Quelli del Toret

Il Comune di Torino ferma il raduno spontaneo di auto storiche "Quelli del Toret" in Corso Stati Uniti per ragioni di sicurezza. Cronaca di un addio che cerca il riscatto.

Stop al raduno di auto storiche di Quelli del Toret: le ultime notizie dal Comune di Torino e le reazioni della community

Il rito domenicale che illuminava l’eleganza sabauda

TORINO – Nelle domeniche  c’era un perimetro di asfalto capace di trasformarsi in una macchina del tempo. Il ritrovo in  Corso Stati Uniti nel tratto tra  Corso Duca degli Abruzzi e Corso Galileo Ferraris — nel cuore pulsante di una delle zone più storiche ed eleganti di Torino, a due passi dalle storiche residenze della famiglia Lavazza — la fine della settimana non era scandita dal solito silenzio cittadino, ma dal sommesso e nobile borbottare dei motori d’epoca. Sotto i viali alberati, dove il gioco tra sole e ombra creava la scenografia perfetta per i cacciatori di immagini, fotografi e videomaker, andava in scena qualcosa di unico. Non un semplice raduno, ma un’esposizione culturale spontanea, un rito transgenerazionale capace di attirare fino a 300 vetture e migliaia di visitatori.

Qui, nella culla dell’industria automobilistica italiana, “Quelli del Toret” erano riusciti a compiere un miracolo invisibile: convincere i collezionisti più gelosi a spalancare i propri garage. Pezzi da novanta, rarità assolute e hypercar introvabili che solitamente riposano sotto teli felpati nella provincia torinese, sfilavano davanti agli occhi di bambini, nonni e appassionati. Gli stessi fondatori si occupavano di una rigorosa “scrematura” informale all’ingresso, garantendo un livello qualitativo da concorso d’eleganza, ma con la totale gratuità e l’accessibilità di una passeggiata tra amici. Un’idea nata sulla scia del successo milanese di “Quelli di Piazza Affari”, ma che sotto l’ombra della Mole aveva trovato un terreno ancora più fertile, superando ogni record.

 

Il “muro” della sicurezza: quando il successo diventa un limite

Il successo, però, ha una sua grammatica burocratica. I numeri straordinari raggiunti dal ritrovo hanno inevitabilmente acceso i radar delle autorità. La svolta è arrivata direttamente da Palazzo Civico: l’Assessore alla legalità Marco Porcedda (ex Tenente Colonnello dei Carabinieri) e il Vice Comandante Vicario della Polizia Municipale, Alessandro Parigini, hanno contattato formalmente gli organizzatori. La posizione del Comune non nasce da un intento punitivo, ma dall’applicazione rigida dei protocolli di sicurezza nazionali.

Quando un raduno spontaneo supera la soglia critica delle centinaia di partecipanti e delle migliaia di spettatori, la normativa italiana — ridefinita in modo stringente dalle storiche Direttive Gabrielli del 2017 e dalle successive circolari del Ministero dell’Interno sulla Safety e Security negli eventi pubblici — non ammette deroghe. Il codice equipara di fatto la concentrazione massiva di persone a un evento organizzato. Di conseguenza, scatta l’obbligo di:

  • Richiesta formale di concessione del suolo pubblico
  • Redazione di un piano di evacuazione e safety firmato da un tecnico abilitato
  • Presidio medico costante con la presenza di ambulanze dedicate
  • Posizionamento di barriere antipanico e transennamenti
  • Presenza di personale di sicurezza certificato (steward)

I vertici del Comune e della Municipale hanno così chiarito lo spartiacque: per quanto l’incontro sia libero, pacifico e autoregolamentato, l’ordinamento giuridico non consente vuoti di responsabilità. O ci si adegua ai costi e alle complessità burocratiche di un evento ufficiale, o i motori dovranno restare spenti. Non è una colpa ma un fatto di regole, norme e sicurezza.

La delusione della piazza: tra rabbia social e orgoglio ferito

La notizia del blocco ha scatenato un’autentica tempesta emotiva sul web. Analizzando il sentimento dei cittadini e degli appassionati nei canali social ufficiali, emerge un mix di profonda amarezza e aperta contestazione verso le istituzioni. “La burocrazia in Italia spiana qualsiasi iniziativa volontaria e sana“, scrive un utente, sintetizzando il pensiero di molti. I commenti dei torinesi evidenziano il paradosso di una città che si professa “capitale dell’auto” ma che, nei fatti, spegne l’unica vera vetrina spontanea dedicata a questa identità.

La community contesta vigorosamente il peso della burocrazia applicato ad un contesto che da ottobre (periodo in cui è nato il progetto)  non ha mai registrato una discussione, un atto di inciviltà o un problema di ordine pubblico. Molti cittadini fanno notare, con toni duri, come l’amministrazione utilizzi “il pugno di ferro con gli appassionati e i collezionisti, mentre chiude gli occhi davanti ai mercati abusivi, al degrado delle periferie o ai cortei che bloccano la città”. C’è la percezione diffusa che le norme sulla sicurezza vengano usate come un “alibi burocratico” dominato dal timore della responsabilità, finendo per reprimere le poche realtà che funzionano e che aggregano le famiglie in modo sano.

Un futuro in stallo, ma la solidarietà accende la speranza

Dall’altra parte del tavolo, gli organizzatori di “Quelli del Toret”, tra cui Edoardo Bessone, stanno gestendo la crisi con una compostezza esemplare. Nessun muro contro muro, nessun atteggiamento scontroso: i fondatori hanno ascoltato le ragioni delle autorità con spirito collaborativo e assoluto rispetto delle leggi. Il sentimento dominante nel team è però il rammarico. C’è la forte preoccupazione di non poter più regalare il proprio tempo e la propria passione alla città, privando Torino di un salotto culturale che era diventato un patrimonio di tutti.

Il presente dice che la situazione è in una fase di stallo decisionale, ma il silenzio di Corso Stati Uniti ha fatto un rumore assordante, muovendo forze inaspettate. Nelle ultime ore, intorno a “Quelli del Toret” si è sollevata una clamorosa ondata di solidarietà istituzionale e privata. Gli organizzatori sono stati sommersi da chiamate di supporto: noti imprenditori locali, esponenti politici, avvocati e professionisti si sono offerti di prestare consulenza gratuita per superare l’impasse burocratico.

Ancor più significativo è l’interessamento del MAUTO (Museo dell’Automobile di Torino), insieme a diverse proprietà di grandi centri commerciali della provincia, pronti a mettere a disposizione i propri spazi privati e le proprie strutture organizzative per far rinascere l’iniziativa all’interno di una cornice tutelata. La fine del raduno spontaneo in Corso Stati Uniti potrebbe non essere la parola “fine”, ma il prologo di un nuovo, straordinario capitolo per la Torino motoristica.

Direttore Editoriale Fabio Sanfilippo

 

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