Le spiagge di chi sono? La domanda non è retorica, visto quanto si trova, plastica, barche abbandonate, sedie ecc.
In Italia, lido, spiaggia e arenile fanno parte del demanio marittimo dello Stato. Lo dice chiaramente l’articolo 822 del Codice Civile e l’articolo 28 del Codice della Navigazione.
Come funziona in pratica:
- Proprietà
La spiaggia è un bene “demaniale necessario”: appartiene allo Stato ed è inalienabile e imprescrittibile. Quindi non può essere venduta a privati.
- Gestione
Anche se la proprietà è dello Stato, dal 1998 la gestione amministrativa è passata ai Comuni. I Comuni rilasciano le concessioni demaniali e disciplinano l’uso a fini turistici. È per questo che si vedono stabilimenti, spiagge libere attrezzate, ordinanze comunali, ecc.
- Uso pubblico
- Battigia: la fascia di 5 metri dal mare è sempre libera e gratuita. Gli stabilimenti hanno l’obbligo di farci accedere e transitare.
- Spiaggia libera: se non è in concessione, chiunque può usarla gratis con ombrellone e telo propri.
- Concessioni: lo Stato o il Comune può dare in uso a privati parti di spiaggia per stabilimenti balneari.
In sintesi
- Di chi è: dello Stato, Demanio marittimo
- Chi la gestisce: i Comuni, che rilasciano concessioni e fanno le ordinanze balneari
- Di chi è l’uso: di tutti. Nessuno può farti pagare per raggiungere la battigia
Se desideri ulteriori informazioni su come funziona una concessione demaniale o su cosa puoi fare e non fare in spiaggia libera, fammelo sapere. Posso anche spiegarti la legge Bolkestein.
La manutenzione è fondamentale per usufruire delle spiagge, ma ci sono le risorse economiche e il personale nei comuni per manutenerle? Chi poteva investire tra l’altro, è rimasto bloccato dalla legge che viene interpretata diversamente : in Toscana non c’è stata un’azione e applicazione immediata, tanto per fare un esempio.
Direttiva Bolkestein concessioni balneari: come funziona davvero e cosa cambia per le spiagge italiane
Per capire cosa sta succedendo sulle spiagge italiane bisogna partire da un punto preciso: la direttiva Bolkestein concessioni balneari. È una norma europea che da anni fa discutere, che ha creato scontri tra Italia ed Europa e che oggi è tornata al centro del dibattito politico ed economico. Il suo principio è semplice, ma le sue conseguenze sono enormi per migliaia di imprese balneari e per il futuro del nostro litorale.
Molti ne hanno sentito parlare in modo confuso, tra proroghe, sentenze e bandi rinviati. Proviamo a spiegarla con parole chiare, senza tecnicismi inutili, partendo dalle tre regole di base che l’Unione Europea ha fissato e che l’Italia ha fatto fatica ad applicare.
La questione non riguarda solo gli ombrelloni. Riguarda il modo in cui lo Stato gestisce un bene che appartiene a tutti, come la costa, e il diritto di ogni imprenditore europeo di poter concorrere in modo equo per gestirlo. Un tema che tocca il turismo, il lavoro, gli investimenti e la concorrenza.
In questo articolo vediamo punto per punto come funziona la direttiva, perché le spiagge sono considerate una risorsa scarsa, cosa significano le gare aperte e perché l’Italia è arrivata allo scontro con Bruxelles dopo anni di rinnovi automatici.
Cos’è la direttiva Bolkestein e perché si applica alle spiagge
La direttiva Bolkestein prende il nome da Frits Bolkestein, il commissario europeo che l’ha proposta nel 2006. Il suo nome ufficiale è direttiva 2006/123/CE sui servizi nel mercato interno. L’obiettivo era creare un mercato dei servizi più libero e più concorrenziale in tutta Europa, eliminando barriere e privilegi nazionali.
Tra i tanti settori toccati, ci sono anche le concessioni demaniali, cioè quei permessi che lo Stato dà a un privato per usare un bene pubblico a fini economici. Le spiagge rientrano esattamente in questa categoria: il demanio marittimo è dello Stato, e lo Stato lo affida in gestione a privati, gli stabilimenti balneari, che in cambio pagano un canone.
Per anni in Italia queste concessioni sono state rinnovate quasi automaticamente agli stessi gestori, spesso alle stesse famiglie da decenni. Un sistema che ha garantito continuità, ma che secondo l’Europa ha creato una chiusura del mercato. Chi voleva entrare, chi aveva un progetto nuovo, non poteva farlo perché i posti erano già occupati per sempre.
La direttiva interviene proprio qui. Non dice che le spiagge vanno privatizzate. Dice che la gestione di un bene pubblico limitato non può essere assegnata a vita a una sola persona senza mai dare ad altri la possibilità di provare a gestirlo meglio.
Il principio della risorsa scarsa: perché le spiagge non sono infinite
Il primo pilastro della direttiva è quello della risorsa scarsa. L’Unione Europea ragiona così: se uno spazio o una risorsa è poca, è limitata, non la puoi dare per sempre a uno solo. E le spiagge sabbiose italiane sono esattamente questo: una risorsa scarsa.
L’Italia ha circa 8.000 chilometri di costa, ma solo una parte è effettivamente utilizzabile per stabilimenti balneari. Tra coste rocciose, aree protette, porti, zone militari e tratti liberi, lo spazio per fare impresa balneare è limitato. In molte regioni, come Liguria, Emilia Romagna e Versilia, quasi il 70-80 per cento delle spiagge sabbiose è già occupato da concessioni.
Se lo Stato rinnova automaticamente sempre allo stesso soggetto, di fatto impedisce a chiunque altro di accedere a quel mercato. Non c’è spazio per nuovi imprenditori, per giovani che vogliono investire, per progetti più sostenibili o innovativi. Si crea una rendita di posizione.
L’Europa considera questo una violazione della concorrenza. Il ragionamento è: la spiaggia è di tutti, è un bene pubblico prezioso. Se la dai in gestione a un privato perché ci faccia impresa, devi farlo con regole che permettano a tutti, almeno ogni tot anni, di mettersi in gioco. Non è una punizione per chi c’è già, è una garanzia per chi vuole entrare e per lo Stato stesso, che può scegliere l’offerta migliore.
Gare aperte e trasparenti: cosa prevede il bando per le concessioni
Il secondo pilastro è quello delle gare aperte. La direttiva Bolkestein stabilisce che quando una concessione riguarda una risorsa scarsa, alla sua scadenza va rimessa a gara con un bando pubblico, equo e trasparente.
Cosa significa in pratica? Significa che il Comune, che gestisce le concessioni per conto dello Stato, deve pubblicare un bando. Nel bando deve scrivere chiaramente quali sono i requisiti per partecipare, quanto durerà la nuova concessione, qual è il canone minimo, quali criteri userà per scegliere il vincitore.
E tutti, sia il vecchio concessionario sia nuovi aspiranti, sia italiani sia di altri paesi UE, devono poter partecipare alle stesse condizioni. Vince chi presenta il progetto migliore secondo i criteri stabiliti. Criteri che non sono solo economici. Anzi, le linee guida indicano che si dovrebbe premiare la qualità del servizio, la sostenibilità ambientale, l’accessibilità per le persone con disabilità, gli investimenti per riqualificare la struttura, la destagionalizzazione e la creazione di posti di lavoro.
Non si tratta quindi di un’asta al rialzo dove vince chi offre più soldi. Il modello che l’Europa chiede è quello di una gara di qualità. Chi ha gestito bene fino ad oggi può far valere la sua esperienza, ma non può avere un diritto automatico a restare. Deve rimettersi in gioco, presentare un piano di investimenti, dimostrare di meritare ancora quella spiaggia.
La durata della nuova concessione, secondo la giurisprudenza europea e le indicazioni italiane più recenti, non potrà essere brevissima, altrimenti nessuno investirebbe. Si parla di periodi tra i 5 e i 20 anni, per permettere di ammortizzare gli investimenti, ma con una scadenza certa alla fine.
Fine dei rinnovi automatici: perché l’Italia è in conflitto con l’Europa
Il terzo punto, il più spinoso, è quello della fine dei rinnovi automatici. Qui nasce lo scontro tra Italia e Unione Europea che va avanti da oltre 15 anni.
Dal 2006, anno della direttiva, l’Italia ha continuato a prorogare le concessioni esistenti con una serie di leggi e decreti. Proroga al 2015, poi al 2020, poi al 2023, poi al 2024, fino al tentativo di arrivare al 2027. Ogni volta il meccanismo era lo stesso: invece di fare le gare, si allungava la scadenza a tutti i concessionari attuali, senza bando.
L’Europa ha considerato queste proroghe illegittime. La Commissione europea ha aperto una procedura di infrazione contro l’Italia. Poi sono arrivate le sentenze del Consiglio di Stato, nel 2021 e nel 2022, che hanno detto in modo chiarissimo: le proroghe automatiche violano il diritto europeo, le concessioni scadute vanno riassegnate con gara.
Anche la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha confermato la linea: se c’è scarsità di risorsa, non ci può essere rinnovo automatico. Le norme italiane che lo prevedevano vanno disapplicate.
Il governo italiano si è trovato quindi in una posizione difficile. Da un lato, la pressione europea e dei giudici che chiedono di applicare la direttiva. Dall’altro, la protesta di oltre 30.000 imprese balneari che gestiscono stabilimenti spesso da tre generazioni, che hanno investito soldi e che temono di perdere tutto con una gara. Queste imprese chiedono indennizzi per gli investimenti non ancora ammortizzati e criteri che valorizzino il lavoro fatto.
Cosa cambia per i balneari e per chi vuole entrare nel settore
Con l’applicazione della direttiva Bolkestein, il mondo dei balneari cambia profondamente. Per chi già gestisce uno stabilimento, non c’è più la certezza di tenerlo a vita.
Alla scadenza, dovrà partecipare a una gara e confrontarsi con altri concorrenti. Se vince, ottiene una nuova concessione di lunga durata. Se perde, dovrà lasciare e avrà diritto, secondo la legge italiana approvata nel 2022, a un indennizzo per gli investimenti fatti e non ancora recuperati.
Per chi vuole entrare, invece, si apre una possibilità che prima non c’era.
Giovani imprenditori, cooperative, società che propongono stabilimenti più ecologici, senza plastica, con servizi innovativi, potranno finalmente presentare la loro offerta al Comune.
I Comuni, dal canto loro, avranno un ruolo centrale e molto più impegnativo. Dovranno mappare le concessioni, capire quali sono davvero scarse, organizzare i bandi, stabilire punteggi trasparenti, gestire ricorsi e contenziosi. Un lavoro enorme, che molti Comuni costieri stanno già iniziando a fare con difficoltà per mancanza di personale e di linee guida chiare.
C’è poi il tema del valore dell’esperienza. La legge italiana cerca di mediare: chi ha gestito la spiaggia fino ad oggi, chi ha un’attività avviata, chi ha dipendenti, può ottenere un punteggio aggiuntivo, ma non determinante. Non si può dare un peso eccessivo all’esperienza pregressa, altrimenti la gara sarebbe finta e saremmo di nuovo al rinnovo automatico mascherato.
Le spiagge libere e il futuro del modello italiano
Un altro aspetto importante della direttiva è che non obbliga l’Italia a dare tutto ai privati. Anzi, l’Europa chiede che una quota adeguata di spiagge resti libera e liberamente accessibile a tutti. Su questo l’Italia è molto indietro rispetto ad altri paesi europei.
Il nuovo sistema di gare potrebbe essere l’occasione per ripensare il modello di spiaggia. Non solo file di ombrelloni uguali, ma tratti di costa con servizi diversi: aree libere attrezzate con servizi minimi, stabilimenti ad alta sostenibilità, spiagge per famiglie, spiagge per sportivi, aree per i giovani.
La direttiva Bolkestein, se applicata bene, non è quindi solo una minaccia per i balneari storici. Può diventare un’opportunità per alzare la qualità dell’offerta turistica italiana, che negli ultimi anni ha sofferto la concorrenza di altri paesi mediterranei. Investire in stabilimenti più belli, più green, più accessibili significa attrarre un turismo più ricco e più rispettoso.
Resta il nodo più politico: come accompagnare la transizione senza distruggere un tessuto imprenditoriale che dà lavoro a centinaia di migliaia di persone. Servono indennizzi certi, tempi ragionevoli, bandi fatti bene e non punitivi. La sfida è tenere insieme due principi entrambi giusti: la concorrenza e la tutela di chi ha lavorato per una vita sulla spiaggia.
In definitiva, la direttiva ci dice una cosa molto semplice: il mare è di tutti, la sua gestione è un privilegio temporaneo, non un diritto eterno.
Le gare aperte sono lo strumento per garantire che quel privilegio vada a chi lo merita di più, di volta in volta, con trasparenza.
La Bolkestein sulle concessioni balneari in Italia è stata applicata pochissimo, ed è proprio questo il problema.
A quasi 20 anni dalla direttiva 2006/123/CE, che impone gare aperte per le risorse scarse, solo 26 Comuni in tutta Italia hanno effettivamente avviato le procedure di gara per le concessioni. Il resto del Paese è rimasto fermo tra proroghe su proroghe.
Dove è stata applicata – i 26 Comuni pionieri
Sono distribuiti a macchia di leopardo, non per regioni intere, ma per scelte di singoli Comuni che hanno deciso di anticipare i tempi nonostante la legge nazionale permettesse di rinviare fino a settembre 2027:
- Toscana – 6 Comuni: Camaiore, Forte dei Marmi, Pietrasanta, Viareggio, Carrara e Grosseto
- Veneto: Chioggia, e percorsi virtuosi avviati anche a Jesolo, Bibione, Caorle, Venezia, Eraclea, Sottomarina, Rosolina
- Emilia-Romagna: Ravenna, Cervia, Misano Adriatico, oltre a Castiglione della Pescaia citata tra gli iter già conclusi
- Liguria: Imperia, Chiavari, Lavagna
- Abruzzo: Pescara, Fossacesia, Vasto
- Lazio: Fiumicino, Formia, Gaeta, Ostia
- Campania: Camerota, Minori, Sapri, Pontecagnano Faiano
- Puglia: Ginosa – dove però 12 bandi sono stati poi annullati dal Tar di Lecce nel luglio 2025 per vizi procedurali
Nelle altre regioni, comprese Sicilia, Marche, Calabria, Sardegna, Friuli, non è stata applicata. Anzi, la Regione Sicilia ha provato a prorogare per legge, e la Corte Costituzionale con sentenza n.109/2024 ha dichiarato la proroga siciliana illegittima per violazione della Bolkestein.
Perché solo lì? 3 motivi
1. Hanno rispettato le sentenze, non le proroghe.
Il Consiglio di Stato nel 2021 e 2022 ha detto chiaramente che le proroghe automatiche violano il diritto UE e che le concessioni scadute vanno a gara. L’Antitrust e la Commissione UE, che dal 2020 ha aperto una procedura d’infrazione contro l’Italia, spingono nella stessa direzione. Quei 26 Comuni hanno applicato le sentenze, ignorando la legge italiana 166/2024 che invece autorizza il rinvio al 2027.
2. Il principio della scarsità è stato riconosciuto.
La Corte di Giustizia UE il 10 luglio 2025 ha chiarito: la Bolkestein si applica SOLO dove c’è scarsità della risorsa naturale. In Liguria, Versilia, Emilia-Romagna, Veneto, dove l’80% di spiaggia sabbiosa è già occupato da stabilimenti, la scarsità è evidente. In quei Comuni i giudici hanno detto: non potete più rinnovare allo stesso gestore per sempre.
3. Paura delle sanzioni e volontà politica.
L’Emilia-Romagna è stata la prima a dire che continuare con le proroghe avrebbe portato a sanzioni pagate da tutti i cittadini. Alcuni sindaci hanno quindi preferito partire, per dare certezza alle imprese (che così hanno una concessione da 5 a 20 anni) piuttosto che restare nell’incertezza giuridica che dura dal 2006.
Come al solito regna la confusione..
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