15 Giugno 2026 20:38
Diabete e piede diabetico: l’allarme di Di Cianni sulle amputazioni in Calabria e perché il piede è il primo a soffrire.
Il diabete è una malattia cronica che in Italia coinvolge oltre 3,5 milioni di persone, ma il dato diventa ancora più pesante quando si guarda alle sue complicanze. Una delle più temute e invalidanti è il piede diabetico, una condizione che ogni anno porta migliaia di pazienti all’amputazione di un arto.
A riportare il tema al centro del dibattito pubblico è il dottor Graziano Di Cianni, direttore dell’Unità Operativa Complessa di Diabetologia dell’ASL Toscana Nord-Ovest e coordinatore della Commissione diabetologia della Regione Toscana.
In una lettera aperta al presidente della Regione Calabria Roberto Occhiuto, ha denunciato un fenomeno che si ripete da anni: pazienti calabresi costretti a lasciare la propria regione per essere operati fuori sede, spesso troppo tardi per evitare interventi demolitivi.
Negli ultimi 15 giorni, due cittadini della provincia di Cosenza sono stati amputati per piede diabetico negli ospedali di Pisa e Livorno. Sono solo gli ultimi di una lunga serie che, secondo Di Cianni, racconta le difficoltà della rete diabetologica calabrese nel prendere in carico tempestivamente i pazienti fragili.
La Calabria è infatti tra le regioni con la più alta prevalenza di diabete e, allo stesso tempo, con uno dei tassi più elevati di amputazioni degli arti inferiori legate alla malattia.
Per capire perché il diabete colpisce il piede in modo così aggressivo e perché si arriva all’amputazione, bisogna partire dal meccanismo della malattia e da come essa danneggia nervi e vasi sanguigni.
Cos’è il piede diabetico e perché nasce
Il piede diabetico è definito come infezione, ulcerazione o distruzione dei tessuti profondi del piede associata a neuropatia e/o arteriopatia periferica in persone con diabete. Non si tratta di una malattia a sé stante, ma di una complicanza diretta del diabete mellito, che insorge quando i livelli di glicemia restano elevati per troppo tempo.
L’iperglicemia prolungata danneggia due sistemi fondamentali per la salute del piede. Da un lato colpisce i nervi periferici, causando la neuropatia diabetica. I nervi perdono la capacità di trasmettere il dolore, il caldo e il freddo. Il paziente non avverte una scarpa stretta, un sassolino, una piccola ferita. Dall’altro lato compromette i vasi sanguigni, provocando l’arteriopatia periferica. Il flusso di sangue si riduce, l’ossigenazione dei tessuti peggiora e la guarigione delle lesioni rallenta o si blocca del tutto.
Quando questi due fattori si combinano, anche un microtrauma banale può degenerare in un’ulcera profonda e infetta. Il 15-25% delle persone con diabete svilupperà un’ulcera del piede nel corso della vita, e il rischio di amputazione maggiore nei pazienti con ulcere può arrivare fino al 20% a 5 anni. Una persona diabetica ha un rischio relativo di amputazione 40 volte superiore rispetto a una persona non diabetica. 235f94bd
Come il diabete colpisce il piede: i meccanismi in gioco
Per capire perché l’amputazione diventa spesso inevitabile, è utile distinguere i tre fattori che caratterizzano il piede diabetico.
La neuropatia sensitiva è il primo campanello d’allarme. Il paziente perde la sensibilità protettiva. Non sente il dolore, quindi continua a camminare su una vescica o su un callo che si è infettato. La neuropatia motoria altera la postura del piede, creando zone di iperpressione. La neuropatia autonomica riduce la sudorazione, la pelle diventa secca, si screpola e perde la sua barriera naturale contro i batteri.
La vasculopatia periferica è il secondo elemento. L’aterosclerosi colpisce precocemente le arterie degli arti inferiori nei pazienti diabetici. Il sangue fatica ad arrivare ai tessuti distali. Senza ossigeno e nutrienti, le ferite non guariscono e le infezioni si diffondono rapidamente. 4aae
Infine c’è l’immunodeficienza relativa. L’alto livello di glucosio nel sangue riduce la capacità dei globuli bianchi di combattere le infezioni. Un’ulcera che in una persona sana guarirebbe in pochi giorni, nel paziente diabetico può trasformarsi in cellulite, fascite necrotizzante o osteomielite in poche settimane.
I sintomi iniziali che non vanno sottovalutati.
Il problema più grande è che il piede diabetico nelle fasi iniziali passa spesso inosservato. I sintomi sono lievi e il paziente tende a sottovalutarli. Pelle secca e screpolata, soprattutto sui talloni, formicolii e bruciori, ridotta sensibilità al caldo e al freddo, piedi freddi o con colorito bluastro sono segnali precoci. 58a5
Poi compaiono le ulcere. Possono essere superficiali o profonde, indolori proprio a causa della neuropatia. Se non trattate, si infettano e la necrosi avanza. Nei casi più gravi si arriva alla cancrena estesa, che richiede l’amputazione per evitare la diffusione dell’infezione al resto dell’organismo. b969
Perché in Calabria si arriva più spesso all’amputazione
Il caso sollevato da Di Cianni mette in luce un problema organizzativo oltre che clinico. La Calabria ha una delle prevalenze di diabete più alte d’Italia, ma la rete di assistenza diabetologica territoriale è frammentata. I pazienti fragili, spesso anziani e con più patologie croniche, affrontano mesi di sofferenze, infezioni e lesioni ulcerative senza ricevere cure specialistiche adeguate sul territorio. ce9b
Quando arrivano nei centri di riferimento fuori regione, la lesione è già in stadio avanzato. Il viaggio, lo sradicamento dal contesto familiare, i tempi di attesa peggiorano la prognosi. Di Cianni parla di pazienti che ritornano a casa con amputazioni più o meno estese dopo lunghi ricoveri lontani dagli affetti. ce9b
Il dato è confermato dalle statistiche nazionali: le regioni del Sud hanno tassi di amputazione maggiori, indice di un ritardo nella presa in carico multidisciplinare. Il piede diabetico richiede un approccio di rete che coinvolga diabetologo, chirurgo vascolare, infettivologo, podologo, infermiere esperto in wound care. Se uno di questi anelli manca, il rischio di fallimento terapeutico sale.
Come si previene l’amputazione nel paziente diabetico
La buona notizia è che l’80% delle amputazioni legate al diabete è prevenibile con una gestione corretta. La prevenzione si basa su tre pilastri: controllo metabolico, screening periodico del piede ed educazione del paziente.
Il controllo glicemico è il punto di partenza. Mantenere l’HbA1c entro i target riduce del 60% il rischio di neuropatia e di ulcere. Parallelamente vanno gestiti pressione arteriosa, colesterolo e abitudine al fumo, fattori che accelerano l’arteriopatia.
Lo screening del piede deve essere annuale per tutti i pazienti diabetici, e semestrale per chi ha già neuropatia o vasculopatia. L’esame clinico include il test del monofilamento per la sensibilità, la palpazione dei polsi, la valutazione della deformità del piede e dell’indice caviglia-braccio con Doppler.
L’educazione quotidiana fa la differenza. Lavare i piedi ogni giorno con acqua tiepida, asciugarli bene tra le dita, applicare crema idratante evitando gli spazi interdigitali, ispezionare la pianta con uno specchio, tagliare le unghie dritte, indossare calze di cotone senza cuciture e scarpe comode sono gesti semplici che riducono drasticamente il rischio. È fondamentale evitare il fai da te su calli e duroni e rivolgersi subito al podologo o al centro diabetologico se compare una lesione.
Il trattamento multidisciplinare del piede diabetico
Quando l’ulcera è già presente, l’obiettivo è salvare l’arto. Il trattamento richiede un team dedicato. La prima fase è lo scarico della lesione. Camminare su un’ulcera plantare è come camminare su una ferita aperta. Si usano scarpe ortopediche, plantari su misura, stivaletti removibili per eliminare la pressione.
La seconda fase è la cura locale: debridement del tessuto necrotico, medicazioni avanzate, terapia antibiotica mirata in caso di infezione. Se la circolazione è compromessa, si valuta la rivascolarizzazione endovascolare o chirurgica per ripristinare il flusso arterioso.
L’ossigenoterapia iperbarica e i fattori di crescita sono opzioni per le ulcere che non guariscono. L’amputazione resta l’ultima scelta, e deve essere limitata al tessuto non vitale per preservare la maggior parte possibile dell’arto.
L’importanza della rete diabetologica regionale
L’appello di Di Cianni non è solo una denuncia, ma una richiesta di riorganizzazione. Il modello toscano, che lui stesso ha contribuito a costruire, si basa su una rete aziendale di servizi integrati per il paziente diabetico. La valutazione delle tecnologie sanitarie e dei modelli organizzativi passa attraverso commissioni di Health Technology Assessment che analizzano efficacia, sicurezza, costo e impatto sociale di ogni intervento.
Trasferire questo modello in Calabria significherebbe creare centri di riferimento regionali con ambulatori dedicati al piede diabetico, accessibili rapidamente. Significherebbe formare il personale di medicina generale e dei servizi territoriali al riconoscimento precoce delle lesioni. Significherebbe garantire percorsi veloci per la rivascolarizzazione e il trattamento delle infezioni.
Vivere con il diabete senza arrivare all’amputazione
Per il paziente la parola chiave resta prevenzione. Il diabete non si può cancellare, ma si può tenere sotto controllo. Controlli regolari, glicemia nei target, attenzione quotidiana ai piedi e accesso rapido a un centro specializzato sono le armi per evitare l’esito peggiore.
La storia dei due pazienti di Cosenza amputati a Pisa e Livorno non deve restare un caso isolato da raccontare nelle cronache. Deve diventare lo stimolo per investire nella rete diabetologica del territorio, perché nessun paziente dovrebbe essere costretto a lasciare la propria regione per curare una complicanza che, se intercettata in tempo, può essere gestita sul posto. ce9b
Quando chiedere aiuto subito
Non aspettare se noti ferite che non migliorano dopo 14 giorni, vesciche, calli con liquido, dolore intenso, febbre o secrezioni maleodoranti. Ogni ora conta. Il piede diabetico è una corsa contro il tempo, e vincerla dipende dalla velocità della risposta sanitaria e dalla consapevolezza del paziente.
La sanità calabrese, come tutte le realtà regionali, ha bisogno di dati, risorse e modelli organizzativi che mettano il paziente al centro. Il diabete è una malattia di sistema, e le sue complicanze si combattono solo con un sistema che funziona.
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