La Russia e il rapporto con l’Europa, cosa ci lega e da cosa siamo differenti

Parlare de la Russia e il rapporto con l’Europa, cosa ci lega e da cosa siamo differenti significa affrontare una delle relazioni più lunghe, profonde e complicate della storia moderna. Non si tratta di due mondi estranei, ma di due realtà che per secoli si sono influenzate, scontrate, imitate e respinte. Capire cosa ci unisce e cosa ci divide è fondamentale per leggere non solo il passato, ma anche le tensioni e le scelte del presente.

Per secoli la Russia ha guardato all’Europa come a un modello e, allo stesso tempo, l’Europa ha guardato alla Russia come a un confine, a volte come a una minaccia, a volte come a una risorsa. Questa ambivalenza è ancora oggi al centro di ogni discussione. Non esiste una risposta semplice, perché il legame è fatto di strati culturali, religiosi, economici e politici che si sono accumulati nel tempo.

La prima cosa che ci lega è la storia stessa. Non si può raccontare l’Europa senza la Russia, e non si può raccontare la Russia senza l’Europa. Dalle guerre napoleoniche alla seconda guerra mondiale, dall’equilibrio delle grandi potenze dell’Ottocento alla guerra fredda, ogni grande fase della storia europea ha visto Mosca come protagonista, alleata o avversaria.

Allo stesso tempo, le differenze sono evidenti e hanno radici profonde. Non si tratta solo di politica estera, ma di visioni diverse dello stato, della società, del rapporto tra individuo e comunità. Per comprenderle bisogna andare oltre gli stereotipi e guardare alle strutture di lungo periodo che hanno formato le due identità.

Le radici comuni: cristianesimo, cultura e illuminismo

Il legame più antico tra Russia ed Europa è religioso e culturale. La Russia ha ricevuto il cristianesimo da Bisanzio nel 988, con il battesimo di Vladimir di Kiev. È un cristianesimo ortodosso, diverso da quello cattolico e protestante dell’Europa occidentale, ma pur sempre parte della stessa famiglia cristiana. Per secoli l’idea di una comune appartenenza cristiana ha tenuto uniti i due spazi.

Dal punto di vista culturale, l’influenza europea sulla Russia è stata enorme, soprattutto a partire da Pietro il Grande. Alla fine del diciassettesimo secolo, Pietro scelse consapevolmente di europeizzare il paese, spostando la capitale a San Pietroburgo, una città costruita da architetti italiani e francesi sul modello occidentale, riformando l’esercito, l’amministrazione e persino l’abbigliamento. Da allora, l’élite russa ha parlato francese, letto la letteratura tedesca e studiato nelle università europee.

La grande letteratura russa dell’Ottocento, da Dostoevskij a Tolstoj, da Turgenev a Cechov, è parte integrante del canone letterario europeo. La musica di Cajkovskij e Stravinskij, il balletto del Bolshoi, le avanguardie artistiche del primo Novecento hanno dialogato costantemente con Parigi, Vienna e Berlino. Sotto questo aspetto, la Russia non è mai stata fuori dall’Europa, ma una sua variante orientale, con caratteristiche proprie ma con un linguaggio artistico comune.

Il peso della geografia e dell’impero

Una delle differenze fondamentali è geografica. L’Europa è un continente di stati di medie e piccole dimensioni, con confini relativamente stabili e una forte densità di popolazione. La Russia è uno stato-continente, che si estende per undici fusi orari dall’Europa all’Oceano Pacifico. Questa immensità ha creato una mentalità diversa, più legata alla sicurezza dei confini, al controllo del territorio e alla centralizzazione del potere.

Mentre in Europa occidentale, dopo il Medioevo, si è sviluppata l’idea di equilibrio tra potenze, in Russia si è affermata l’idea di un impero che deve espandersi per proteggersi. La mancanza di barriere naturali ha portato Mosca a cercare profondità strategica, inglobando popoli e territori diversi. Questo ha prodotto uno stato multietnico e multireligioso, più simile a un impero che a uno stato nazionale europeo.

Questa diversa esperienza storica spiega anche un diverso rapporto con il concetto di frontiera. Per l’Europa, la frontiera è diventata sempre più un luogo di cooperazione, soprattutto dopo la seconda guerra mondiale e con la nascita dell’Unione europea. Per la Russia, la frontiera è rimasta a lungo un luogo di vulnerabilità, da difendere con una zona di influenza.

Stato, individuo e modello politico

La differenza più discussa riguarda il modello politico. L’Europa occidentale, pur con grandi differenze al suo interno, ha costruito negli ultimi due secoli un percorso basato su stato di diritto, separazione dei poteri, diritti individuali e democrazia rappresentativa. Un percorso non lineare, segnato da dittature e guerre, ma con una direzione chiara verso la limitazione del potere assoluto.

La storia politica russa ha seguito un’altra traiettoria. Sia nell’epoca zarista sia in quella sovietica, lo stato è stato concepito come un’entità superiore alla società, con una missione storica da compiere. Il potere è stato fortemente centralizzato e personalizzato, dal sovrano zarista al segretario generale del partito. L’idea di un uomo forte capace di tenere unito un paese immenso ha avuto un forte radicamento popolare.

Anche l’esperienza sovietica ha lasciato un segno profondo. Settant’anni di sistema comunista hanno creato una struttura economica, sociale e mentale molto diversa da quella dell’Europa occidentale, basata sulla pianificazione statale, sul partito unico e su un’ideologia messianica. La transizione degli anni novanta è stata vissuta da molti russi come un periodo di caos e perdita di status internazionale, un elemento che ha influenzato profondamente la politica successiva.

Economia ed energia: un legame di interdipendenza

Per decenni, ciò che ha legato più concretamente Russia ed Europa è stata l’economia, e in particolare l’energia. La Russia possiede le più grandi riserve di gas naturale al mondo e ingenti riserve di petrolio, mentre l’Europa, e in particolare Germania e Italia, ha avuto bisogno di energia a basso costo per sostenere la propria industria.

Questa interdipendenza ha creato un legame fortissimo. Gasdotti come Nord Stream, Yamal e Brotherhood hanno rappresentato non solo infrastrutture fisiche, ma anche simboli politici di una cooperazione che sembrava vantaggiosa per tutti. L’Europa comprava energia a buon prezzo, la Russia otteneva entrate fondamentali per il suo bilancio statale.

Allo stesso tempo, questa dipendenza ha mostrato la sua fragilità. Le crisi del gas del 2006 e del 2009, e soprattutto gli eventi degli ultimi anni, hanno dimostrato come l’energia possa diventare uno strumento di pressione politica. Per l’Europa si è posta la necessità di diversificare le fonti, per la Russia di trovare nuovi mercati in Asia. È un esempio chiaro di come un fattore che unisce possa diventare anche un fattore di divisione quando manca la fiducia politica.

Identità e valori: dove si separano le strade

Oggi il dibattito sui valori è centrale. L’Europa contemporanea si definisce su principi come la tutela delle minoranze, la libertà di espressione individuale, la laicità dello stato e un modello di società inclusivo. Questi principi sono il risultato di decenni di evoluzione sociale e sono codificati nelle carte dei diritti dell’Unione europea.

La Russia contemporanea propone una visione diversa, che mette al centro i valori tradizionali, il ruolo della famiglia classica, il legame con la Chiesa ortodossa e l’idea di una sovranità culturale. Mosca si presenta spesso come difensore di una tradizione conservatrice contro quella che definisce una deriva relativista dell’Occidente.

Non si tratta solo di retorica. Questa differenza di valori ha conseguenze concrete nelle leggi, nell’educazione, nel rapporto tra stato e religione. Mentre in molte parti d’Europa il processo di secolarizzazione è avanzato, in Russia la Chiesa ortodossa ha visto un forte ritorno al centro della vita pubblica dopo la caduta dell’Unione Sovietica, diventando un pilastro identitario e un alleato del potere politico.

Sicurezza e visione del mondo

L’ultimo grande nodo è quello della sicurezza. L’Europa, dopo il 1945, ha scelto di costruire la propria sicurezza attraverso l’integrazione e le alleanze multilaterali, prima con la Nato e poi con l’Unione europea. L’idea di fondo è che la sicurezza sia condivisa e che l’allargamento delle istituzioni democratiche renda il continente più stabile.

La Russia ha letto questo processo in modo opposto. L’allargamento della Nato verso est, che per i paesi dell’Europa centrale e orientale ha rappresentato una garanzia di libertà dopo il dominio sovietico, è stato percepito a Mosca come un accerchiamento e una minaccia diretta ai propri interessi storici. Questa diversa percezione della sicurezza è alla base di molte incomprensioni.

La questione dell’Ucraina ne è l’esempio più evidente. Per una parte dell’Europa, l’Ucraina è un paese sovrano che ha il diritto di scegliere il proprio orientamento. Per la Russia, l’Ucraina è parte di un mondo storico e culturale comune, spesso definito mondo russo, e il suo allontanamento verso l’Occidente è visto come una perdita strategica inaccettabile. Due visioni della sovranità e della sfera di influenza che faticano a trovare un punto di incontro.

Cosa resta in comune e cosa ci aspetta

Nonostante le differenze, i legami non sono scomparsi. Milioni di russi vivono in Europa e milioni di europei hanno legami familiari, culturali ed economici con la Russia. La scienza, la musica, la letteratura e lo sport continuano a essere terreni di dialogo, anche quando la politica divide. La storia europea, senza le sue componenti russa e sovietica, sarebbe incomprensibile.

La sfida per il futuro sarà capire se questi legami comuni possono sopravvivere alle divergenze politiche. La storia insegna che i periodi di rottura tra Russia ed Europa sono sempre stati seguiti da fasi di riavvicinamento, perché la geografia non cambia e gli interessi economici di lungo periodo spingono verso una qualche forma di coesistenza.

Parlare de la Russia e il rapporto con l’Europa, cosa ci lega e da cosa siamo differenti non significa quindi scegliere da che parte stare, ma riconoscere una complessità. Siamo legati da una cultura millenaria, da una storia intrecciata e da una interdipendenza economica che è durata decenni. Siamo differenti per esperienza storica, per modello di stato, per visione della sicurezza e per evoluzione dei valori sociali. Riconoscere entrambe le dimensioni, senza negare né i legami né le differenze, è l’unico modo per affrontare con realismo una relazione che continuerà a essere centrale per il futuro del continente.

C’è chi a livello politico spinge verso l’incontro Russia-Europa

ESI: ” i vari popoli che compongono l’Europa non hanno più la percezione delle loro radici comuni né della condivisione degli interessi primari. Viene meno il senso di appartenenza all’Europa, che viene percepita solamente come una entità di burocrati e di tecnocrati, lontana dalle esigenze dei popoli, dedicata solamente a manovre e speculazioni commerciali e finanziarie”.

 

Uno dei nostri più stimati e influenti politci era Berlusconi, che parlava delle Russia nella Nato: la storia dell’idea che voleva chiudere la guerra fredda

Quando si parla di Berlusconi Russia nella Nato si fa riferimento a uno dei progetti politici più ambiziosi e discussi della politica estera italiana degli ultimi vent’anni. L’idea, portata avanti con forza da Silvio Berlusconi, era quella di superare definitivamente la divisione tra Est e Ovest facendo entrare la Russia, o almeno associandola strettamente, all’Alleanza atlantica. Un’intuizione che ha avuto il suo momento più alto nel vertice di Pratica di Mare del 2002.

Berlusconi non ha mai nascosto la sua convinzione che la Russia fosse a tutti gli effetti un paese europeo. Per l’ex presidente del Consiglio, la storia, la cultura e la tradizione cristiana legavano Mosca all’Europa molto più di quanto la separassero. Da questa convinzione è nata la sua iniziativa diplomatica più importante sul piano internazionale.

Il contesto in cui nasce l’idea è quello successivo all’11 settembre 2001. Dopo gli attentati alle Torri Gemelle, gli Stati Uniti cercano nuovi alleati nella lotta al terrorismo internazionale. Vladimir Putin, da poco al potere, offre il suo sostegno a George W. Bush. Berlusconi intuisce che esiste una finestra di opportunità per ricucire lo strappo nato con la guerra fredda.

È in quel momento che il presidente del Consiglio italiano inizia a lavorare a un piano che avrebbe dovuto portare a un nuovo patto tra Nato e Russia, non più basato sul confronto ma sulla cooperazione. Un piano che, nelle sue intenzioni, avrebbe dovuto essere il primo passo verso un ingresso futuro della Russia nell’Alleanza.

Pratica di Mare, 28 maggio 2002: il vertice storico

Il momento simbolo di tutta la vicenda di Berlusconi Russia nella Nato è il vertice di Pratica di Mare del 28 maggio 2002. Berlusconi, durante il suo secondo mandato da presidente del Consiglio, organizza nella base aerea vicino a Roma un incontro che riunisce i 19 rappresentanti dei paesi Nato dell’epoca e, come ospite speciale, Vladimir Putin.

Quell’incontro si conclude con la firma della Dichiarazione di Roma, un documento che istituisce formalmente il Consiglio Nato-Russia. Per la prima volta, la Russia non viene più considerata un avversario ma un partner alla pari, con cui discutere in un Consiglio a 20, dove i paesi Nato e la Russia si siedono allo stesso tavolo per affrontare temi di interesse comune.

Berlusconi stesso ha raccontato più volte di essere stato il mediatore di quell’accordo. Ha convinto Bush, inizialmente scettico, e ha convinto Putin ad accettare una formula di cooperazione che non fosse una semplice consultazione ma un vero organismo politico. La stretta di mano tra Bush e Putin, con Berlusconi al centro, è diventata l’immagine simbolo di quella giornata.

L’accordo prevedeva la cooperazione in settori cruciali come la lotta al terrorismo, la non proliferazione delle armi di distruzione di massa, la gestione delle crisi, il soccorso in caso di disastri e la difesa missilistica. Non era l’adesione della Russia alla Nato, ma era il massimo livello di integrazione mai raggiunto fino a quel momento.

Cosa voleva davvero Berlusconi

Per capire la proposta di Berlusconi Russia nella Nato bisogna andare oltre il vertice del 2002. L’obiettivo finale di Berlusconi era molto più ambizioso. Come ha ripetuto in diverse interviste, anche negli ultimi anni della sua vita, la sua idea era portare la Russia dentro l’Europa e dentro la Nato.

In una dichiarazione del 2023, durante la presentazione delle liste di Forza Italia per le regionali in Lombardia, Berlusconi ha detto: Avevo cercato, grazie alla mia vicinanza con Putin, di convincere la Russia a entrare nella nostra Europa, e anche nella Nato, e c’ero riuscito. Poi ci sono stati paesi che per non perdere la propria supremazia nel continente europeo hanno detto di no.

Secondo questa ricostruzione, Putin sarebbe stato inizialmente disponibile a valutare un percorso di avvicinamento all’Occidente. La Russia, che è uno stato europeo in tutto e per tutto, entrando in Europa e nella Nato avrebbe potuto inaugurare una stagione di pace e stabilità duratura. L’accordo Nato-Russia avrebbe potuto inaugurare una stagione nella quale la Russia diventasse un partner e un interlocutore affidabile, come ha spiegato Berlusconi in un’intervista a Politico.

Questa visione si collegava anche a un’idea di Europa più ampia, che andasse da Lisbona a Vladivostok, un vecchio sogno gollista che Berlusconi ha fatto proprio. Un’Europa capace di includere la Russia avrebbe avuto più peso economico, più sicurezza energetica e meno bisogno di dipendere dagli Stati Uniti per la propria difesa.

Perché la Russia non è mai entrata nella Nato

Nonostante l’entusiasmo di Pratica di Mare, la Russia non è mai entrata nella Nato e il Consiglio Nato-Russia non si è mai trasformato in un’adesione piena. Le ragioni sono molte e riguardano entrambe le parti.

Da parte occidentale, c’erano forti resistenze. Molti paesi dell’Europa centrale e orientale, appena usciti dall’influenza sovietica, vedevano l’allargamento della Nato come una garanzia di sicurezza proprio contro Mosca. L’idea di far entrare la Russia nella stessa alleanza che era nata per contenerla sembrava contraddittoria. Gli Stati Uniti, pur apprezzando la cooperazione nella lotta al terrorismo, non hanno mai voluto condividere l’articolo 5, quello della difesa collettiva, con un paese così grande e con una politica estera autonoma.

Da parte russa, l’interesse iniziale si è presto raffreddato. Mosca voleva essere trattata come una superpotenza alla pari, non come un paese candidato che deve adeguarsi a criteri decisi da altri. Inoltre, le successive ondate di allargamento della Nato a paesi come le repubbliche baltiche, e la prospettiva di un ingresso di Georgia e Ucraina, sono state percepite dal Cremlino come un accerchiamento.

Le frizioni dopo la guerra in Georgia del 2008 e, soprattutto, dopo il 2014 hanno congelato il dialogo. Il Consiglio Nato-Russia, pur rimanendo formalmente in piedi, ha smesso di funzionare come luogo di cooperazione reale. L’idea di Berlusconi di una Russia dentro la Nato è rimasta così un progetto incompiuto.

Il rapporto personale tra Berlusconi e Putin

Un elemento centrale per comprendere la vicenda Berlusconi,  Russia nella Nato,  è il rapporto personale tra Silvio Berlusconi e Vladimir Putin. I due leader hanno costruito negli anni un rapporto di amicizia e stima reciproca che è andato oltre la diplomazia ufficiale.

Berlusconi è stato uno dei pochi leader occidentali a poter parlare direttamente con Putin anche nei momenti di massima tensione. Questo canale personale gli ha permesso di proporsi più volte come mediatore. Anche nel 2022, dopo l’inizio della guerra in Ucraina, Berlusconi ha rivendicato il suo ruolo di costruttore di ponti, ricordando che da premier aveva lavorato in pieno accordo con i nostri alleati della Nato per ridefinire i rapporti fra Russia e Occidente.

Questo rapporto è stato spesso criticato in Italia e all’estero, visto come eccessiva vicinanza. Berlusconi ha sempre risposto rivendicando la sua coerenza atlantica. Forza Italia, ha ricordato Tajani, è sempre stata dalla parte della Nato, degli Stati Uniti e dell’Occidente, e lo stesso Berlusconi ha votato al Parlamento europeo testi durissimi contro l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia.

La sua posizione era quindi duplice: ferma condanna della violazione del diritto internazionale, ma convinzione che l’errore strategico fosse stato quello di non aver integrato prima la Russia nelle istituzioni occidentali, lasciandola così isolata.

Che cosa resta oggi dell’idea di Pratica di Mare

Oggi, a più di vent’anni da Pratica di Mare, l’idea di Berlusconi: Russia nella Nato sembra lontanissima dalla realtà. La guerra in Ucraina ha creato una frattura profonda tra Mosca e l’Alleanza atlantica, e il Consiglio Nato-Russia è di fatto sospeso.

Tuttavia, la storia di quel tentativo resta importante per capire un’occasione mancata. L’accordo del 2002 aveva permesso alla Russia di entrare a far parte del cosiddetto Consiglio a 20 per cooperare su terrorismo e sicurezza, ma non aveva mai previsto l’adesione piena. Era un compromesso che, nelle intenzioni di Berlusconi, doveva essere solo l’inizio.

Per i sostenitori di quella visione, se la Russia fosse stata integrata prima in un sistema di sicurezza europeo condiviso, molte delle crisi successive si sarebbero potute evitare. Per i critici, invece, si trattava di un’illusione, perché la Russia non ha mai voluto essere un partner normale ma ha sempre cercato il riconoscimento di una sfera di influenza.

Resta il fatto che Pratica di Mare è stato l’ultimo grande tentativo di costruire una architettura di sicurezza comune in Europa che includesse la Russia. Un tentativo tutto italiano, voluto e organizzato da Berlusconi, che per un giorno ha fatto sedere allo stesso tavolo, nella stessa base militare italiana, i leader della Nato e il presidente russo. Una pagina di storia della diplomazia italiana che, al di là dei giudizi politici, ha mostrato come un paese di medie dimensioni possa provare a giocare un ruolo di mediazione tra grandi potenze.

Quali leader europei sarebbero favorevoli a un riavvicinamento tra Russia ed Europa oggi? La situazione è molto diversa dal 2002 di Pratica di Mare.

Oggi, con la guerra in Ucraina ancora aperta, nessun leader di un grande paese fondatore dell’UE sostiene apertamente l’ingresso della Russia nella Nato o nella UE. Esiste però un gruppo di leader che spinge per il dialogo, per la fine delle sanzioni o per una maggiore autonomia dell’Europa dagli USA, e che storicamente ha avuto posizioni più vicine a Mosca.

Ecco la mappa, divisa per livelli:

1. Favorevoli a un dialogo immediato e a una normalizzazione

Sono i più espliciti:

Viktor Orban – Ungheria
È il leader più filo-dialogo in UE. Orban ha sempre definito la Russia come un partner economico inevitabile per l’Europa, soprattutto sul gas. Ha bloccato o rallentato diversi pacchetti di sanzioni e sostiene che senza la Russia non può esistere una vera architettura di sicurezza europea.

Robert Fico – Slovacchia
Tornato al potere, ha ripreso la linea di Orban. Ha interrotto gli aiuti militari diretti a Kiev e dice che l’unica soluzione è un negoziato che includa Mosca, perché l’isolamento totale danneggia più l’Europa che la Russia.

2. Sovranisti e conservatori che vedono la Russia come contrappeso culturale

Non sono filorussi in senso militare, ma condividono l’idea di Berlusconi di una Russia come parte dell’Europa cristiana e conservatrice.

Marine Le Pen e Jordan Bardella – Francia
Il Rassemblement National ha storicamente sostenuto l’idea di un’Europa da Lisbona a Vladivostok e di un’alleanza pan-europea che includa la Russia per bilanciare USA e Cina.

AfD – Germania e FPÖ – Austria
In Germania, Alternative für Deutschland è l’unico partito rilevante che chiede apertamente la riapertura del Nord Stream e la fine delle sanzioni. Stessa linea per il partito liberale austriaco.

Aleksandar Vucic – Serbia
Non è in UE, ma è il leader europeo più vicino a Mosca. La Serbia non ha mai applicato le sanzioni e si propone come ponte tra UE e Russia.

3. Chi era favorevole e chi potrebbe esserlo in futuro

Silvio Berlusconi è stato il leader che più di tutti ha creduto nel progetto Russia nella Nato, con il vertice di Pratica di Mare. Quella linea è portata avanti oggi da Forza Italia in modo molto più atlantista, ma l’idea di Berlusconi resta il riferimento storico.

Tra i leader dei grandi paesi, nessuno oggi propone l’adesione, ma ci sono aperture a un modello di sicurezza futuro:

  • In Francia, anche figure golliste come De Gaulle prima e poi Sarkozy e lo stesso Macron in una prima fase (prima del 2022) avevano parlato di necessità di non umiliare la Russia e di costruire una nuova architettura di sicurezza.
  • In Italia, la Lega di Matteo Salvini ha avuto in passato posizioni vicine a Mosca sull’energia e sulle sanzioni.

Perché gli altri sono contrari

La maggioranza dei leader UE attuali – Ursula von der Leyen alla Commissione, Donald Tusk in Polonia, il nuovo governo tedesco, i paesi Baltici e la Scandinavia – considera la Russia una minaccia diretta e ritiene che qualsiasi riavvicinamento possa avvenire solo dopo un ritiro completo dall’Ucraina e un cambio di politica a Mosca.

In sintesi: oggi i favorevoli a un riavvicinamento sono soprattutto i leader sovranisti di Ungheria e Slovacchia e i partiti di opposizione di destra in Francia, Germania e Austria. I leader dei grandi paesi fondatori UE non sono favorevoli ora, ma l’idea di Berlusconi di una Russia agganciata all’Europa resta un modello che parte di questa area politica vorrebbe riprendere una volta finita la guerra.

Ultime notizie dal Quotidiano d’Italia

    Condividi sui social