Roma – “La legge è uguale per tutti e un’opinione non può mai costituire un reato. Futuro Nazionale voterà contro la legge sull’antisemitismo”. È netto il no di Roberto Vannacci al ddl per il contrasto all’antisemitismo, ormai all’esame della Camera dopo il via libera del Senato.

In un post su Instagram, rilanciato da Adnkronos, il leader di Futuro Nazionale motiva così la scelta: “È una scelta coerente con i nostri principi: offendere un ebreo non può essere più grave che offendere un cristiano, un buddista o un islamico”.

Vannacci aggiunge: “Chi offende, deve essere punito perché ha offeso una persona, a prescindere dalla sua religione, dal suo sesso, dal suo colore della pelle e dal suo orientamento sessuale. Non vogliamo creare, nel genere umano, ‘categorie’ protette come i panda”.

Il generale precisa: “Non ce l’ho con gli ebrei, anzi, a me danno del sionista” ma ribadisce il principio di uguaglianza formale della legge. Annuncio arrivato dal palco del Forum dell’Indipendenza italiana a Orvieto, dove ha confermato il voto contrario di Futuro Nazionale sia sul ddl antisemitismo che sulle armi all’Ucraina.

Il disegno di legge, approvato il 6 marzo scorso al Senato, si limita ad adottare sul piano legislativo la definizione operativa di antisemitismo dell’IHRA del 2016, senza istituire un nuovo reato o aggravanti specifiche, ma come canone giuridico per qualificare le condotte e per promuovere azioni educative contro la diffusione dell’odio, soprattutto online.

Posizione che trova una convergenza parallela, ma da presupposti opposti, con parte della sinistra. Il Pd, che si era astenuto al Senato, alla Camera è orientato a votare no.

A denunciare la frattura interna è Emanuele Fiano, ex deputato Pd: “Il Partito democratico ha deciso di votare contro il disegno di legge sull’antisemitismo, approvato al Senato, nel quale si astenne, e ora all’esame della Camera. Se quella decisione sarà confermata, per me rappresenterà un confine invalicabile”.

Da venerdì 2 inizierà la discussione generale alla Camera. Un testo che, depotenziato nella parte che prevedeva obblighi per le piattaforme digitali in attuazione del Digital Services Act, resta fortemente simbolico ma che continua a dividere trasversalmente l’aula.

 

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