Saluti romani Ramelli archiviati: 18 posizioni archiviate, nessun pericolo fascista per i giudici di Milano

 

Il Tribunale di Milano archivia 18 posizioni per i saluti romani al corteo in memoria di Sergio Ramelli: per i giudici non c’è pericolo di ricostituzione del partito fascista. Tutti i dettagli della decisione.

 

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ARTICOLO – TESTO WORDPRESS

Saluti romani Ramelli archiviati: 18 posizioni archiviate, nessun pericolo fascista per i giudici di Milano

I saluti romani Ramelli archiviati sono al centro della nuova decisione del Tribunale di Milano. Sono state archiviate 18 posizioni per il reato di manifestazione fascista in relazione ai saluti romani fatti durante la commemorazione di Sergio Ramelli. Secondo i giudici, quel gesto, compiuto in un contesto commemorativo, non ha rappresentato un concreto pericolo di ricostituzione del disciolto partito fascista.

Una decisione destinata a far discutere, che arriva a pochi mesi dalle condanne e dalle assoluzioni che si sono alternate negli ultimi anni per fatti analoghi, sempre a Milano e sempre in occasione del corteo del 29 aprile in memoria del giovane militante del Fronte della Gioventù.

La Procura di Milano aveva aperto un fascicolo dopo le immagini del corteo, ma il GIP ha accolto la richiesta di archiviazione. La motivazione è chiara: manca l’elemento costitutivo del reato previsto dalla legge Scelba.

Cosa è successo al corteo per Sergio Ramelli

Ogni anno, il 29 aprile, centinaia di militanti e simpatizzanti dell’area di destra si ritrovano a Milano per commemorare Sergio Ramelli, il 19enne del Fronte della Gioventù ucciso nel 1975 da un commando di Avanguardia Operaia.

Il rito è sempre lo stesso, da quasi 50 anni. Il corteo parte e arriva sotto quella che era la sua casa, in via Paladini. Lì avviene la chiamata del “presente”. Per tre volte viene urlato “camerata Sergio Ramelli” e i presenti rispondono con il saluto romano, braccio teso.

Proprio per quel gesto, nel 2026, la Digos aveva identificato 18 persone. Erano state riprese dalle telecamere mentre eseguivano il saluto. Da lì l’iscrizione nel registro degli indagati per manifestazione fascista, articolo 5 della legge Scelba del 1952, che punisce chi compie “manifestazioni usuali del disciolto partito fascista”.

La Procura, dopo le indagini, ha però chiesto l’archiviazione. E il giudice per le indagini preliminari ha detto sì.

Perché il GIP ha archiviato: nessun pericolo fascista

La chiave di tutto è contenuta in una frase: “nessun pericolo fascista”. Per i giudici milanesi, il saluto romano fatto in quel preciso contesto non integra il reato.

Il ragionamento si basa su un principio fondamentale stabilito dalla Cassazione a Sezioni Unite nel 2024. La Suprema Corte ha chiarito che il saluto romano è reato solo se c’è un concreto pericolo di ricostituzione del partito fascista. Non basta il gesto in sé. Serve valutare il contesto, il momento, le modalità, il numero di partecipanti e soprattutto l’idoneità della condotta a creare davvero quel pericolo per l’ordine democratico.

Nel caso dei saluti romani Ramelli archiviati, il Tribunale ha ritenuto che il gesto avesse una finalità esclusivamente commemorativa. Un omaggio a un ragazzo ucciso per le sue idee politiche, non una manifestazione volta a ricostituire il fascismo o a esaltarne metodi e ideologie in chiave eversiva.

Nelle motivazioni, simili a quelle già usate il 28 novembre scorso per assolvere 23 militanti per il corteo del 2019, i giudici scrivono che si è trattato di un “rito commemorativo in memoria del giovane trucidato per le sue idee politiche”, privo di quella carica evocativa e organizzativa che la legge vuole punire.

In pratica: in mille possono fare il saluto romano, ma se lo fanno per rendere omaggio a un defunto e non per organizzare un movimento che vuole riportare il fascismo al potere, per la legge italiana attuale non è reato.

La differenza con le condanne del 2018

Questa archiviazione sembra andare in direzione opposta rispetto a quanto accaduto per il corteo del 2018. In quel caso, la Corte d’Appello di Milano, nel dicembre scorso, ha confermato 13 condanne a 4 mesi per militanti di estrema destra per gli stessi fatti: saluti romani al corteo per Ramelli.

Cosa cambia? La valutazione del “concreto pericolo”.

La sostituta procuratore generale Olimpia Bossi, in appello per il 2018, aveva chiesto e ottenuto la conferma delle condanne proprio sulla base della sentenza delle Sezioni Unite. Secondo l’accusa di allora, quella manifestazione con centinaia di persone schierate, organizzata e rivendicata, aveva quel “potere evocativo” che rappresenta un pericolo concreto.

Perché allora 13 condanne per il 2018 e 23 assoluzioni per il 2019 e ora 18 archiviazioni per il 2026?

La giurisprudenza sul tema è ancora ondivaga. Ogni processo fa storia a sé. I giudici valutano se c’erano bandiere, slogan, organizzazioni strutturate dietro, se il saluto era accompagnato da altre manifestazioni tipiche del fascismo. Se il gesto resta isolato, silenzioso, alla fine di una commemorazione, la tendenza degli ultimi due anni a Milano è quella di assolvere o archiviare.

Se invece il gesto è inserito in un contesto più ampio, con cortei non autorizzati, scontri, rivendicazione politica esplicita, allora scatta la condanna per manifestazione fascista.

Legge Scelba e Legge Mancino: cosa rischiano chi fa il saluto romano

Per capire la vicenda dei saluti romani Ramelli archiviati bisogna distinguere due leggi.

La prima è la Legge Scelba, n. 645 del 1952. All’articolo 5 punisce le manifestazioni usuali del disciolto partito fascista. Il saluto romano è la più tipica. La pena è la reclusione fino a 3 anni. Ma, come detto, la Cassazione ha chiarito che non è un reato di mera condotta, ma di pericolo concreto.

La seconda è la Legge Mancino, n. 205 del 1993. Punisce l’incitamento alla discriminazione razziale, etnica e religiosa. In molti processi per i saluti romani, gli imputati erano accusati di entrambe le violazioni. Quasi sempre, però, i giudici milanesi hanno assolto dall’accusa di violazione della legge Mancino, perché il saluto per Ramelli non aveva finalità razzista, ma commemorativa. Le condanne sono arrivate quasi sempre solo sulla Scelba, e solo quando è stato ravvisato il pericolo.

L’archiviazione di queste 18 posizioni conferma questo orientamento: cade la Scelba per mancanza di pericolo, cade la Mancino per mancanza di finalità discriminatoria.

Reazioni politiche e polemiche

Come ogni volta che si parla di Ramelli e di saluti romani, la decisione ha scatenato reazioni opposte.

Da una parte, l’area della destra e i comitati per la memoria di Ramelli parlano di “sentenza di buonsenso” e di “fine di una persecuzione giudiziaria contro un semplice omaggio ai morti”. Sostengono che commemorare un ragazzo ucciso a 19 anni a colpi di chiave inglese non può essere equiparato a voler ricostituire il fascismo.

Dall’altra, ANPI e parte della sinistra e dell’associazionismo antifascista criticano la decisione. Per loro il saluto romano resta sempre e comunque una manifestazione fascista, a prescindere dal contesto. L’ex presidente dell’ANPI di Milano ha più volte ricordato che nel 2013, per fatti analoghi, 16 militanti furono condannati proprio per aver fatto il saluto in occasione della commemorazione di Ramelli, Pedenovi e Borsani.

Al centro del dibattito resta Sergio Ramelli stesso. La sua figura, a 51 anni dalla morte, continua a dividere. Per alcuni è simbolo degli anni di piombo e delle vittime di quella stagione, per altri è diventato un’icona strumentalizzata dall’estrema destra.

Cosa succede ora

Con l’archiviazione delle 18 posizioni, il fascicolo si chiude. Non ci sarà processo. Resta però la possibilità per la Procura Generale di impugnare o per nuove indagini se dovessero emergere elementi diversi.

Intanto, il prossimo 29 aprile, il copione è destinato a ripetersi. Il corteo per Ramelli si farà di nuovo. E quasi certamente si ripeterà il rito del “presente” e dei saluti romani. Le forze dell’ordine riprenderanno, la Digos identificherà, e i magistrati saranno di nuovo chiamati a decidere se quel braccio teso è un reato o solo un omaggio.

La linea che separa le due interpretazioni è oggi più sottile che mai, e passa tutta per quelle due parole scritte nell’ordinanza del GIP: nessun pericolo.

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Immagine consigliata: foto del corteo del 29 aprile (con volti sfocati) o Tribunale di Milano

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