto economico. Oggi un vergine vale sul mercato all’ingrosso anche 1,5-2 euro in meno al chilo rispetto a un extravergine. Obbligare a declassare una miscela che tecnicamente è extravergine significa imporre una perdita secca alle aziende, soprattutto a quelle che lavorano con grandi volumi e che per esigenze di standardizzazione del gusto fanno blending tra partite diverse.

Perché le aziende miscelano extravergine e vergine

La miscelazione di extravergine e vergine non è una frode in sé. È una pratica enologica ed olearia normale, legata alla necessità di ottenere un prodotto costante nel tempo. Un frantoio o un confezionatore acquista partite diverse nel corso della campagna. Una partita può avere acidità 0,4% e fruttato intenso, un’altra acidità 0,9% e leggero difetto di avvinato appena percettibile, quindi vergine. Mescolandole in proporzione opportuna, si può ottenere un olio con acidità 0,6% e senza difetti percepibili, quindi extravergine.

Fino a ieri questo era legale, a patto che il prodotto finale rispettasse tutti i parametri dell’extravergine, compreso il panel test. Il panel test è l’esame organolettico fatto da assaggiatori professionisti riconosciuti. Se la mediana dei difetti è zero, l’olio è extravergine. Se è superiore a zero ma inferiore a 3,5, è vergine. La chimica da sola non basta, serve anche l’assaggio.

Con la nuova circolare, anche se il panel promuove l’olio come extravergine, non si può più chiamarlo extravergine se proviene da miscela di extravergine e vergine. Si deve chiamarlo vergine. Questo crea un paradosso. Un olio che al gusto è perfetto, senza difetti, fruttato, amaro e piccante, deve essere venduto come vergine, categoria che il consumatore percepisce come inferiore e che evoca la presenza di difetti.

Le conseguenze per consumatori, frantoi e scaffali

Per il consumatore la circolare vuole essere una tutela. L’idea di fondo è che se compro extravergine, voglio che sia extravergine fin dall’origine, non il risultato di un assemblaggio con un olio di categoria inferiore. È un principio di trasparenza che molti consumatori attenti condividono.

Per le aziende, però, il rischio è duplice. Da un lato l’aumento dei costi. Le partite di vergine che prima potevano essere recuperate e valorizzate in blend extravergini, ora dovranno essere vendute come vergine, con minor ricavo, o inviate a raffinazione per diventare olio di oliva. Dall’altro il rischio di contenziosi. Cosa succede a chi ha già in magazzino cisterne miscelate prima del 23 luglio 2026? La circolare dice che si applica dalla pubblicazione, senza periodo transitorio. Chi ha imbottigliato il giorno prima è in regola, chi imbottiglia il giorno dopo no.

Per gli scaffali del supermercato potrebbe accadere qualcosa di inedito. Dopo anni di assenza, potrebbe tornare l’olio vergine. Ma con quale etichetta? Il consumatore medio non conosce la differenza tra vergine ed extravergine. Rischia di comprare vergine pensando di aver fatto un affare, o di non comprarlo perché non capisce cosa sia. Servirebbe una campagna di informazione che al momento non c’è.

Cosa devono fare ora le aziende olearie

In attesa di eventuali chiarimenti del Masaf, le aziende devono adeguarsi immediatamente. Primo, separare fisicamente e contabilmente le partite di extravergine e vergine. Ogni miscelazione va registrata nel registro telematico Sian con indicazione delle quantità e delle categorie di origine. Se si mescola extravergine con vergine, la categoria risultante da indicare è vergine, anche se le analisi dicono altro.

Secondo, rivedere le schede tecniche e le etichette. Se un’azienda ha in listino un extravergine che è frutto di blend con vergine, deve cambiare denominazione o riformulare la ricetta usando solo extravergini. Altrimenti rischia sanzioni amministrative che, in base alla legge 154/2016, possono andare da 2.000 a 12.000 euro e il sequestro del prodotto.

Terzo, conservare tutte le analisi chimiche e i certificati di panel test. Anche se la categoria è declassata per obbligo, dimostrare che il prodotto rispetta comunque i parametri dell’extravergine può essere utile in caso di contestazioni e per tutelarsi verso i clienti della grande distribuzione.

La vicenda della circolare sull’olio extravergine e vergine miscelazione è destinata a far discutere ancora a lungo. Tra chi vede in essa un passo avanti per la qualità e chi la considera un intervento affrettato che crea più problemi di quanti ne risolva. La posizione di Alberto Grimelli e di Teatro Naturale ha acceso un dibattito che coinvolge frantoiani, confezionatori, avvocati specializzati in diritto alimentare e associazioni dei consumatori. L’auspicio di tutti è che il Masaf fornisca rapidamente chiarimenti applicativi, preveda un periodo transitorio per le giacenze e apra un confronto con la filiera per evitare che una norma nata per tutelare l’extravergine finisca per penalizzare proprio chi l’extravergine lo produce ogni giorno con fatica.

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