PADRE NOSTRO - Don Nicola Bux, migliaia di euro sprecati.

Il sacerdote di Radio Maria:"non ci indurre in tentazione" è corretto.

PADRE NOSTRO - Don Nicola Bux, migliaia di euro sprecati.
chesini garden
chesini garden
chesini garden

Don Nicola Bux, apprezzato consigliere di Papa Ratzinger, in questa intervista, contesta con minuzia di dettagli la scelta della CEI e di Papa Francesco di modificare la formula del "Padre Nostro".

A proposito del nuovo messale e della clamorosa "nuova traduzione-interpretazione del Padre nostro":

Non ci indurre in tentazione...

Prendiamo dunque il versetto in questione dal testo originale greco: “κα μ εσενέγκς μς ες πειρασμόν”. La parola di interesse è “εσενέγκς” (eisenenkes), che per secoli è stata tradotta con “indurre”, ed invece nella nuova traduzione vediamo “non abbandonarci” (come i cavoli a merenda). Il verbo greco “eisenenkes” è l’aoristo infinito di “eispherein” composto dalla particella avverbiale eis (‘in, verso’, indicante cioè un movimento in una certa direzione) e da phérein (‘portare’) che significa esattamente ‘portar verso’, ‘portar dentro’. Per di più, è legato al sostantivo peirasmón (‘prova, tentazione’) mediante un nuovo eis, che non è se non il termine già visto, usato però qui come preposizione.

Tale preposizione regge naturalmente l’accusativo, caso di per sé caratterizzante il “complemento” di moto a luogo. Anzi, a differenza di quanto accade ad esempio in latino e in tedesco con la preposizione in, eis può reggere solo l’accusativo.

Come si vede, dunque, il costrutto greco presenta una chiara “ridondanza”, ossia sottolinea ripetutamente il movimento che alla tentazione conduce, per cui è evidentemente fuori luogo ogni traduzione – tipo “non abbandonarci nella tentazione” – che faccia invece pensare a un processo essenzialmente statico.

Il latino “inducere”, molto opportunamente usato da san Girolamo nella Vulgata (traduzione della Bibbia dall’ebraico e greco al latino fatta da Girolamo nel IV secolo), essendo composto da ‘in’ (‘dentro, verso’) e ‘ducere’ (condurre, portare), corrisponde puntualmente al greco eisphérein; e naturalmente è seguito da un altro in (questa volta preposizione) e dall’accusativo temptationem, con strettissima analogia quindi rispetto al costrutto greco.

Quanto poi all’italiano indurre in, esso riproduce esattamente la costruzione del verbo latino da cui deriva e a cui equivale sotto il profilo semantico.

Dunque la traduzione più giusta, che rimane fedele al testo è quella che è sempre stata: “non ci indurre in tentazione”. Ogni altra traduzione, continua Don Nicola, è fuorviante, e oserei dire anche grottesca.

Anche il testo aramaico che è l’originale detto da GESÙ conferma quanto detto perla traduzione greca e latina.

Faccio notare che nella Sacra Scrittura Dio mette alla prova le persone in più circostanze a cominciare dall’albero dell’Eden, non ha mai ABBANDONATO NESSUNO NELLA PROVA, per cui sarebbe pleonastico chiedere questo nella preghiera!

Invece la preghiera di Gesù è molto più sottile e fantastica per noi, con essa chiediamo al Signore addirittura *che non ci metta proprio alla prova! ...che ci ami e accetti il nostro povero amore senza che dobbiamo “provarlo”! Che spettacolo questo amore di Gesù! Lui infatti ha sopportato la PROVA per noi e ci dice di chiedere PADRE di “NON METTERCI ALLA PROVA” ...questa semmai sarebbe la più giusta correzione traduttiva!

Un vero autogol della CEI , evidentemente nel clero la perdita della cultura del latino e  del greco e non parliamo dell’ebraico è giunta fino ai vertici episcopali da cui queste aberrazioni esegetiche!

Infine in questa circostanza valeva la pena di fare variazioni per altro modeste e per di più erronee e far spendere alla chiesa italiana migliaia e migliaia di euro x cambiare i messali ?

È una buona occasione per ricominciare a recitare il Padre nostro in Latino.

Chiude così la critica del Sacerdote "di Radio Maria" Nicola Bux.