cc reggio 79 indagati

Da un lato c'è l'attività di ricerca degli eventuali ultimi latitanti, dall'altro c'è il consolidamento del quadro probatorio in vista dell'udienza preliminare e dell'eventuale rinvio a giudizio

Reggio Calabria. Operazione antimafia a Reggio Calabria: due ricercati si costituiscono dopo il maxi blitz del 14 luglio

 

Operazione antimafia Reggio Calabria: due ricercati si costituiscono dopo il maxi blitz del 14 luglio

L’operazione antimafia Reggio Calabria del 14 luglio scorso continua a produrre effetti sul territorio. A una settimana dal vasto intervento di polizia giudiziaria che ha coinvolto 79 indagati ritenuti a vario titolo responsabili di associazione di tipo mafioso, estorsione, traffico di sostanze stupefacenti e altri gravi delitti, la pressione investigativa esercitata dalle forze dell’ordine ha portato a un nuovo risultato. Due soggetti che si erano sottratti all’esecuzione delle misure cautelari si sono costituiti spontaneamente, segno tangibile dell’efficacia del coordinamento tra Procura, Polizia di Stato e Arma dei Carabinieri.

Secondo quanto reso noto dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Calabria con il comunicato stampa n. 33/2026 a firma del Procuratore della Repubblica Aggiunto in funzione di Vicario Stefano Musolino, l’attività di ricerca è stata condotta in modo capillare su tutto il territorio provinciale. Personale della Polizia di Stato in servizio presso la S.I.S.C.O. di Reggio Calabria e del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale Carabinieri ha lavorato senza soluzione di continuità fin dalle prime ore successive al blitz, mantenendo una presenza costante e una pressione investigativa che ha di fatto ristretto ogni margine di movimento per i latitanti.

Nei giorni scorsi, uno dei ricercati si è presentato presso la Stazione Carabinieri di Archi, quartiere della zona nord di Reggio Calabria, dove è stato immediatamente arrestato dai militari dell’Arma e dal personale della Polizia di Stato impegnati nelle attività di ricerca. Un secondo soggetto, invece, ha scelto di presentarsi spontaneamente presso la Casa Circondariale di Reggio Calabria, mettendosi a disposizione dell’Autorità Giudiziaria. Due episodi distinti ma accomunati dallo stesso elemento: l’impossibilità di sottrarsi a lungo a un dispositivo di ricerca serrato e ben organizzato.

Si tratta di uno sviluppo importante che conferma la solidità dell’impianto investigativo alla base dell’operazione del 14 luglio e la costante e sinergica azione delle forze di polizia nel contrasto alla criminalità organizzata. Come sempre in questi casi, va precisato che il procedimento penale si trova ancora nella fase delle indagini preliminari e che nei confronti degli indagati vale il principio di presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva di condanna.

Cosa è successo il 14 luglio: il maxi blitz contro 79 indagati

Per comprendere la portata dell’attuale fase di ricerca dei latitanti è necessario tornare all’operazione eseguita lo scorso 14 luglio. In quella data, un’imponente operazione di polizia giudiziaria ha portato all’esecuzione di misure cautelari nei confronti di 79 persone. Le accuse, a vario titolo, sono di estrema gravità e delineano un quadro criminale complesso e radicato.

Il reato principale contestato è quello di associazione di tipo mafioso, a cui si aggiungono estorsione, traffico di sostanze stupefacenti, detenzione illegale di armi e altri gravi delitti aggravati dal metodo mafioso. Secondo l’impostazione accusatoria, al momento al vaglio del giudice per le indagini preliminari, gli indagati farebbero parte o sarebbero contigui ad articolazioni di cosche operanti nel territorio reggino, con interessi trasversali che vanno dal controllo delle attività economiche all’approvvigionamento e spaccio di droga.

L’operazione è il risultato di mesi, in alcuni casi anni, di indagini coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria. Intercettazioni telefoniche e ambientali, pedinamenti, riscontri bancari, dichiarazioni di collaboratori di giustizia e analisi dei flussi economici hanno permesso di ricostruire assetti, gerarchie e metodi di intimidazione tipici delle organizzazioni mafiose. L’obiettivo dichiarato della Procura è colpire non solo gli esecutori materiali dei reati, ma soprattutto la capacità dell’organizzazione di autofinanziarsi e di esercitare un controllo capillare sul territorio.

Il blitz del 14 luglio è stato eseguito con il dispiegamento di centinaia di uomini tra Polizia di Stato, Carabinieri e Guardia di Finanza, con il supporto di unità cinofile ed elicotteri. Le perquisizioni hanno interessato non solo la città di Reggio Calabria, ma anche diversi comuni della provincia, segno di una ramificazione estesa e della necessità di agire in modo simultaneo per evitare fughe di notizie.

La fase successiva: la caccia ai soggetti sottrattisi alle misure cautelari

Dopo ogni grande operazione, la fase più delicata è quella immediatamente successiva all’esecuzione delle ordinanze. Non sempre tutti i destinatari delle misure cautelari vengono rintracciati nelle prime ore. Alcuni soggetti, avvertiti da complici o semplicemente non presenti al momento dell’irruzione, riescono a rendersi irreperibili. È in quel momento che inizia una seconda operazione, meno visibile ma altrettanto complessa: la ricerca dei latitanti.

Nel caso dell’operazione antimafia Reggio Calabria, la Procura aveva immediatamente attivato un dispositivo di ricerca coordinato. Protagonisti di questa fase sono stati gli uomini della S.I.S.C.O., la Sezione Investigativa del Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato, una struttura altamente specializzata nelle indagini contro la criminalità organizzata, e il Nucleo Investigativo del Comando Provinciale dei Carabinieri di Reggio Calabria, da sempre in prima linea nelle indagini di mafia.

Le incessanti ricerche, come le definisce la stessa Procura nel comunicato, sono state avviate fin dalle prime ore successive al blitz e sono proseguite senza soluzione di continuità. Questo significa posti di controllo, appostamenti, perquisizioni domiciliari presso parenti e conoscenti, monitoraggio di telefoni e conti, ma anche un lavoro informativo sul territorio che sfrutta la conoscenza diretta dei quartieri e delle dinamiche familiari delle cosche. L’obiettivo è duplice: da un lato catturare i fuggitivi, dall’altro esercitare una pressione psicologica costante che renda la latitanza insostenibile.

Le due costituzioni: Archi e il carcere di Arghillà

La strategia ha funzionato. Nei giorni scorsi, come riportato nel comunicato del 21 luglio 2026, due dei ricercati hanno deciso di porre fine alla loro breve latitanza.

Il primo si è presentato presso la Stazione Carabinieri di Archi. Archi è un quartiere densamente popolato di Reggio Calabria, noto per essere un territorio complesso dal punto di vista del controllo criminale. Presentarsi in una stazione dell’Arma in quel quartiere ha un forte valore simbolico: significa riconoscere che ogni via di fuga era ormai chiusa. I militari, insieme al personale della Polizia di Stato che stava già seguendo le sue tracce, lo hanno immediatamente arrestato in esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip.

Il secondo soggetto ha invece scelto una strada diversa, ma con lo stesso esito: si è presentato spontaneamente presso la Casa Circondariale di Reggio Calabria, il carcere di Arghillà. Anche in questo caso, la persona è stata presa in consegna dal personale penitenziario e messa a disposizione dell’Autorità Giudiziaria. La costituzione in carcere è spesso frutto di un consiglio del proprio legale, quando si comprende che la latitanza non farebbe altro che aggravare la propria posizione processuale.

Due costituzioni che, secondo gli investigatori, non sono casuali ma sono il risultato diretto della significativa pressione investigativa sul territorio. Quando le forze dell’ordine mantengono alta l’attenzione, controllano abitazioni, luoghi di lavoro e punti di ritrovo abituali, la vita del latitante diventa estremamente difficile, anche se la latitanza dura pochi giorni.

Il lavoro sinergico tra S.I.S.C.O. e Nucleo Investigativo Carabinieri

Uno degli aspetti messi in evidenza dalla Procura è la costante e sinergica azione delle forze di polizia. Il comunicato parla esplicitamente di un lavoro congiunto tra Polizia di Stato e Carabinieri, un modello che a Reggio Calabria è ormai consolidato da anni nella lotta alla ‘ndrangheta.

La S.I.S.C.O. di Reggio Calabria rappresenta l’eccellenza investigativa della Polizia di Stato contro la criminalità organizzata. I suoi uomini lavorano a stretto contatto con la Direzione Distrettuale Antimafia, si occupano di analisi criminale, intercettazioni e indagini patrimoniali. Il Nucleo Investigativo del Comando Provinciale Carabinieri, dal canto suo, ha una profonda conoscenza del territorio e una rete informativa capillare che arriva fino ai comuni più interni dell’Aspromonte.

Reggio Calabria, le indagini in corso

Quando queste due anime lavorano insieme, condividendo informazioni in tempo reale e coordinando le azioni sul campo, i risultati sono tangibili. L’operazione antimafia Reggio Calabria ne è l’ennesima dimostrazione. Non si tratta di una semplice somma di forze, ma di una vera e propria integrazione investigativa che rende più difficile per le organizzazioni mafiose sfruttare eventuali vuoti o sovrapposizioni tra le forze dell’ordine.

Il quadro accusatorio: estorsioni, droga e controllo del territorio

Sebbene i dettagli dell’ordinanza cautelare siano coperti da segreto istruttorio, le contestazioni rese note dalla Procura permettono di delineare il profilo criminale dell’organizzazione colpita. L’accusa di associazione di tipo mafioso implica l’esistenza di un sodalizio stabile, con una struttura gerarchica, che si avvale della forza di intimidazione e dell’omertà per commettere delitti e acquisire il controllo di attività economiche.

L’estorsione è uno dei reati tipici attraverso cui le cosche esercitano il controllo sul territorio. Commercianti, imprenditori edili, ristoratori vengono costretti a pagare il cosiddetto pizzo in cambio di una presunta protezione. Spesso le vittime non denunciano per paura di ritorsioni, e solo un lavoro investigativo complesso riesce a far emergere il fenomeno.

Il traffico di sostanze stupefacenti rappresenta invece la principale fonte di finanziamento. La provincia di Reggio Calabria è da sempre uno snodo cruciale per l’importazione di cocaina dal Sud America attraverso il porto di Gioia Tauro e per lo smistamento di hashish e marijuana su tutto il territorio nazionale. Il controllo di queste rotte garantisce profitti enormi, che vengono poi reinvestiti in attività lecite per ripulire il denaro sporco.

A questo si aggiungono altri gravi delitti, che possono includere detenzione di armi, riciclaggio, usura e intestazione fittizia di beni, tutti strumenti che servono a consolidare il potere mafioso e a renderlo meno visibile agli occhi dello Stato.

Presunzione di innocenza e fase delle indagini preliminari

La Procura della Repubblica di Reggio Calabria, nel suo comunicato, ha voluto inserire un passaggio fondamentale, che ogni organo di informazione ha il dovere di riportare con la massima evidenza. Il procedimento penale è nella fase delle indagini preliminari e nei confronti degli indagati vale il principio di presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva di condanna.

Questo significa che le accuse mosse finora sono ipotesi investigative che dovranno essere vagliate in tutte le fasi del processo, dal riesame al dibattimento. Le ordinanze di custodia cautelare vengono emesse quando il giudice per le indagini preliminari ritiene sussistenti gravi indizi di colpevolezza ed esigenze cautelari, come il pericolo di fuga, di inquinamento delle prove o di reiterazione del reato. Ma non rappresentano una condanna.

Il rispetto di questo principio è essenziale non solo per la tutela dei diritti degli indagati, ma anche per la credibilità stessa dell’azione giudiziaria. Un’indagine solida è quella che regge al vaglio del contraddittorio e del giudizio, nel rispetto delle garanzie costituzionali.

Cosa succede ora: i prossimi passi dell’inchiesta

Con la costituzione di questi due soggetti, il cerchio attorno ai destinatari delle misure cautelari del 14 luglio si stringe ulteriormente. Non è escluso che nei prossimi giorni altri ricercati possano decidere di seguire la stessa strada, spinti dalla consapevolezza di essere ormai braccati.

Nel frattempo, il lavoro della Procura e degli investigatori prosegue su due binari. Da un lato c’è l’attività di ricerca degli eventuali ultimi latitanti, dall’altro c’è il consolidamento del quadro probatorio in vista dell’udienza preliminare e dell’eventuale rinvio a giudizio. Verranno approfonditi i flussi finanziari, verranno sentiti testimoni e persone informate sui fatti, verranno analizzati i dispositivi sequestrati durante le perquisizioni.

L’operazione antimafia Reggio Calabria del luglio 2026 si inserisce in una strategia di contrasto alla ‘ndrangheta che negli ultimi anni ha portato a risultati storici, con centinaia di arresti e il sequestro di patrimoni miliardari. La costituzione di due ricercati ad Archi e ad Arghillà è un ulteriore tassello che testimonia come lo Stato, quando agisce in modo compatto e sinergico, sia in grado di riaffermare la propria presenza anche nei territori più difficili.


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