Operazione Pakistan Brescia: 2 arresti per traffico internazionale di rifiuti tra Italia, Europa e Pakistan

L’operazione Pakistan Brescia dei Carabinieri del Nucleo Operativo Ecologico ha portato all’esecuzione di 2 misure cautelari personali, 14 perquisizioni e 1 sequestro in provincia di Brescia. L’indagine, coordinata dalla Procura della Repubblica – Direzione Distrettuale Antimafia di Brescia, ha smantellato una rete sospettata di traffico internazionale di rifiuti con collegamenti tra Italia, Europa e Pakistan. Il blitz è scattato nelle prime ore della mattinata ed è stato condotto dal NOE di Brescia con il supporto del Gruppo per la Tutela Ambientale e la Sicurezza Energetica di Milano e dei reparti specializzati di Venezia e Napoli.

Cosa prevede il provvedimento del Gip di Brescia

Su richiesta della Procura, il Gip del Tribunale di Brescia ha emesso un’ordinanza che dispone due misure cautelari personali, quattordici perquisizioni e il sequestro preventivo di un impianto di trattamento rifiuti in provincia di Brescia. I soggetti coinvolti sono, allo stato, gravemente indiziati dei reati contestati. La loro eventuale responsabilità dovrà essere accertata nel contraddittorio tra le parti e potrà ritenersi definitiva solo in caso di sentenza irrevocabile di condanna, nel pieno rispetto della presunzione di innocenza. Complessivamente risultano indagate 16 persone fisiche e 12 persone giuridiche, tra società operanti nella gestione, nel trasporto e nell’intermediazione dei rifiuti.

L’indagine parte dal porto di Genova: 9 container diretti in Pakistan

Il punto di partenza dell’inchiesta è un controllo effettuato nel febbraio 2023 presso il porto di Genova dal Nucleo Operativo Ecologico dei Carabinieri di Genova, insieme ai funzionari dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli. Durante l’ispezione sono stati intercettati nove container destinati al Pakistan contenenti ingenti quantitativi di rifiuti. Si trattava in particolare di compressori provenienti da apparecchiature elettriche ed elettroniche non bonificati, falsamente dichiarati come materiale usato o recuperabile. Il ritrovamento ha fatto scattare gli accertamenti che hanno portato a ricostruire un presunto sistema di esportazioni illecite verso l’Asia.

Il presunto meccanismo del “giro-bolla” e le società coinvolte

Secondo l’ipotesi accusatoria, la rete operava con un sistema definito dagli investigatori come “giro-bolla”. I rifiuti venivano fatti risultare, solo documentalmente, transitati presso un impianto per le operazioni di scarico, verifica visiva o trattamento. In realtà sarebbero stati trasportati direttamente verso il destinatario finale, bypassando i controlli e le lavorazioni previste dalla normativa. Parallelamente alle misure cautelari sono in corso perquisizioni volte ad acquisire ulteriore documentazione utile a ricostruire i flussi di rifiuti, i rapporti commerciali e i profitti illeciti, oltre agli accertamenti sulla responsabilità amministrativa degli enti ai sensi del D.Lgs. 231/2001.


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