10 Luglio 2026 13:57
Patto per il Nord: la nuova alleanza politica che vuole ridisegnare il peso delle regioni settentrionali
Il Patto per il Nord torna al centro del dibattito politico italiano. Sindaci, governatori, associazioni di impresa e università di Lombardia, Veneto, Piemonte, Liguria, Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia hanno firmato un documento comune per chiedere più autonomia, infrastrutture veloci e peso fiscale alle regioni del Nord. Non è un partito, non è secessione. Il Patto per il Nord si presenta come un’alleanza trasversale per dare voce ai territori che producono il 56 percento del Pil nazionale e che chiedono di decidere di più su tasse, sanità, scuola e grandi opere.
Patto per il Nord: cos’è e chi ha firmato il documento nel 2026
Il Patto per il Nord nasce a Milano il 12 giugno 2026 durante il Forum delle Regioni Produttive. A firmare sono stati i presidenti di Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia, i sindaci di Milano, Torino, Verona, Padova, Bergamo e Brescia, più Confindustria Lombardia e Veneto, Unioncamere, Politecnico di Milano e Università di Padova.
Il testo del Patto per il Nord sta in 10 punti. I tre più importanti. Primo: piena attuazione dell’autonomia differenziata già votata in Parlamento. Secondo: trattenere sul territorio una quota maggiore del residuo fiscale per investire in sanità, trasporti e innovazione. Terzo: un commissario unico per sbloccare Tav, Pedemontana, Terzo Valico e Gronda entro il 2030. Il Patto per il Nord non chiede di staccarsi dall’Italia, ma di correre alla stessa velocità dei motori economici d’Europa come Baviera e Catalogna.
Perché nasce il Patto per il Nord: i numeri del divario e le richieste dei sindaci
I numeri spiegano perché è nato il Patto per il Nord. Il Nord Italia versa allo Stato 90 miliardi di euro all’anno in più di quanto riceve in spesa pubblica. È il cosiddetto residuo fiscale. Lombardia e Veneto da sole generano 40 miliardi di saldo attivo. Intanto le liste d’attesa in sanità superano i 12 mesi per una risonanza, i treni regionali hanno un’età media di 18 anni e la Tav è ferma da 30 anni.
I sindaci del Patto per il Nord dicono una cosa semplice: non possiamo essere la locomotiva d’Europa con i binari degli anni 80. Milano perde 2 miliardi all’anno per congestione del traffico. Verona aspetta da 20 anni la metropolitana leggera. Torino ha visto chiudere 14 mila imprese in 5 anni. Il Patto per il Nord chiede che i soldi prodotti qui restino qui per risolvere questi problemi, senza chiedere un euro in più allo Stato.
Autonomia, fisco e infrastrutture: i tre pilastri del Patto per il Nord
Primo pilastro del Patto per il Nord è l’autonomia differenziata. Le regioni firmatarie vogliono gestire direttamente scuola, ambiente, lavoro, commercio estero e ricerca. Tradotto: concorsi per prof fatti sul territorio, piani per le imprese decisi con le Camere di commercio locali, fondi europei spesi senza passare da Roma.
Secondo pilastro del Patto per il Nord è il fisco. La proposta è trattenere il 75 percento dell’Irpef e dell’Ires prodotta in regione, girando allo Stato solo il 25 percento per le funzioni nazionali come difesa, esteri e debito pubblico. Oggi il rapporto è ribaltato. Con quei soldi il Patto per il Nord finanzia ospedali, asili nido gratis, taglio dell’Irap e borse di studio.
Terzo pilastro del Patto per il Nord sono le infrastrutture. Il Nord muove l’80 percento dell’export italiano ma ha autostrade intasate e linee ferroviarie da secolo scorso. Il Patto per il Nord chiede poteri speciali per sbloccare 42 opere ferme: Tav Torino Lione, Gronda di Genova, Pedemontana Veneta completa, porto di Trieste collegato alla rete europea, banda larga in ogni paese alpino. Obiettivo: cantieri aperti entro 18 mesi.
Le critiche al Patto per il Nord: il Sud e il rischio di spaccare il Paese
Il Patto per il Nord ha acceso il dibattito. I governatori del Sud accusano: così si spacca l’Italia. La Calabria, la Campania e la Puglia temono che con l’autonomia il Nord tenga tutte le risorse e al Sud restino le briciole. Alcuni costituzionalisti dicono che trattenere il 75 percento del gettito viola il principio di solidarietà nazionale.
Il Patto per il Nord risponde così: non togliamo nulla a nessuno, vogliamo solo gestire meglio quello che produciamo. E rilancia: il Sud cresce se il Nord corre. Se la Lombardia fa più export, compra più componenti dalle imprese pugliesi. Se il Veneto investe in ricerca, apre laboratori anche a Napoli. La sfida del Patto per il Nord è dimostrare che autonomia non vuol dire egoismo, ma responsabilità.
Cosa cambia per cittadini e imprese con il Patto per il Nord
Se il Patto per il Nord venisse applicato, per i cittadini lombardi e veneti significherebbe meno tasse regionali, asili nido gratuiti fino a 3 anni, tempi medici dimezzati e treni nuovi ogni 5 anni. Per le imprese vuol dire Irap azzerata per chi assume giovani, burocrazia con risposta in 30 giorni e fondi per export gestiti dalle Regioni.
Per un artigiano di Brescia il Patto per il Nord significa poter scaricare il 100 percento dei macchinari e avere un bando regionale che risponde in 20 giorni, non in 9 mesi. Per una mamma di Padova significa non dover scegliere tra lavoro e figlio perché l’asilo è gratis. Per uno studente del Politecnico significa stage pagati in azienda dal primo anno. Il Patto per il Nord punta a trattenere talenti che oggi scappano a Monaco o Zurigo.
Patto per il Nord e politica nazionale: le reazioni di Governo e partiti
Il Governo ha aperto al dialogo sul Patto per il Nord ma frena sulla parte fiscale. La premier ha detto: l’autonomia si farà, ma l’unità del Paese non si tocca. La Lega spinge per applicare subito il Patto per il Nord, Fratelli d’Italia chiede gradualità, Forza Italia media. Il Pd è diviso: i sindaci del Nord sono favorevoli, la segreteria nazionale parla di rischio secessione dei ricchi.
Il Patto per il Nord ha però una forza nuova: non è calato dall’alto. Parte da sindaci, rettori e imprenditori, non da leader di partito. Questo lo rende trasversale. A Milano il centrosinistra e il centrodestra hanno firmato lo stesso documento. È la prima volta che succede. Il Patto per il Nord potrebbe diventare il banco di prova per una nuova stagione di riforme dal basso.
I prossimi passi del Patto per il Nord dopo la firma di Milano
Il Patto per il Nord non resta sulla carta. A settembre 2026 è previsto un tavolo a Venezia con il Governo per discutere i Lep, cioè i livelli essenziali di prestazione. Solo dopo quel passaggio le Regioni possono chiedere le materie. Intanto il Patto per il Nord ha creato una cabina di regia tecnica con 30 esperti di diritto, economia e trasporti.
Entro dicembre il Patto per il Nord presenterà il primo dossier con costi e benefici: quanto costa l’autonomia, quanto rende, in quanti anni si rientra. L’idea è arrivare alle elezioni europee 2029 con le prime competenze già trasferite. Se il percorso si blocca, i sindaci del Patto per il Nord minacciano un referendum consultivo in Lombardia e Veneto per chiedere ai cittadini se vogliono accelerare.
Il Patto per il Nord è una scommessa. O diventa il motore che fa ripartire l’Italia agganciandola all’Europa che corre, o resta l’ennesimo libro dei sogni. Intanto ha rimesso al centro un tema: il Nord non chiede assistenzialismo. Chiede di potersi gestire. E per la prima volta lo chiede tutto insieme, senza bandiere di partito. Il Patto per il Nord ora aspetta risposte da Roma.
Due Porsche 356 e una MG A sul podio del Trofeo Bellardi: la 35. Coppa…
Arcisate, Varese fatale controllo stradale pusher: denunciato dopo il fermo Il caso di Arcisate…
Biblioteca Enrico Baj Vergiate: Cosa è Stato Realizzato nel Mandato 2021/2026 La Biblioteca Enrico Baj…





