Voynich

La vera storia del codice di Voynich acquistato in Italia e i motivi per cui la scienza non è ancora riuscita a violarlo.

Il codice più misterioso della storia della letteratura non deve il suo nome all’autore che lo redasse, ma all’uomo che lo sottrasse all’oblio del tempo.
Nel 1912, l’antiquario e mercante di libri rari polacco Wilfrid Voynich si recò presso il collegio gesuita di Villa Mondragone, nei pressi di Frascati, in Italia.
L’ordine religioso, intenzionato a finanziare il restauro del complesso, stava vendendo segretamente una parte della sua preziosa biblioteca. Esaminando i vecchi bauli, Voynich individuò un codice illustrato redatto in un sistema di scrittura totalmente sconosciuto.
Pur non essendo in grado di leggerne una singola parola, ne intuì l’eccezionale valore storico e lo acquistò, dedicando il resto della sua vita a promuoverlo presso i massimi esperti di crittografia mondiali e legando per sempre il proprio cognome a questo enigma.

I dati fisici e la datazione oggettiva

Per lungo tempo si è ipotizzato che il manoscritto fosse un falso ottocentesco o un’opera del XVI secolo.
Tuttavia, la ricerca scientifica moderna ha fornito risposte incontestabili sulla sua base materiale.
Le analisi di datazione al carbonio-14, eseguite dall’Università dell’Arizona su campioni della pergamena in vellum, hanno collocato la produzione del supporto tra il 1404 e il 1438 con un livello di confidenza del 95%.
Lo studio spettrografico degli inchiostri ha confermato la coerenza con i pigmenti minerali disponibili nel XV secolo, escludendo falsificazioni moderne.
Il testo si sviluppa fluido e continuo, privo delle tipiche esitazioni o correzioni che caratterizzano la codifica manuale di un messaggio, come se lo scriba stesse copiando un sistema linguistico a lui perfettamente noto.

Il profilo dell’autore: tre modelli teorici al vaglio

L’assenza di firme o riferimenti espliciti costringe gli storici a tracciare il profilo dell’anonimo autore attraverso l’analisi filologica e l’iconografia delle 240 pagine rimaste.

L’erborista dell’Italia settentrionale

Alcuni disegni architettonici presenti nel testo mostrano una struttura difensiva con merli a “coda di rondine” (merlatura ghibellina). Questo dettaglio colloca la manifattura del codice nell’Italia del nord della prima metà del Quattrocento.

L’autore potrebbe essere stato un medico, un alchimista o un botanico che scelse di criptare le proprie conoscenze per proteggerle dalle accuse di eresia e dalle indagini dell’Inquisizione.

La bottega collettiva

Le analisi di linguistica computazionale avanzata hanno dimostrato che la scrittura — definita convenzionalmente Voynichese — presenta variazioni statistiche nette nella frequenza dei caratteri.

Gli esperti hanno isolato due stili esecutivi principali (denominati Mano A e Mano B).

Il codice non sarebbe quindi il lavoro di un singolo individuo, ma il prodotto coordinato di uno scriptorium medievale composto da più scribi.

L’inganno del XV secolo

Una parte della filologia tedesca ritiene che il testo non contenga alcun messaggio reale, pur rispettando formalmente la Legge di Zipf (la distribuzione statistica delle parole tipica delle lingue umane naturali).

L’autore potrebbe essere stato un abile truffatore quattrocentesco che confezionò un volume monumentale riempito di piante fantastiche e di una finta lingua esotica per venderlo a caro prezzo a sovrani collezionisti dell’epoca, come l’imperatore Rodolfo II d’Asburgo.

La struttura del testo e la resistenza alla crittografia

Il volume è diviso in cinque sezioni tematiche identificate unicamente dalle illustrazioni a colori:
  • botanica (con piante non corrispondenti a specie note);
  • astronomica e astrologica (con diagrammi zodiacali);
  • biologica (con figure femminili immerse in complessi sistemi idraulici);
  • farmacologica e una sezione ricettaria di soli testi.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, i migliori decifratori di Bletchley Park tentarono invano di violare il codice; negli anni successivi, supercomputer e algoritmi di intelligenza artificiale hanno fallito nello stesso intento.

Il Manoscritto di Voynich rimane ad oggi custodito nella Beinecke Rare Book & Manuscript Library dell’Università di Yale, configurandosi come la dimostrazione empirica dei limiti della moderna linguistica e crittografia.

Nemmeno l’IA è riuscita a violare questo codice

Allo stato attuale della tecnologia, l’Intelligenza Artificiale non è ancora riuscita a decifrare il Manoscritto di Voynich. Nonostante i ripetuti tentativi effettuati da diverse università, la comunità accademica internazionale ritiene che le soluzioni finora proposte dall’AI siano parziali o frutto di “allucinazioni informatiche”. 
I ricercatori hanno provato ad applicare l’apprendimento automatico (Machine Learning) e l’elaborazione del linguaggio naturale (NLP) al testo, ma si sono scontrati con limiti strutturali profondi.

I tentativi storici dell’AI e i loro limiti

Il caso dell’Università dell’Alberta

Uno dei tentativi più famosi è stato condotto dal professor Greg Kondrak. Addestrando un algoritmo sui modelli statistici di oltre 400 lingue diverse, l’AI ha ipotizzato che il Voynichese fosse in realtà ebraico antico cifrato attraverso l’uso di alfagrammi (anagrammi in cui le lettere di una parola sono disposte in ordine alfabetico e private delle vocali).

Alimentando la prima riga ricostruita su Google Translate, l’AI ha prodotto una frase di senso compiuto. 

“Ha fatto raccomandazioni al sacerdote, all’uomo di casa, a me e alle persone.”
(In lingua originale dall’output inglese del software: “She made recommendations to the priest, man of the house and me and people”).

Perché è fallito

La comunità dei medievisti e dei filologi ha demolito l’esperimento.

Il metodo matematico utilizzato garantiva troppa flessibilità (togliendo le vocali e anagrammando le consonanti, l’algoritmo avrebbe potuto estrarre parole di senso compiuto da quasi qualsiasi testo grezzo).

Al di là della singola riga iniziale, l’algoritmo non è stato in grado di tradurre sistematicamente il resto del libro. 

Perché il codice sconfigge agli algoritmi?

I Large Language Models (LLM) e le reti neurali eccellono nel trovare schemi e correlazioni all’interno di enormi quantità di dati strutturati. Il Manoscritto di Voynich, tuttavia, presenta anomalie matematiche che mandano in crisi i sistemi computazionali: 

La mancanza di una “Verità di Fondo” (Ground Truth)

Per decifrare i geroglifici egizi è stata necessaria la Stele di Rosetta, che conteneva lo stesso testo in tre lingue diverse. Per il Voynich non esiste una base di confronto bilingue o una chiave di volta verificata. 

Il paradosso del pattern vuoto

Se l’autore del XV secolo ha inventato una finta lingua basandosi su regole puramente fonetiche o estetiche (il cosiddetto falso deliberato o codice inventato), l’AI rileverà dei pattern geometrici reali (perché la mano umana tende a ripetere involontariamente sequenze di simboli), ma cercherà di forzare un significato logico dove non c’è, generando un’allucinazione linguistica. 

In cosa l’AI si sta rivelando utile

Se l’AI fallisce nella traduzione semantica, sta ottenendo ottimi risultati nell’analisi codicologica e archeometrica. Gli algoritmi di visione artificiale e di analisi statistica dei tratti grafici vengono utilizzati con successo per: 
  • Mappare la pressione dell’inchiostro e la frequenza delle curve delle lettere, confermando matematicamente lo studio sulle diverse “mani” degli scribi (Mano A e Mano B).
  • Confrontare la struttura microscopica dei disegni botanici con i database degli antichi erbari europei per stringere il cerchio sull’area geografica d’origine.

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