Torino,  lavori di pubblica utilità condanna si esprime la  Cassazione: annullata la revoca, cosa dice la Suprema Corte

 

La Cassazione annulla la revoca dei lavori di pubblica utilità a Torino. Un 49enne condannato a 8 mesi non aveva iniziato le 520 ore al Comune. La sentenza cambia tutto.

 

 

 

La sentenza su  Torino sui lavori di pubblica utilità. È questa la vicenda che nelle ultime ore sta facendo discutere avvocati, magistrati e addetti ai lavori. La Corte di Cassazione ha infatti annullato la decisione con cui la Corte d’appello aveva revocato a un uomo di 49 anni la possibilità di scontare la condanna attraverso i lavori di pubblica utilità a Torino.

 

Una sentenza destinata a fare giurisprudenza e che chiarisce un punto fondamentale: chi deve attivarsi perché la pena alternativa inizi davvero?

 

La storia nasce nel 2023, quando l’uomo era stato condannato a 8 mesi e 20 giorni di reclusione, pena che era stata sostituita con 520 ore di lavori di pubblica utilità presso il Comune di Torino. Nonostante il termine fosse scaduto, l’uomo non aveva ancora iniziato il percorso di pubblica utilità. Da qui è partita la revoca e il successivo ricorso fino in Cassazione.

 

Cosa è successo a Torino: la condanna e la revoca dei lavori di pubblica utilità

 

Tutto inizia con una condanna definitiva nel 2023. Il Tribunale infligge all’imputato 8 mesi e 20 giorni di reclusione. Il giudice, applicando la normativa sulle pene sostitutive, decide di sostituire la detenzione con i lavori di pubblica utilità.

 

La misura è chiara: 520 ore di attività non retribuita da svolgere presso il Comune di Torino. Un’attività che avrebbe dovuto favorire il reinserimento sociale, come prevede la legge.

 

Il problema? Il tempo passa ma il condannato non svolge neanche un’ora. Nonostante il termine fosse scaduto, l’uomo non aveva ancora iniziato il percorso. L’Ufficio di esecuzione, constatata l’inattività, chiede la revoca della misura e il ripristino della pena detentiva.

 

La Corte d’appello accoglie la richiesta e revoca i lavori di pubblica utilità, facendo così tornare in vigore la pena detentiva di 8 mesi e 20 giorni di reclusione, inflitta all’uomo nel 2023. 8acc

 

L’uomo però non ci sta e tramite il suo difensore fa ricorso in Cassazione.

 

La difesa del condannato: mai informato sulle modalità

 

Il punto centrale della difesa è tanto semplice quanto efficace. L’uomo si è difeso sostenendo di non essere mai stato informato sulle modalità concrete con cui avrebbe dovuto svolgere i lavori.

 

E in effetti, la procedura per i lavori di pubblica utilità a Torino è molto precisa. Il dispositivo di sentenza deve essere notificato al condannato e inviato tempestivamente all’Ufficio Esecuzione della Procura di Torino, all’Ufficio Esecuzione Penale Esterna e all’Ente presso il quale verranno svolti i lavori.

 

Nel caso specifico, la sentenza prevedeva che fosse il Comune di Torino a stabilire le attività e il calendario, comunicandoli formalmente all’interessato, all’Ufficio di esecuzione penale esterna.

 

Comunicazione che, secondo la difesa, non sarebbe mai avvenuta. Come può un condannato iniziare un lavoro se nessuno gli dice dove, quando e come presentarsi?

 

La decisione della Cassazione su Torino e i lavori di pubblica utilità

 

Ed è qui che arriva la svolta. La Cassazione ha accolto il ricorso del 49enne, ritenendo che la Corte d’appello non avesse verificato se l’uomo fosse stato messo nelle condizioni di iniziare i lavori. 992b

 

La Suprema Corte ha ritenuto il ricorso fondato e ha annullato l’ordinanza impugnata con rinvio al Tribunale di Torino per un nuovo giudizio. 26b6

 

Secondo i giudici di legittimità, il giudice dell’esecuzione ha errato nel disporre la revoca basandosi sull’implicito presupposto che, una volta divenuta irrevocabile la condanna, fosse onere del condannato attivarsi per iniziare il lavoro di pubblica utilità. 26b6

 

In parole semplici: non è il condannato a doversi mettere alla ricerca dell’ente, a telefonare al Comune, a insistere per iniziare. È il sistema giustizia, attraverso l’UEPE e l’Ente convenzionato, a dover convocare, programmare e avviare il percorso.

 

Se questo passaggio manca, non si può parlare di “mancata esecuzione volontaria” e quindi non si può revocare la misura.

 

È importante chiarire un punto: la decisione non cancella la condanna e non significa che l’uomo sia stato esonerato dall’obbligo di svolgere le 520 ore. La Cassazione non ha assolto nessuno. Ha solo detto che il procedimento di revoca è stato fatto male e va rifatto da capo, verificando prima se l’ente aveva effettivamente chiamato il condannato. 992b7441

 

Cosa sono i lavori di pubblica utilità e quando si applicano

 

Per capire la portata della sentenza Torino lavori pubblica utilità condanna Cassazione, bisogna fare un passo indietro.

 

Il lavoro di pubblica utilità è una sanzione sostitutiva di pene detentive brevi, prevista dalla Legge n. 689 del 1981, che consente al condannato di svolgere un’attività non retribuita a favore della collettività, con l’obiettivo di favorire il suo reinserimento sociale. 96bb

 

Non è un “favore”. È una vera e propria pena, ma scontata in modo diverso. Si applica in tre casi principali:

 

1. Reati del Codice della Strada: è il caso più frequente. Per guida in stato di ebbrezza (art. 186) o sotto effetto di stupefacenti (art. 187), il giudice può sostituire la pena con i lavori di pubblica utilità. A Torino esiste una procedura specifica: l’interessato deposita una domanda di sostituzione della pena con i lavori di pubblica utilità e una autocertificazione. 2b04

 

2. Pene detentive brevi: per condanne fino a un certo limite, la detenzione può essere sostituita con il lavoro per la collettività.

 

3. Messa alla prova: in alcuni casi, i lavori di pubblica utilità sono condizione per l’estinzione del reato.

 

Il lavoro può essere svolto presso Comuni, associazioni di volontariato, Protezione Civile, ASL, Caritas e altri enti convenzionati con il Tribunale.

 

Perché la sentenza di Torino cambia le regole per tutti

 

Questa pronuncia della Cassazione ha un peso enorme per due motivi.

 

Primo, mette un freno alle revoche automatiche. Fino ad oggi, in molti Tribunali, se il condannato non iniziava entro pochi mesi, scattava la revoca quasi immediata. Ora la Suprema Corte dice: prima dovete provare che il Comune o l’associazione lo abbia chiamato.

 

Secondo, responsabilizza gli Enti. Il Comune di Torino doveva stabilire le attività e il calendario, comunicandoli formalmente all’interessato. Se il Comune è in ritardo per carenza di organico, per liste d’attesa o per disorganizzazione, la colpa non può ricadere sul condannato. dfd4

 

È un principio di garanzia fondamentale. La pena deve essere certa, ma deve anche essere eseguibile. Se lo Stato offre una pena alternativa e poi non la rende concretamente possibile, non può punire il cittadino per non averla eseguita.

 

Cosa succede ora al condannato di Torino?

 

Dopo l’annullamento con rinvio, il fascicolo torna al Tribunale di Torino. Il giudice dovrà verificare, carte alla mano:

 

Se l’UEPE di Torino ha mai convocato l’uomo.

Se il Comune di Torino ha predisposto un programma di lavoro.

Se esiste una prova di comunicazione formale al condannato.

 

Se questa verifica darà esito negativo, la revoca sarà annullata definitivamente e l’uomo potrà finalmente iniziare le sue 520 ore. Se invece si scoprirà che era stato regolarmente convocato e non si è presentato senza giustificato motivo, la revoca potrà essere confermata e dovrà scontare gli 8 mesi e 20 giorni in carcere.

 

In entrambi i casi, la vicenda di Torino insegna che i lavori di pubblica utilità non sono una scorciatoia, ma un percorso serio che richiede collaborazione tra condannato, Tribunale ed Ente locale. E che quando questa collaborazione manca, a pagare non deve essere solo il condannato.

 

CONCLUSIONE

 

La sentenza su  Torino sui lavori di pubblica utilità: la  condanna Cassazione segna un punto di svolta. Non fa nemmeno un’ora ma la Cassazione gli dà ragione, titolava un giornale. E in effetti è andata così: zero ore svolte, ma ricorso vinto. 8acc

 

Un monito per tutti i Tribunali italiani: la giustizia riparativa funziona solo se tutti fanno la propria parte.

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